Luigi Rasi, I comici italiani, Francesco Lumachi Firenze 1905
Leigheb Claudio (1848-1903).

L'attore Claudio Leigheb
L'attore Claudio Leigheb
Figlio del precedente [Giovanni Leigheb, NdR], nato il 20 agosto del 1848 a Fano, è l'ultimo brillante della vecchia grande scuola, uno de' migliori allievi, se non il migliore, di Luigi Bellotti-Bon, del quale prese e saviamente si assimilò suoni e atteggiamenti.
Esordì bambino nella Compagnia di suo padre, e così, egli stesso, mi descrive i suoi primi passi: "quella che non mi andava giù era la parte di uno dei figli nell'Edipo Re: non potevo resistere allo strazio di vedere all'ultimo atto mio padre senza occhi; anzi, al Filodrammatico di Trieste, una sera, ho piantato tutti e me ne sono andato via di scena piangendo. Si vede che non ero nato per le parti tragiche. Dove però mi son fatto onore fu nel figlio nei Due Sergenti, e nel paggetto milanese nel Parini".
Dopo le peripezie toccate al suo povero padre nel '59, si scritturò come generico giovine, secondi brillanti e mami, in varie compagnie, ultima quella di Sterni, Rosaspina e Bonivento, in cui, animato da suo padre che gli fu primo maestro, finì coll'assumere il ruolo di primo brillante, mantenuto poi nella Compagnia di Raffaele Lambertini, della quale faceva parte Enrico Capelli e Giuseppina Ferroni, sua moglie, e nella quale stette fino a tutto il carnevale del '67. Dal '68 al '70 fu con Luigi Bellotti-Bon, che nella quaresima del '69, più padre che capocomico, gli organizzò una grande rappresentazione per esonerarlo dal servizio militare, al Teatro delle Logge di Firenze, ove si recitaron Le smanie per la villeggiatura, col concorso del celebrato Cesare Dondini.
Ciò che fece Bellotti per me in quella occasione - egli mi diceva - non posso descrivertelo: un padre non avrebbe potuto fare di più!... Rammentalo e molto nel tuo libro; ci tengo che lo si sappia".
E questo fervore di riconoscenza non genera meraviglie nella bocca di Claudio Leigheb,che con la rettitudine scrupolosa dell'uomo, con il culto profondo dell'artista si acquistò la benevolenza e la stima di quanti lo conobbero.
Entro il '71, brillante e primo attor comico, nella Compagnia di Fanny Sadowski diretta da Cesare Rossi: compagnia nuova, piena di entusiasmi, di giovinezza, di forza. N'eran parte principale, oltre al Rossi, la Campi, la Zerri-Grassi, la Migliotti, divenuta poi sua moglie a Genova nella quaresima del '73, la Bernieri, Ceresa, D'Ippolito, Giulio Rasi, Pesaro, Bosio, Luigi Rasi, ecc. ecc.
Fu dal '74 al '76 nella Compagnia N. 3 di Bellotti-Bon, diretta da Cesare Rossi; dal '77 all''81 in quella della Città di Torino, l''82 con la Marini, dall''83 all''87 con la Compagnia Nazionale di Roma, dall''88 al '90 con la Marini, dal '91 al '93 in Società con Novelli, dal '94 al '96 con Andò, dal '97 al '99 con la Reiter.
Sono dunque trent'anni di vita d'arte vissuta, in cui il trionfo non s'andò mai attenuando, per la modestia grande dell'uomo e dell'artista accoppiata a una volontà di ferro, e ad un rispetto di sé e del pubblico, direi incredibile. Lo stesso fervore di una prima rappresentazione noi troviamo in lui alla cinquantesima replica: rade volte, al momento di andare in scena, egli non rilegge all'uscio d'entrata o non ripete a memoria la sua parte per addentrarsi nel personaggio. E che deliziose macchiette egli produsse, rimaste incancellate nella storia del nostro teatro! Chi non ricorda, per esempio, l'abate del Nessuno va al Campo di Paolo Ferrari? Che irresistibili effetti di riso in quella misurata, aristocratica comicità! E con che arte, con che sentimento egli seppe a' suoi ideali piegare i varj generi che si rincorrono, s'incalzano, s'intrecciano con prodigiosa rapidità! Che nota elegante, che sciccheria egli ha saputo mettere nel più grottesco delle moderne pochades! La zia di Carlo, Il marito di Babette! E quel vario, ricco repertorio di farse, dinanzi a cui scaturivan fresche, spontanee le più gaje risate? Ricordate L'uomo d'affari? L'amore dell'arte? Il paletot? Narciso il parrucchiere? E, tra' monologhi, chi meglio di lui, o come lui, direbbe il punto interrogativo di Salsilli?
Claudio Leigheb
Claudio Leigheb
Né v'ha chi abbia maggiore il culto dell'arte: a volte parrebbe mutarsi in esagerazione o in posa, se non si conoscesse pienamente la sua buona fede. Nemico per principio, o per consuetudine, del soggettare, egli ripete il suo testo con una fedeltà scrupolosa. Non mai accolse l'idea di circondarsi d'astri minori per emerger di tra essi come sole, ma volle sempre che le altre figure del gran quadro fosser tra le migliori. Avverso all'applauso o alla risata prodotti da una inconsulta scurrilità, egli sopprime le soverchie arditezze, a scapito non sol dell'effetto, ma dell'interesse.
Né Claudio Leigheb costringe le sue doti nei confini del teatro. Dotato di un singolare spirito di imitazione egli disegna, dipinge, pupazzetta con correttezza e spigliatezza incredibili, mettendo nelle sue macchiette quel sentimento che manca assai volte negli artisti di professione. Anche la scoltura delle castagne d'India entra ne' suoi pregi di artista; e il Boutet nella Tribuna della Domenica gli dedicò a questo proposito un grazioso articolo illustrato.
Di lui scrisse anche Tommaso Salvini: e credo di non poter finir meglio questo breve cenno, che riferendo qui le sue parole: Claudio Leigheb è l'attore comico più castigato e più preciso ch'io m'abbia conosciuto! Egli possiede il segreto di esilarare con modi e mezzi sempre dignitosi, e col non lasciarsi trasportare dall'uditorio, che spesse volte, a torto, pretende più di quello che l'arte deve concedere. È un artista che non pone mai il piede in fallo, sia che tratti il genere totalmente burlesco, sia che a questo si congiunga alcun che di serio: coscienzioso esercita la sua arte religiosamente, e l'unico appunto che mi permetto di fargli è quello di mostrarsi talvolta, nella movenza della fisonomia, nell'intonazione di qualche frase, troppo imitatore del non mai abbastanza compianto egregio artista Bellotti-Bon. Non pertanto il Leigheb resterà indimenticabile negli annali della storia dell'arte.
Due suoi fratelli, Achille ed Ugo, seguiron l'arte del padre; il primo come brillante, artista mediocre, fermatosi poi a Bologna a insegnarvi recitazione: il secondo generico e secondo carattere, coscienzioso, accurato, che recitò quasi sempre al fianco di Claudio.