L. Folgore, Noi e il Mondo, rivista Mensile de La Tribuna, Roma, 1 Giugno 1920.
Intervista col più intelligente fra gli idioti

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Si tratta di montare sul cavallo di legno della parodia e di fare una apparente galoppata nel mondo del comico e della caricatura.
L'animale sta fermo, ma la fantasia cammina, e quando la fantasia è in movimento basta, perché i paesi che si ricostruiscono col cervello sono migliori di quelli che si vedono con gli occhi.
In sella, con Petrolini che tiene le briglie e varia la voce ogni mezzo minuto e cambia di smorfia a seconda delle parole, si può andare molto lontano.
Si tratta di attraversare il paese delle abitudini e di cogliere il lato ridicolo dell'umanità, e questo viaggio è più complicato e divertente di qualsiasi peregrinazione ferroviaria per cui bisogna badare al carbone volatilizzato, che potrebbe entrarti negli occhi, e alla valigia in bilico che rischia di caderti sul capo.
Galoppando a piè fermo discorro volentieri con questo inventore di grotteschi, che equilibra la sua fama sul piedistallo delle amenità e dei bisticci. E' una specie di intervista con il più intelligente fra gli idioti, o meglio, con il più caratteristico idiota fra gli intelligenti. Mi spiego.
La società è divisa territorialmente in due: il regno dei cretini e la contea degli ingegni. Fra i due stati vi è una zona neutra e crepuscolare, dove vivono i tipi amorfi, che tengono ora dell'uno ora dell'altro paese, a seconda delle stagioni e degli avvenimenti.
Il regno dei cretini è il più vasto e il più popolato, non perché gli uomini siano nella loro maggioranza esseri sforniti di intelletto, ma per via che la tendenza alla banalità è una di quelle forze incoscienti, che dominano lo spirito umano, e finiscono per addormentare la furberia, la perspicacia, l'attività scrutatrice e creatrice che vive in noi e cerca di differenziarci uno dall'altro. I nove decimi della società o per abbandono o per pigrizia e per sventure domestiche, si accomodano involontariamente al cretinismo della esistenza piatta e abitudinaria.
E guai a dir loro la verità, sarebbero capaci di protestare e di gridar forte ai quattro venti, che tu sei un vero imbecille che non sai nulla, che ti fermi alla vernice, che vivi alla carlona gonfio di te stesso come una bolla, di sapone qualunque.
Nella contea degli intelligenti è un affare diverso. Là si discute, si filosofeggia, e si fa della critica superiore, ci si rovina il fegato in nome della sapienza, si rinnova continuamente il mito di Prometeo rubando la scintilla divina se non proprio il fuoco dell'Olimpo, almeno a quello dello scaldino della vanità terrena.
E non c'è caso che almeno emigri da un paese all'altro gli uni per insufficienza gli altri per disprezzo.
Ora vedere un tale che prende un biglietto di prima classe dalla metropoli dell'ingegno, per andarsene coscientemente verso la capitale dell'idiozia, e non en touriste, non soltanto diverte ma interessa, dato che si porta dietro la mobilia materiale e ideale della propria vita, per stabilire in una regione di poca levatura, dove case, alberi, animali e persone sono a zero metri sul livello del mare.
Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Petrolini è dunque un emigrato volontario. Un uomo che si è votato alla banalità con un gusto interiore che difficilmente si riconosce a prima vista. Lui ha raccolto un bagaglio di gesti, di adattamenti e di abitudini e se ne è composto una fisionomia ed un vestito.
Fa ridere ed o naturale. Dice delle sciocchezze fantastiche e fa il solletico al cervello arrendevole delle platee, con un meraviglioso risultato di comicità ed è molto logico. Scava nell'abisso del grottesco le più imprevedute caricature, le più originali smorfie, scarrozzando lo spirito del pubblico sulle montagne russe dell'allegria, ed è più che giusto.
Però quello che quasi tutti ignorano o fingono di ignorare e che l'artista non crea a casaccio dei ritratti umoristici ma li osserva e li compone coi lineamenti che coglie nella gran faccia del mondo, stando egli sulle ribalte del teatro, circolando egli nelle platee della vita.
E gli applausi degli anonimi che ogni s'era riempiono le sale vanno inconsapevolmente alla loro parodia e non con l'intenzione di burlarsi di loro stessi (il che sarebbe gustoso) ma con la certezza di divertirsi alle spalle di un tipo che non ha di comune con essi nemmeno il taglio dei capelli o il colore delle unghie.
"Conosci te stesso" dicevano gli antichi e Petrolini nella sua smisurata filantropia, presenta agli spettatori un lucidissimo specchio. Ma gli spettatori non capiscono il gioco e credono si tratti di un vetro trasparente e non di una lastra che rimanda alle platee la loro fisonomia esterna ed interna.
Io e l'attore parliamo col tono di coloro che si comprendono profondamente. E' un dialogo che ha la 'sa logica. Petrolini è sul palcoscenico il Fortunello dalla inconcludente filastrocca quando si produce o meglio quando riproduce uno dei tanti disgraziati che s'incontrano nel mondo e che espongono con voce di grammofono la loro scucita e caotica presunzione, però se lascia i trucchi in camerino e il suo inimitabile guardaroba appeso ad un chiodo, diventa l'uomo che ragiona e sa il vivo significato di ciò che rappresenta.

