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Giornale dei Notari e procuratori, n. 2, Anno III, 13 gennaio 1866
Testamento del marchese di Villa-Hermosa - regalo dal notaio Manina, di Torino.
Il 15 febbraio corrente si aprì in Torino, davanti la Corte d'Assise, il gran dibattimento nella causa criminale contro i signori Vignali, Mannelli, Martina notaio, Cassilli e Berdoati, accusati di truffa e falso nel testamento del marchese di Villa-Hermosa.
L'importanza del processo ci induce a darne un breve riassunto, massime che il ceto notarile e legale vi è specialmente interessato, trovandosi purtroppo uno dei suoi membri fra i principali accusati. I difensori del notaio Martina sperano ancora di salvarlo, avendo esso peccato piuttosto per troppa fiducia e buona fede, che per malizia e truffa. Noi non possiamo che desiderare questo risultalo por l'onore dell'ordine notarile.
Ecco l'atto d'accusa del Pubblico Ministero.
Fra gli atti ricevuti da Gian Domenico Martino, notaio residente in Torino, se n'è trovato uno che fu fatto il 1865, addì 24 febbraio. alle ore nove della sera in Torino, via Carlo Alberto, ed in una camera al primo piano dell'albergo della Pensione Svizzera. Nel quale atto si leggono le dichiarazioni e menzioni che qui si trascrivono letteralmente per una imparziale ed esatta relazione del caso; ed acciò si possa formare un giusto e saldo apprezzamento delle disposizioni di esso, se ne riferisce soltanto il bastevole concetto.
Dice dunque l'atto che avanti al prefato notaio ed alla presenza di quattro testimoni qui nominati, fu presente il signor marchese D. Giuseppe fu Stefano Villahermosa, nato e domiciliato in Genova, il quale mentre si trova sano di mente, di vista, udito, loquela ed intelletto, sebbene per infermità detenuto in letto, volendo disporre delle sue sostanze dopo di sé per testamento pubblico, dichiara e spiega al notaio, presenti ed udienti gli stessi testimoni, la sua volontà nella conformità seguente, cioè:
1 Per funerali e suffragi si rimette alla pietà dell'erede universale infranominato.
2 Risponde nulla voler legare alle Pie Opere.
3 Lega alle sorelle dam. Virgilia e dam. Raffaella Bascone, figlie del cav. avv. D. Gennaro, Vice-prefetto di Abbiategrasso, lire 10 mila ciascuna, ed un regalo di lire 150 passando a matrimonio.
4 Lega alla signora dam. Maria Trona di Giuseppe, detta Pecchette di Clarafort, lire 15 mila.
5 Lega al signor D. Giovanni Battista Marinelli di Agnone, ex-conventuale, lire 150 al mese sua vita naturale durante.
6 Lega all'avv. Felice Nicola Cassili di Napoli, ed ora in Torino impiegato al Ministero di grazia e giustizia, lire 1.500 all'anno sua vita naturale durante.
7 Lega all'Ottavia Mango, vedova dell'avvocato Cova di Sassari, lire 2.000.
8 A dam. Giuseppina Idoppio, maritata Conrotto di Sassari, lire 2 mila.
9 Lega a dam. Vincenza Santi di Tommaso, moglie del geometra Berdoati di Ravenna, ora in Torino, la somma di lire 2 mila annue, di lei vita naturale durante.
10. Alle persone di servizio dell'albergo, fra tutto lire cinquecento (500).
11. Alle persone di servizio in Genova, una pensione vitalizia eguale allo stipendio corrente.
12. Dichiara di avere due crediti, l'uno verso i fratelli Guerrieri Giovanni ed Alessandro di lire 11 mila, coi frutti sociali
da liquidarsi: e l'altro verso Giovanni Gambaro di Genova in capitale di lire 23 mila, residuo di 30 mila.
