Giuseppe Loteta

1966-G.Loteta-Le pinup della violenza

1966-G.Loteta-Le pinup della violenza

Giuseppe Loteta, L'Astrolabio, n. 19, pagg. 22-25, 8 Maggio 1966

“La sensazione che io ho, in questo momento, è che mio figlio sia caduto in un'azione partigiana. Faceva le stesse cose che io e mia moglie facevamo sulle montagne dell'Umbria nell'inverno del 1944. I mostri contro cui lottava erano i medesimi che dopo la Resistenza credevamo di aver vinto per sempre: la religione della violenza, il rifiuto della cultura, l'ignoranza, la sopraffazione, la barbarie. Paolo credeva nella libertà, nella democrazia, nel diritto allo studio. E' morto per la difesa di questi valori”.

Enzo Rossi, il padre dello studente vittima delle violenze fasciste, parla del figlio come di un compagno di lotta scomparso. La sua voce è ferma e pacata, anche se a volte un tremito inarrestabile delle mani, un battito degli occhi arrossati dal lungo pianto, tradiscono la tragedia del padre che non rivedrà più il suo ragazzo di 19 anni. Ed è lui, più di ogni commentatore estraneo, a cogliere la causa vera della morte del figlio, il rapporto ideale che la accomuna ad altre morti, a quelle dei giovani come Paolo caduti nella lotta di liberazione dai mostri del nazi-fascismo.Ma com'è possibile che a ventenni dalla Resistenza si muoia ancora per la difesa di quei principi che la Costituzione repubblicana pone a base della vita del paese? Com'è possibile che proprio nelle Università, e soprattutto in quella di Roma, continuino ad annidarsi, baldanzosi ed impuniti, gli squallidi epigoni degli squadristi e dei brigatisti neri? E' difficile rispondere esaurientemente a questa domanda senza addossare buona parte della responsabilità della sopravvivenza del fascismo alla classe dirigente che ci ha amministrati dal dopoguerra ad oggi soffocando la maggior parte dei motivi ideali della Resistenza, tollerando che i giovani continuassero a studiare sui libri di testo fascisti, lasciando in vigore le leggi e i regolamenti di polizia del ventennio. Né basta celebrare ogni anno, nella quasi unanimità dei consensi, le ricorrenze gloriose della Liberazione. “Rifiutiamo il 25 aprile, festa del reggimento”, scriveva pochi giorni fa nella sua prosa colorita un settimanale anarchico. E non c'è dubbio che sia almeno equivoco annacquare ogni anno la Resistenza in un mare di celebrazioni oleografiche e falsamente plebiscitarie, senza intendere ed attuare lo spirito che animò la lunga lotta antifascista nei duri anni del fuoruscitismo e in quelli, saturi di speranza, della ribellione armata.

Data creazione Giovedì, 23 Settembre 2021
Categoria Giuseppe Loteta
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