Luigi Rasi, I comici italiani, Francesco Lumachi Firenze 1905
Zacconi Ermete (Montecchio Emilia, 14 settembre 1857 - Viareggio, 14 ottobre 1948)

L'attore Ermete Zacconi
L'attore Ermete Zacconi
Figlio dei precedenti [Zacconi Giuseppe e Licia, NdR], nato a Montecchio di Reggio d'Emilia il 14 settembre dell'anno 1857, è quegli che assieme con Ermete Novelli divide il primato artistico dell'età presente.
Niun attore io credo abbia avuto come lui una vita di palcoscenico piena di movimento, passando dall'amoroso al brillante, dal brillante al primo attore, alternando tal volta l'officio di comico e anche di capocomico, con quello di pittore scenografo, magari di macchinista; tal volta escogitando con allegri compagni di sventura nuovi mezzi di difesa dalla miseria, come fiere o altro, recandosi da questo a quel posto oggi in barroccino, domani a piedi. Dopo di aver passato gli anni della fanciullezza col padre (il 1865 era con lui, il quale faceva il primo attore a vicenda col Germani, nella Compagnia del Teatro Valletto di Roma, capitanata dal brillante Cristofari), fu con Tommaso Massa, un attore brillante, ricco d'intelligenza, dicitore vero ed efficace, poco fortunato in arte, a cagione specialmente della sua meschina figura, con cui cominciò a recitar particine di generico, secondo brillante e amoroso. Passò poi generico primario, amoroso e brillante, a vicenda con Nicola Della Guardia, nella Compagnia di un certo Calia napolitano, in cui recitava anche gli amorosi nelle farse col pulcinella (non mai il pulcinella, come altri affermò); poi, secondo amoroso, in quella di Lambertini e Majeroni, in cui stette anche l'anno dopo come secondo brillante sotto Leopoldo Vestri. Fu scritturato brillante il '78 in Compagnia Dominici, passando in quaresima al ruolo di primo attor giovine, poi, per l'improvvisa partenza del Dominici, a quello di primo attore, ch'egli sostenne per alcuni anni in piccole compagnie, come ad esempio, del Battistoni. Entrò l"81 primo attor giovine con Dondini-Dominici, e l''82, ahimè, tentò il capocomicato (sfogando - come si dice in gergo - tutte le sue passionacce, fra cui quella del Filglio delle Selve di Halm), che lasciò subito l'anno di poi, per andar primo attore in Compagnia Palamidessi che (altro ahimé) si sciolse a metà d'anno. Tornò primo attor giovine con Salvinetto e Pietro Rossi, poi primo attore e direttore d'una Compagnia italiana a Cannes, d'onde scacciato dal colera, si scritturò primo attor giovine il carnovale dello stesso anno con Artale-Pedretti.
L'attore Ermete Zacconi Nerone
L'attore Ermete Zacconi Nerone
Fu l'85 primo attore con Verardini, e il carnovale dello stesso anno con Emanuel, con cui stette oltre un biennio, e da cui passò primo attore e direttore con Casilini per un solo anno; dopo il quale, eccotelo un triennio primo attore con Cesare Rossi, e uno con Virginia Marini, fino al 1894; anno in cui si associa con Libero Pilotto, per condur finalmente compagnia da solo dopo la morte di questo; compagnia che va innanzi trionfalmente da sette anni.
Tutto questo passare per quasi quarant'anni da un ruolo all'altro, da una compagnia all’altra con vertiginosa rapidità, specie ne' primi tempi, dice chiaro quanta fosse la duttilità del suo ingegno, la sua dedizione intera, incondizionata all'arte, pur di fare; e senza aspirazioni, pur di far bene, a toccar cime elevate, alle quali egli si trovò direi quasi senza saperlo, per una conseguenza logica del suo gran merito.