Nel rimanente di sua eredità chiama e nomina in suo erede universale il consigliere D. Giovanni Vignali di Napoli, ora in Torino, pregandolo a volere, in attestato di sua buona amicizia, accettare la carica di esecutore testamentario della sua eredità, colle dispense che dalla legge gli sono concesse di accordare a favore dello stesso esecutore testamentario.
Indi l'atto prosegue così: Tale dice essere il testatore la precisa sua volontà, dichiarata a me notaio, udenti li suddetti testimoni, e volere abbia a sortire pieno effetto dopo di sé, revocando ed annullando ogni precedente suo testamento. E richiesto io regio notaio collegiato, ho ricevuto letto e pronunciato ad alta e chiara voce il presente atto di testamento in presenza ed a piena intelligenza dello stesso testatore, e dei suddetti testimoni tutti meco notaio sottoscritti.
E nel fine si leggono i nomi del testatore, dei testimoni e notaio.
Alla lezione di questo riferito atto, i leggenti reputerebbero che ei sia un atto, come d'ordinario, compilato regolarmente, con veracità e lealtà, riferente le formalità prescritte dalla legge, e realmente adempiuto ad essenza e cautela di un atto cosi importante e solenne, e per attestare la volontà libera, cascate, e manifestata dal testatore.
Ma invece questo ricordato atto è assolutamente falso, tanto in ordine alla menzione dello adempimento di alquante di quelle formalità, che costituiscono la essenza e la prova insieme della legittimità del detto atto, quanto in ordine ai fatti ed ai casi che così vuol attestare, ed alle disposizioni cui dichiara dettate od espresse dal testatore.
1 È falso che il testatore al momento dell'atto si trovasse sano d'intelletto, ed abbia detto o potuto dire essere in quell'atto la precisa sua volontà, dichiarata al notaio, udenti i testimoni.
La istruzione del processo fa manifesto che già sino dalla sera 28, il marchese Giuseppe era incoerente nelle sue risposte, non comprendeva più quello che gli si diceva, ed aveva difficoltà di esprimersi: che da più ore innanzi le nove della sera del 24 non aveva la testa a segno, né sufficienti cognizioni, né lucidità d'idee, né coscienza di quanto faceva o gli si volesse far fare: stato questo conseguente al non avere preso alimento da quasi dieci giorni, ed alla cancrena onde si trovava mortalmente travagliato; anzi è reso evidente, per dichiarazioni di onestissimi medici e probi testimoni, che ne depongono, che le funzioni della respirazione, della circolazione del sangue e della innervazione erano già alterate alle sette di quella sera; che se l'ammalato non aveva ancora il subdelirio degli agonizzanti, era però affatto apatico, non si trovava in grado di conoscere la portata delle disposizioni, non aveva l'animo cosciente; tutto al più poteva rispondere un sì o un no, senza conoscere il valore del sì o del no pronunziato: e finalmente, oltre a molti altri accidenti, di cui sarà data notizia più innanzi, venne con uniforme e costante asseveranza di più testimoni accertato, che inorno alle nove (proprio in quello spazio di tempo in che il notaio riferisce compilato quel testamento) il marchese Giuseppe era agonizzante, sorretto a stento da più persone che lo circuivano, matido di morte lo aspetto; ed appena finita la lettura dell'atto, data dal notaio, o quasi condotta la sua mano a vergare una pressoché non intelligibile firma, ricadde sugli origlieri ed indi a pochi minuti emise lo spirito, senza che un sacerdote allora allora messo nella stanza, potesse, secondo il rito della religione cattolica dal morente professata, avviarlo confortato alla eternità misteriosa e creduta.
