Simona Onorii, Il teatro di Ettore Petrolini: dal modello alla parodia, in Le forme del comico, Atti delle sessioni parallele del XXI Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti), Firenze, 6-9 settembre 2017, a cura di Francesca Castellano, Irene Gambacorti, Ilaria Macera, Giulia Tellini, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2019
Voi vorrete sapere perché nel mio repertorio figurano anche lavori drammatici. È presto detto.
Interpreto lavori drammatici unicamente per mostrare che so interpretarli. Non perché io creda così di raggiungere più alte e più ardue vette dell’arte. In Italia vige, purtroppo, ancora lo stupido preconcetto che l’attore è soltanto artista quando si produce nei lavori cosiddetti seri, o meglio, come dicono i critici, in quei lavori che fanno pensare…

la produzione teatrale di Petrolini si divide abbastanza nettamente in due: da una parte il ricco repertorio per il Varietà e dall’altra le commedie in prosa” o ancora Angelini la quale osserva come “il suo rapporto con teatro scritto […] con gli anni, diventa sempre più complesso e sempre più si avvicina alle forme del teatro di convenzione e, per così dire, borghese.
Attore e autore, Petrolini scrisse non soltanto le proprie opere ma anche testi teorici riguardanti la sua arte e la costruzione di una sua ben determinata “immagine” pubblica: artista autodidatta, svincolato da qualsiasi tradizione precedente, pronto a mantenere buoni rapporti con il potere (politico e intellettuale), diviene così emblema di tutta un’epoca e di un gusto dai connotati definiti.
Osserva Franca Angelini:
i grandi attori di Varietà sono tutt’altro che muti e non solo scrivono il loro repertorio ma spesso anche le loro Memorie, tendenza che ci è testimoniata per esempio da Abbasso Petrolini!, una raccolta di giudizi critici sulla sua arte, a cui Petrolini acclude una chiusura in cui si legge:
voi mi chiederete il giudizio di Petrolini su Petrolini. […] Per quanto sia grande e indiscutibile l’autorità dei miei critici, nessun critico è più autorevole di me quando si tratta di giudicare la mia arte. […] Io sono un fenomeno, se fenomeno si può chiamare, chi dice al pubblico soltanto le cose più vere e però più facili e più semplici. Il fenomeno sono io… La mia intelligenza, la mia sensibilità.
Secondo il giudizio di Claudio Giovanardi:
Egli fu un attento agente di sé stesso, pronto a celebrarsi nelle memorie, fitte di aneddoti accattivanti, e addirittura maniacale collezionista dei giudizi critici dedicati ai propri spettacoli.
Altro momento importante di riflessione teorica sull’arte drammatica fu la formulazione della tesi dello slittamento, cioè dell’uscita dalla finzione scenica messa in atto dall’attore attraverso un evento minimo che accade in sala, analizzata da Petrolini in Modestia a parte che molto ha in comune con le teorie sviluppate da Bertolt Brecht in quegli stessi anni. Tali scritture ci raccontano un serio tentativo da parte dell’autore di farsi riconoscere come attore-autore non effimero rispetto a quanti calcavano le assi del palcoscenico contemporaneo.