E la duttilità dell'ingegno egli ha mostrato fino a qui, e mostrerà pur sempre, passando maestrevolmente dalla vasta tragedia shakspeariana alla inguantata commedia di Dumas figlio; dal fosco dramma nordico dell'Ibsen, dello Strindberg, dell'Hauptmann alla saltellante comicità del Goldoni; dall'aurea scoltura della terzina dantesca alle mute contrazioni spasmodiche di Al Telefono; imperocché non una parte lo alletti più di un'altra; e, purché l'opera sia elevata e umana, egli abbia provato e provi egual godimento intellettuale recitando la tragedia o la commedia: Shakspeare o Beaumarchais. Senza una buona dizione non credo possibile grandezza di attore: e solidissima base della grande arte di Ermete Zacconi è stata dal suo cominciamento la dizione. Egli stesso era inconsapevole del raro tesoro che possedeva: se ne avvide una sera, in cui dové ripiegar la parte lì per lì, di Cesare Amici nella Legge del Cuore di E. Dominici. A un dato momento egli sentì che il suo dire caldo, sincero, impulsivo aveva determinato tra lui e l'ascoltatore una specie di corrente elettrica, tal che alla fine della gran scena con Leonardo, il pubblico, rimasto fino a quell'ora immobile e muto in una religiosa attenzione, scoppiò in un grande e lungo applauso,a cui si congiunse il bravo alto e vivo dell'artista Papadopoli, il suo egregio compagno di scena.
Da quella sera lo Zacconi ebbe coscienza della sua forza, e la visione chiara e precisa di quella specie di fascino che la sincerità. e la verità. possono operare sul pubblico. In Demi monde, Amico delle Donne, Resa a discrezione, Tristi amori, sono scene e descrizioni e squarci che, detti da lui possono esser sempre citati come modelli di perfetta recitazione, benché più volte la dizione si vada offuscando in un ingrassamento di note, che voglion taluni attribuire alla cupezza dei tipi nordici ch'egli da più anni interpreta con tanto fervore, e si potrebbe anche dire con gran preferenza sugli altri tipi. E qui vorrei aprire una parentesi. Che il pensiero di quei taluni sia esatto non oserei affermare, sebbene si possa concedere che l'elemento nordico entri per qualche cosa nella presente modulazion della voce con predominio di note cavernose, e nella presente interpretazione de' vari tipi con predominio di sfiaccolamento fisico.
Altre e molte possono essere le cause che concorrono a tale alterazione: forse celate, forse anche opposte in tutto e per tutto a quelle che noi colla nostra gran presunzione di critici indagatori crediamo di conoscere. E prima di tutto: questa gran preferenza sugli altri tipi gli è venuta, come vorrebbero i più, dal dominio esercitato sul suo sistema nervoso dal personaggio di Osvaldo negli Spettri di Ibsen, il primo della specie? O non piuttosto da una particolare attitudine, sviluppatasi a grado a grado, all'interpretazione del dramma interiore, anziché del dramma di passione? E l'alterazione non potrebbe attribuirsi meglio a una semplice cagione fisica, a un eccesso di fatica nell'uso quasi costante per lungo tempo di voci aspre e cupe a ritrar certi tipi di Pane altrui, La Potenza delle tenebre, Don Pietro Caruso, Padre, che agirono e agiscono come un’anima sugli organi vocali? O si dovrebbe attribuir forse al fatto che, quanto maggiormente egli si dà con l'andar degli anni e il crescer della rinomanza alla disanima profonda di un personaggio, tanto meno egli pensa al modo di esprimerla col cesello della parola? Chiedete un po' a Ermete Zacconi qual metodo segua nello studio di una parte, e vi risponderà a un di presso così:

"letto un lavoro che mi piaccia, esso resta nella mia mente, e mi segue costante come la larva del sole nella pupilla; e, pur continuando l'opera mia consueta, provando altri lavori già vecchi, ragionando di cose estranee, passeggiando, mangiando, l'imagine della nuova commedia letta, e ch'io desidero di rappresentare, non esce mai dalla mia mente, e a poco a poco si disegna più chiara e decisa. Quando credo di averne afferrato l'idea fondamentale, vedo anche disegnarsi nettamente i singoli quadri che la compongono, agitarsi e vivere i personaggi.