2 E' falso assolutamente che il testatore marchese di Villahermosa abbia dichiarato al notaio Martino, in presenza dei testimoni scritti nell'atto le disposizioni che si leggono in detto testamento o qualunque sua volontà. La istruzione raccolse in processo le prove più salde o palmari, che i quattro testimoni instrumentari furono introdotti nella camera ove giaceva moribondo il marchese di Fuente Hermosa, allorquando già l'atto ero stato compilato e scritto: i testimoni ignoravano, e tuttavia ignorano, quanto abbiano fatto in quella camera il marchese Giuseppe, il notaio Martina, il Vignali, il Marinelli, il Cassilli, il Berdoati e le femmine che circuirono da alcuni giorni quello sventurato signore: i testimoni non hanno potuto udire pronunziare dal supposto testatore nessuna disposizione, e specialmente quelle contenute nel rogito Martina; anzi ignorano o ignoreranno sempre, se il marchese abbia o quella od altra qualunque disposizione manifestata al Martina od a chicchessia; perché il notaio, insieme coi quattro individui sunnominati, e colle donne assistenti rimasero chiusi esclusivamente in quella camera,circuendo il moribondo marchese, esattamente dall'istante in cui il Martina fu messo contro a quel segreto luogo, sino al momento che vi furono, per la lettura dell'atto compiuto, chiamati ed introdotti i quattro testimoni istrumentari medesimi.
E due circostanze notevolissime accertò l'istruzione, che debbono qui ricordare, e sono:
l Che mentre il notaio Martina stava appunto chiuso in quella camera con le già nominate persone, il signor Emilio
Matteo Jourdan, padrone dell'albergo, si accostò al limitare della camera stessa, ne aperse la porta per introdurvi il notaio Partiti, cui aveva mandato a richiedere, appunto perché da taluno gli erai stato riferito che si domandava il ministero di un notaio por servire ad atti del marchese; ma non sì tosto posò il piede sul limite della porta, che il Jourdan ed il Partiti furono mandati via.
La seconda circostanza è che quando l'atto del notaio Martina già era stato scritto, ed nulla più mancava a dargli la forrma apparente di autenticità, fuorché la menzione del concorso di quattro testimoni, il Berdoati Filippo uscì da quella camera, e, andatosene all'ufficio della segreteria dell'albergo, domanda che gli si indicassero le generalità di quattro testimoni, da servirgli nel testamento fatto dal marchese Don Giuseppe, e fu soltanto per la savia o diritta osservazione del Jordan, che cioè non la indicazione dei nomi e delle generalità dei testimoni, ma sì la reale loro presenza ed il loro concorso all'atto dovesse richiedersi, che i quattro testimoni menzionati nell'atto furono introdotti nella camera, dove giaceva il moribondo marchese, ed udirono solamente il notaio leggere l'atto del suo supposto testamento.
Ben è vero che prima di incominciare la lettura dell'atto, il notaio Martina, volgendosi al giacente marchese, gli disse, che ponesse mente a quella lettura, acciocché intendesse se recasse espressa la sua volontà; ed è pur anche vero, che nel volgere della lettura di tale atto si fecero talune osservazioni, dichiarazioni ed aggiunte; ma egli è verissimo altresì, ed è lucidamente accertato, che il marchese D. Giuseppe, non manifestò, non espresse, non disse mai, neppure in tutto il tempo passato dall'introduzione dei testimoni in quella camera al punto pur troppo vicino e pronto della sua morte, né la sua volontà, né quali disposizioni lasciasse, e molto meno poi quelle che si leggono nell'incriminato testamento.
Il marchese, in quegli estremi momenti della sua vita, e nello stato che già più sopra si è descritto, nou fu udito dai quattro testimoni a pronunciare fuorché parole tronche, confuse e fioche le seguenti parole: dieci, dieci - ossequio, ossequio: taluno udì, o gli parve di udire un sì, taluno un no, ed altri all'interpellanza del notaio che stesse attento alla lettura, udì rispondere difilato ed automaticamente dal marchese si e no insieme.
