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Luigi Dubino, Storia di un biennio ..., Roma 1872.
[...] 2. Essendosi mancato in questa importantissima parte politica, e non essendo avvenuto in Roma alcun moto o apparenza qualsiasi di movimento rivoluzionario, dopo aperta la breccia si dové necessariamente ricorrere ad una finzione politica sguinzagliando entro le mura gli emigrati romani e da ciò originò il Governo della Piazza che durò per quasi tre giorni. Il rimedio di ricorrere agli emigrati por scuotere la perplessità dei romani non fu al certo una gran prova di abilità politica per parte del gabinetto italiano, il quale poteva portar la cosa con maggior accortezza. Ma essendosi trasandato ogni altro mezzo alla Cavour o alla Garibaldi, il fare entrare in massa gli emigrati diveniva naturalmente l'unico per attenuare in qualche parte le cannonate e tentare di ricoprire con un diritto di postliminio, la violenza del più forte sul più debole. Gli emigrati erano altrettanti cittadini romani espulsi dai preti ed avevano diritto di entrare per i primi nella natia loro città, se non fosse altro per salvare l’onore della popolazione romana, cacciando avanti a sé i zuavi nella Città Leonina.
3. L'ingresso degli emigrati e più ancora quello delle truppe nazionali nella Città Eterna fu salutato con uno scoppio di entusiasmo indicibile, da tutta la popolazione, tranne il partito papalino. Questo, che, basato sulle parole del pontefice, aveva sperato fino all’ora della capitolazione che le milizie regie non sarebbero entrate in Roma, appena si persuase di tal fatto per lui incredibile, scomparve come per incanto e restò mortificato, abbattuto, annichilito sotto la frenetica gioia che s'impossessò di tutte le classi del popolo. Quest’entusiasmo fu così immenso e generale che sembra che l’istesso pontefice ne rimanesse sul momento profondamente impressionato.
E temendo che dalle varie classi dei cittadini si trasfondesse eziandio nelle sue milizie prigioniere del vincitore, si affrettò a dichiararle prosciolte da qualunque vincolo o giuramento di fedeltà verso la bandiera pontificia, prevenendo, con questa in sé saggia, in politica affrettata misura, ad un possibile spergiuro. Tanto era lo scoraggiamento in Vaticano, che si credé per alcun tempo che anche le truppe indigene pontificie si sarebbero poste in massa a servigio della nuova bandiera (1).
(1) A circa un migliaio e mezzo si calcola essere ascesi gli individui di bassa forza e sottufficiali delle truppe indigene pontificie che presero servizio nel regio esercito. È curioso che il contingente più forte di costoro venne fornito dal corpo della Gendarmeria, della quale oltre cinquecento uomini si arruolarono sotto la novella bandiera, cioè quasi un terzo dell'intero corpo, ascendendo i gendarmi papalini a 1.800 teste o in quel torno.
4. I clericali poi ripensando in quei primi giorni al dispotico sistema con cui per oltre vent'anni si era compressa qualunque aspirazione nazionale verso un più libero governo, temettero che la massa popolare potesse trascorrere ad eccessi e vendette private. Per buona sorte ciò non avvenne.
Per quanto ho potuto raccogliere, in tutto quel tramestio che seguì all'ingresso delle truppe non accadde altro che l’uccisione di uno Squadrigliere e cinque ferimenti di quattro zuavi e di un’altro Squadrigliere. Il che si sarebbe eziandio potuto evitare se le milizie papaline avessero in tempo ricevuto avviso dai loro comandanti di rendersi prigionieri senza opporre alcuna resistenza, una volta che l'esercito italiano era già entrato in Roma: ovvero si fossero fatte ritirare in tempo nella Città Leonina. Del resto l’irritazione popolare si circoscrisse o a disarmare qualche soldato in ritardo, o a fischiare e lanciar contumelie ai zuavi, ovvero a saccheggiarne le caserme.
Tranne questi pochi disordini nulla altro di grave avvenne in quei primi istanti in cui il governò era la Piazza!
La vendetta si ridusse al continuo grido che s’udì per tre giorni e tre notti per ogni parte della città di Viva l’Italia, viva il Re, viva l'Esercito. Siano imparziali i clericali. Dopo una negativa continuata di ventidue anni all'indipendenza, alla confederazione, alla nazionalità, alla secolarizzazione, il popolo si portò in modo assai civile.
Sarebbe certamente stato assai meglio che i sovraccennati disordini, quantunque piccoli, non fossero avvenuti: ma qui ancora ripeto; dove trovate repubblica di Platone in un cataclisma politico, qual era la cessazione del Poter Temporale?
Io vorrei vedere di quali eccessi non sarebbe capace una restaurazione qualunque nell’ipotesi di un momentaneo trionfo. Da ciò che operarono nel 1866 i Borbonici a Palermo, da quel che fecero i zuavi nel 1867 a Villa Cecchina in Roma, si può dedurre di che si sarebbe capaci di fare nella suaccennata ipotesi.
5. Roma dopo l'ingresso delle truppe Reali, per ben tre giorni altro governo non ebbe che la Piazza. Questa parola è per solito sinonimo di anarchia; eppure non vi furono mai di così scevri di inconvenienti quanto quei primi tre. Io mi rammento che durante quel breve periodo di tempo neppure un grido venne innalzato che acclamasse a Garibaldi.
Erano veramente i giorni del trionfo della monarchia e tutte le acclamazioni si compendiavano in questi tre gridi: viva il Re, viva l'Italia, viva la truppa nazionale. Chi avrebbe mai creduto che questa monarchia, sì idolatrata in quel momento, sarebbe stata sciupata nella capitale da quegli stessi uomini che non aveano saputo provvedere a che la medesima facesse in Roma un ingresso più decoroso di quello che presenta una breccia senza guerra! [...]