Quando sento di possedere il quadro e le singole parti, allora comincio le prove; e man mano che queste si svolgono, mi rendo conto degli errori nei quali posso essere caduto, vedo con maggior precisione in qual giusta luce debba essere posto ciascun personaggio. Quando credo di aver tutto compreso, sospendo le prove e comincio ad imparare la mia parte, mandandola a memoria. Non studio mai ad alta voce. Quello che mi è accaduto prima per l'opera da interpretare, mi accade dopo per la parte che vi debbo sostenere. Una volta imparata, l'abbandono, e non la riprendo più; ma mentre continuo ad occuparmi di altro, vedo sempre il mio personaggio, ne analizzo l' anima, il carattere, i sentimenti, a traverso le parole che io già so; e quando credo di possederlo interamente, di sentirlo, di viverlo, riprendo le prove. Allora queste si svolgono rapide, ed i così detti effetti balzano fuori, non cercati e voluti, ma naturali e logici per lungo processo di preparazione. Ed è facile capire come con questo studio del personaggio non soltanto nei fatti che si svolgono, ma ben anco nelle parole con le quali si esprime, il colorito e l'efficacia della dizione sieno una conseguenza legittima dello studio complessivo e non uno studio a parte".

L'attore Ermete Zacconi in Amleto
L'attore Ermete Zacconi in Amleto
Non studio mai ad alta voce. È dunque possibile che taluna volta a lui accada per la parola quello che accade ad altri in genere per la musica, i quali mentalmente credono di ripetere con esattezza un motivo, e quando si provano di rifarlo colla voce, non azzeccano più le note? Una piccola concessione oggi ne genera due o tre domani, e via di seguito, senza che l'artista non più se ne avveda. Così non altrimenti io mi spiegherei l'alterarsi della dizione in grandissimi artisti, come a esempio, l'Emanuel, che, coll'andar degli anni andava ognor più accentuando, nell'arte somma di concezione, una dizione affannosa, rantolosa, che i più giudicavano invecchiata, e io semplicemente trascurata. Ma, chiusa finalmente la parentesi, rieccoci al caro artista, che ci torna oggi (1904) dall'America, ove ha recato il prestigio dell'arte italiana.
E quale prestigio! Di alcuni lavori, o di alcuni momenti de' varii lavori da lui rivelati, gli americani del sud, per quanto avesser letto su pei giornali, non avrebbero mai potuto farsi un' idea. Di quel famoso monologo, per un esempio, di Lorenzaccio, in cui egli medita e determina e assapora con voluttà bestiale l'uccisione di Alessandro! Una linea ancora, e forse lo Zacconi toccherebbe il grottesco; ma la linea non c'è, e invece del grottesco abbiamo il sublime e per concepimento artistico e per espressione.... Quelle ondate di respiro mal contenute a mostrare la gioia interiore; il mal contenuto agitarsi delle braccia e delle gambe con selvaggia infantilità; le sghignazzate sommesse, arrestate a un tratto da un volgersi guardingo e immediato... Sublime! E come avrebber potuto farsi un'idea dell'arte sua tutta suggestiva, o terrifica, o spasmodica, negli Spettri d'Ibsen, nel Pane altrui di Turguenieff, nel Nuovo Idolo di De Curel, nelle Anime solitarie di Hauptmann, nei Disonesti di Rovetta, nel Kean di Dumas, nel Don Pietro Caruso di Bracco, nella Morte civile di Giacometti, nell'Al Telefono di De Lorde?