- Io - dice Petrolini - studio l'ignoranza, sondo la stupidaggine, notomizzo la puerilità, faccio la vivisezione di ciò che è grottesco e imbecille sull'esistenza del prossimo e le marionette che ricavo da questa mia fatica particolare non sono niente altro che la scelta colta a volo e cristalizzata nella ridicola smorfia di una macelleria che resta come un documento adattissimo per arricchire il museo della cretineria.
L'amor mio non muore, Paggio Fernando, Baciami baciami..., Per i tuoi piedi!..., Amleto, il Conte, Giggetto, i Salamini non debbono considerarsi alla stregua dei soliti spunti comici. Hanno ben altro carattere. Sono la quintessenza parodistica del sentimentalismo esagerato, delle romanticherie deliranti, delle prosopopee inutili, del tragicismo morboso, della sciocchezza incurabile di cui spesso è malata l'umanità.

- Sei un vero filosofo della burla. Un fantastico giocoliere dell'ironia, un realizzatore beffardo di ciò che vi è di ridicolo e di grottesco in noi. Sembra che tu lo faccia per migliorare i tuoi simili e meriteresti quasi un premio di moralità.

- Impossibile. Sono troppo volontariamente cretino. E poi non sai ch'io sono considerato uno spregiudicato, anche da quelli che mi applaudono? Troppo doppio senso! dicono le persone che hanno poco senso. E nessuno sa che è il pubblico che mi forza a ciò. Nessuno comprende che io sono spinto alla barzelletta grassoccia dalla volontà e dai desideri delle platee. Infatti ti racconto come riprova un aneddoto: Una sera mi presento sul palcoscenico nella truccatura dello stornellatore ambulante: il sor Capanna. Pizzico la chitarra e canto una strofetta carina e spiritosa, ma vedova di doppi sensi. La gente rimane fredda. Ricomincio e snocciolo un couplet madornale dalle tinte più colorite! Applausi clamorosi. Io guardo la folla ed esclamo: Vedete, sono sporchettino mio malgrado!

Mi convinco. Divago e domando: - Sono vere le leggende che corrono sul tuo conto, sulle tue origini, sulla tua vita? Sei il prepotente che ti dipingono? sei il cinico che ti immaginiano?

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
- Se fossero vere le favole che sono note intorno alla mia persona, come i funghi velenosi dopo la pioggia della maldicenza, a quest'ora dovrei essere o in galera o al manicomio o in mezzo ai cannibali dell'Africa centrale. Mi si danno natali, mi si attribuiscono controversie da Conte di Montecristo, abitudini da pirata, mentre io sono in fondo come un bicchier d'acqua a volte addolcito dallo zucchero della felicità, a volte amareggiato dal laudano dei dolori, a volte gassoso per il bicarbonato digestivo dell'allegria che mi danno le buffonate degli uomini.
Ah se la fantasia del miei critici fosse più fertile e meno volgare, potrebbe fare di me l'eroe inconcludente del ridicolo, il prototipo della nullità fatta persona e attore, il cavatappi dell'ilarità, il giullare della gioia senza scopo. Ho cominciato la mia carriera nei baracconi di Piazza Guglielmo Pepe, il grande paese di fiera inzalzato per il divertimento del popolo in un angolo della Roma che non c'è più.
In questi teatri da pochi soldi, ho fatto di tutto, dal camaleonte all'istrice, dal pappagallo sapiente alla scimmia imbalsamata, ora piangendo le finte lacrime del coccodrillo, ora ridendo il riso sesquipedale dell'ippopotamo. Fu una vita selvaggia e una educazione a tutti i funambolismi dinanzi a un pubblico che mangiava i lupini rinsaviti nel sale e tirava le bucce in palcoscenico, al lume di certe lampade fumose, che mettevano nell'ambiente un lungo odore di friggitoria.
Di là sono salito ai caffè di second'ordine. Dalle ribalte di legno ai palcoscenici in muratura, dallo spettacolo a quattro soldi con la grancassa all'entrata, alle rappresentazioni da mezza lira.
Ho lasciato le foche sapienti per le canzonettiste ignoranti, la donna barbuta (che era un uomo travestito) per le attrazioni ginnastiche che fanno volteggiare il trapezio del pericolo sulla folla in cerca di emozioni. Poi la Fortuna mi ha riconosciuto e mi ha dato la mano per condurmi seco lei dove potevo e dovevo arrivare.
Ed eccomi nel mondo del Varietà a cavallo alla macchina di un treno di lusso, non per vendere il fumo della locomotiva, ma per smerciare lo stok di comicità che il destino ha accumulato entro di me balla su balla.

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
La nostra intervista prosegue galoppando entrambi sul cavallone di legno della parodia lungo il carosello della curiosità. Indago i vuoti e i colmi di Petrolini, conosco i suoi viaggi al Messico, all'Avania, esamino ili campionario dei suoi lazzi e delle sue facezie, mi interesso ai giudizi che hanno dato di lui uomini dai gusti diversissimi da Matilde Serao a F. T. Marinetti, da Gordon Craig a Pietro Pancrazi.
Petrolini è un artista istintivo. La sua maschera è unica. Il suo spirito inesauribile. Le commedie che recita vengono rinfrescate di sera in sera mediante felicissime improvvisazioni. In altro ambiente e con un pubblico meno formalista, Petrolini andrebbe giudicato ben differentemente da quello che oggi lo si giudica! Avrebbe un altro piedistallo. Ad ogni modo né i pregiudizi, né i facili consensi gli impediscono di migliorarsi. Egli tende ad essere completo e aspira a un quadro superiore d'arte. Tenta il tragico e ci riesce. Tenta il sentimentale e ci riesce. Si prova nel cinematografo e ci riesce. E quelle fatiche lo arricchiscono di esperienze che sono un patrimonio non trascurabile.
E' un emigrato dal regno della intelligenza istintiva, verso il paese degli idioti; è colui che idealizza in certo qual modo il sogno del grande umorista russo Nicola Gogol che sosteneva essere il compito dell'uomo quello di afferrare per le falde quel diavoletto dal frak rosso che dorme in noi e che si chiama la banalità.
E Petrolini ci riesce tutte le sere.