I quattro testimoni, nel corso di quella lettura, videro ed osservarono che il marchese Giuseppe girava lo sguardo apatico e spento intorno a sé; faceva col capo segni indefinibili, perché malcerti, se affermasse o negasse; osservarono che le persone, o specialmente le femmine che gli stavano a lato, gli mettevano alle nari ed ai polsi pezzuole bagnate d'aceto, che a quando a quando Cassilli e Marinelli gli si accostavano, che venne sorretto, fiancheggiato da più origlieri, sottopostigli da quelle persone, di cui taluna gli sosteneva il braccio: osservarono che appena vergate su quell'atto alcune cifre, che dovevano poi ela sua sottoscrizione, cadde sfinito eri indi a poco spirò.
E mentre l'aspetto di così fatti casi s'imprimeva indelebile nella loro memoria, i quattro testimoni osservavano altresì (per poscia rendere unanime e fermissima deposizione) che furono invece il Vigliali, il detto Mannelli, il Cassilli, il Berdoati e talvolta alcuna delle femmine circuenti il marchese coloro che, di vero o propriamente, discutevano, emendavano o aggiungevano intorno a taluna di quelle disposizioni, di cui il notaio andava proseguendo la lettura, alla cui fine, anzi, coloro, con frequenti eccitamenti lo venivano sollecitando.
3 E' falso ancora ciò che a suggello delle sue premesse attestazioni riferisce l'atto: che cioè, dopo avere udita la lettura dell'atto, abbia il marchese Giuseppe detto essere quella la precisa sua volontà, dichiarata al notaio, udenti i testimoni. Il marchese, anche in quel punto, anzi tanto più in quel punto, né disse, né poteva dire parole siffatte; i testimoni lo accertano, e la negazione è d'altronde sostenuta dal continuato peggioramento della letale sua infermità, dal progressivo spegnersi delle sue facoltà, dalla costante sua apatia, dalla successiva pronta sua morte, e finalmente da un grido di raggiunta soddisfazione scattato, in quei miserevoli istanti, dal petto ànsio dei circostanti eredi e legatari... In conseguenza Vignali D. Giovanni, Marinelli Padre Giambattsta, Cassilli Felice Nicola avvocato, Berdoati Filippo geometra, Martina notaio Giovanni Domenico.
Sono accusati
Li primi quattro:
"Di falsità in atto pubblico, e di truffa, per avere in Torino, nell'albergo della Pensiona Svizzera, la sera del 24 febbraio 1865, in seguito a doloso concerto fra essi, fatto compilare un testamento pubblico, supponendolo contro la verità, dichiarato dal marchese Giuseppe di Villaherrmosa, all'effetto di procurarsi un documento ad impossessarsi, come fecero, delle sostanze di lui che aveva esso di sé in detto albergo, eccedenti lire 500, e della sua eredità con danno dei suoi discendenti e successori legittimi.
Il Gio. Domenico Martina, dì falsità in atto pubblico, di complicità in truffa e del reato previsto all'articolo 348 del Codice penale, per avere nella suddetta sera e nell'albergo medesimo rogato nella sua qualità di notaio un atto in forma di testamento, di detto D. Giuseppe e marchese di Villahermosa da lui non conosciuto, e senza che pur si facesse a lui conoscere in modi e colle cautele legali, contra verità e fraudolentemente alterate la sostanza e le circostanze di tale atto, scritto disposizioni non dettate, e diverse dalle dettate, e dichiarato come fatti veri quelli che son fatti falsi, e come riconosciuti e quelli che non furono, per cotale guisa procurando ai nominati Vignali, Cassilli, Marinelli e Berdoati il titolo efficace ad impossessarsi di quelle sostanze e successione. Reati previsti dagli articoli 626, 630.103,104, 348 del Codice penale.
Cav. Giulio Albertazzi
Avvocato Generale.
Questo processo che da circa 10 giorni occupa tutta la città di Torino, pare dover durare ancora dieci o dodici giorni.
Noi faremo conoscere nella prossima dispensa il suo andamento, e, se possibile, il suo risultato.