Come delle squisitezze di cesellamento nella Resa a discrezione di Giacosa, nell'Amico delle donne, nel Demi-monde e Padre prodigo di Dumas figlio, nel Duello di Ferrari? Come dell'arte, tutta verità e modernità nell'Amleto e Otello e nella Bisbetica domata di Shakspeare? Ermete Zacconi è soprattutto vero. Anche quando rappresenta grandi personaggi della Storia, anche quando la forma del lavoro è elevata, egli trova modo di arrotondare colla sua naturalezza, non mai volgare, ogni plastica angolosità, mostrando di seguire in questo metodo di studio per l'interpretazione e l'espressione Giovanni Emanuel, che, primo, recò sulla scena la tragedia shakspeariana, spoglia di tutti gli arredamenti decorativi con cui l'avevano data, con arte pur grandissima del resto, i suoi più celebrati predecessori. E però il pubblico che ben ricorda l'arte magistrale e novatrice dell'Emanuel, chiama questo volentieri maestro dello Zacconi, tanto più che, come accade il più spesso. per ogni attor subalterno, egli, vivendo al fianco del grande artista, ne ritrasse, certo inconsapevolmente, alcune maniere e inflessioni. Se per maestro s'intenda solo, come deve intendersi, colui che, colla dedizione incondizionata all'arte, coll'alto rispetto del pubblico e di sè, collo studio profondissimo di sintesi e di analisi, trasfonde nell'animo altrui la fiamma sacra, certo l'Emanuel fu maestro dello Zacconi. Che se poi per maestro si volesse intendere colui dal quale si succhia e il metodo dello studio, e il fondo dell'interpretazione, e le originalità della dizione, allora certo lo Zacconi rigetterebbe il giudizio, come de' più erronei. Egli aveva già 27 anni, quando entrò nella Compagnia dell'Emanuel, e lo intese per la prima volta. La sua tempra d'artista e il modo di comprendere e di estrinsecare l'obbiettivo e l'ideale artistico,erano in lui già così nettamente fissati, che non avrebber potuto mutare a un tratto, e a quella età, sotto l'influenza d'un'altra arte, per grande ch'ella si fosse. Anzi: ammiratore convinto dell'intelligenza grandissima e del genio dell'Emanuel, spesse volte egli avrà dovuto dissentire da lui, metodico per eccellenza, sui diversi modi di estrinsecazione. Che vuol dire mai questo circoscrivere l'arte a un tale o tal altro sacerdote? Che in arte vi sia chi impotente a far del suo, cammina servilmente sull'orme altrui, è indiscutibile: ma quegli non è più artista; è semplicemente attore. Come avrebbe potuto diventar lo Zacconi scolaro dell'Emanuel, se uguale ammirazione aveva per la forza comprensiva e l'arte profonda e cosciente di questo; per gli scatti passionali del Majeroni, per la sincerità quasi dialettale di Papadopoli, pel dire intelligente e affascinante del Cappelli, per altro di altri? Come avrebbe potuto, egli, così ricco d'intuito artistico, riproduttor della vita sulla scena fin da giovinetto, staccarsi per sentimento d'imitazione da quella sua espressione d'arte, che amava profondamente, perché espressione del suo cuore e del suo pensiero?
Dunque niente maestri né teorici né pratici. I maestri, nel senso di fabbricatori di artisti, non sono mai stati e non saranno mai, perchè l'ingegno e il sentimento non li dà l'uomo.
In arte non possono essere che delle guide, le quali con l'esempio e la parola additino all'attore la via diritta dello studio.
Sarebbe lo stesso come dire lo Zacconi scolaro di tutti: gli ammalati e i moribondi che osservò negli ospedali per raccogliere sinteticamente in una semplice linea tutta l'analisi fatta su quelle contrazioni facciali lente e spasmodiche, che generarono poi una polemica su pei giornali a proposito dello spegnersi di Corrado nella Morte civile di Giacometti: polemica di cui forse una parte del pubblico avrebbe fatto a meno volentieri, tanto più ch'essa era aperta fra il glorioso decano de' nostri artisti, Tommaso Salvini, che fu per quarant'anni il rappresentante del classieismo a teatro, e lui, rappresentante da un decennio del verismo: l'arte vecchia, non mai interamente scomparsa, e che va rifacendo capolino oggi nel rinnovamento del dramma storico, e l' rte nuova, che va già cennando a modificarsi. Niente vi deve essere di più sintetico, di più artisticamente teatrale dello spasimo dell'agonia, e delle malattie in genere, sul teatro. Se lo Zacconi, studioso e scrupoloso all'eccesso (anche per ciò l'Emanuel aveva già dato un esempio colla riproduzione maravigliosa di una morte di delirium tremens nell'Assommoir di Zola), afferma di avere frequentato giovanissimo a scopo di studio manicomi, ospedali, cliniche e reclusori, perchè non dovremmo noi credergli? E perché non credergli quand'egli afferma di avere letto Descuret, Charcot, Lombroso, Ferri ed altri? E perché non, ancora, quand'egli afferma di sapere le ragioni scientifiche di quanto ha osservato, e, nella riproduzione dell'essere normale e anormale, di non compiere un movimento muscolare e nervoso, senza conoscerne le origini generatrici?
Se lo Zacconi affermasse che oggi, tempo di troppo sapere, un artista coscienzioso non può permettersi il lusso di morire a soggetto, di spasimare genialmente, avrebbe, nel fondo, tutte le ragioni. D'altra parte, capisco, ecco subito riaffacciarsi quella benedetta faccenda della teatralità, che si vorrebbe, non so con quanto criterio, sbandire dal teatro, fatto tutto di convenzioni: chi dovrebbe giudicare della genialità o realità di quegli spasimi? Il pubblico, o gli scienziati facenti parte, per un caso, del pubblico? Io credo il pubblico; il quale, o genialità o realità, dee volere soprattutto dell'arte pura. Tuttavia (e qui non voglio toccar la quistione della logica nel genere di morte di Corrado), se artista sommo ci è apparso fino a ieri Tommaso Salvini, e artista sommo ci appare oggi il siciliano Giovanni Grasso, il quale sa di ospedali e di morti, quant' io di meccanica, grandissima lode va data allo Zacconi, se all'entusiasmo della moltitudine vuole anche congiunta la sapiente ammirazione dello scienziato.
A voler dare in luce i giudizi dell'Italia e di fuori su Ermete Zacconi ci sarebbe da fare un grosso volume. A lui sono stati decretati a ogni nuova interpretazione gli onori del trionfo; e il pubblico ricorda ancora, fra tanti, il godimento intellettuale provato, quando egli, al fianco di Eleonora Duse, apparve sotto le spoglie di Lucio Settala nella Gioconda e di Leonardo nella Città morta di Gabriele D'Annunzio. Non vi fu città, si può dire, nostra o forestiera, in cui l'estro poetico, non si risvegliasse a dir le sue lodi: tra i tanti versi (ve n'han già dell'83, quand'egli era al Pantera di Lucca, presagenti la gloria futura) scelgo questi di Achille Testoni, dettati l'ottobre del '95 quando al grande attore drammatico | vanto dell'arte italiana | il pubblico modenese | l'entusiasmo più alto e sincero | addimostrava.

O DIVA ARTE. . . .
Tu, che dell'alma il bujo nembo sperdi,
O bellissima lddia,
A noi torna benigna e l'arsa via
Al tuo sole rinverdi!

Ecco, tu appari con le scinte chiome
Tra un velo luminoso,
Ed è a te volto l'occhio desìoso,
È sul labbro il tuo nome.

Ecco, a te intorno un dolce alito spira
Che il bel volto accarezza,
E l'alma nostra in fremiti d'ebbrezza
Te, o divina, sospira!

O divina Arte, al vivere fecondo
Noi, sfiduciata gente,
Infiamma. Solo al bacio tuo possente
Si rinnovella il mondo!
Modena, 9 ottobre 1895.

E nullameno, davanti la grandezza dell'arte sua, l'entusiasmo ch'egli suscita nelle platee, le acclamazioni più vive, quasi forsennate che riceve ogni sera, e diciam pur anche davanti i suoi guadagni che gli concedon oggi più che l'agiatezza, egli ha serbato intatta una famigliarità di rnodi particolare. Nulla mai in lui che riveli l'artista, e soprattutto il grande artista, fuorché il segno naturale della modestia, dell'affabilità, della bontà.
Quando in estate, nei mesi di riposo, può con una maglietta nera, coi calzoni rimboccati, colle braccia nude e un berrettuccio in testa, infilare il bracciale da pallone, o inforcar la bicicletta, o guidar l'automobile fuor delle mura di Bologna, presso la sua cara villetta, o in riva al gran mare, egli è a nozze; e un bel sorriso sano gli risiede sulla bocca, spianando tutte le rughe degli Osvaldi, dei Corradi, degli Otelli....