Scienza e territorio nel Tavoliere di Puglia di Domenico Preti
l’autore è stato programmaticamente rivolto ad indagare questo processo ed a ricercare i motivi che hanno portato in sequenze diverse, nel caso del Tavoliere di Puglia, medici,
ingegneri, agronomi ed urbanisti ad interessarsi dei problemi del territorio fino a proporre la loro testimonianza come fonte insostituibile per chi è interessato allo studio della “scienza del territorio in Italia” e al “governo delle trasformazioni ambientali ed economico-sociali” . Ed è proprio sulla “enorme quantità di progetti tecnici elaborati in funzione della bonifica e del risanamento igienico negli anni dalla fine dell’Ottocento ad oggi”, che questo lavoro ha preso le mosse ed è stato costruito, confermandoci il vecchio e ben noto vizio che fa dell’Italia il paese dei progetti e magari delle commissioni d’inchiesta, delle attente e circostanziate analisi a cui però non fanno seguito interventi conseguenti.
L’atteggiamento delle ‘nuove professioni’ verso il problema centrale e storico della zona indagata, ovvero verso il problema della bonifica umana ed economica del Tavoliere, si presta naturalmente a molteplici e diverse considerazioni a seconda che esso sia espressione di gruppi dirigenti nazionali e locali. È evidente infatti che nel caso in cui i loro rappresentanti agiscano come ‘sensori’ periferici dell’amministrazione statale (sia nel ruolo di funzionari del commissariato antimalarico o in quello di medici provinciali o, ancora, in quello di funzionari del consorzio di bonifica eccetera), il loro referto si estende ad una valutazione più ampia che chiama in causa l’atteggiamento dello Stato e dell’amministrazione nei confronti dell’oggetto della loro osservazione. Diverso è invece il caso in cui le analisi provengono da ceti professionali che sono in gran parte espressione della grande proprietà latifondistica del Tavoliere. In questo caso in essi si esprimono, come in uno specchio, i diversi concreti interessi che storicamente hanno maturato l’atteggiamento di queste classi nei confronti
del problema dell’intervento sul territorio.
I
Con il fascismo, sembra comunque che questo osservatorio privilegiato si oscuri. Le ragioni sono molte e passarle in rassegna porterebbe via troppo spazio. Certo, il “ridimensionamento del peso della cultura medica rispetto ad altre componenti tecniche” (pp. 68-69) che si sarebbe verificato nel corso del ventennio e a cui si fa riferimento per spiegare la “scomparsa” dei medici tra gli osservatori ufficiali del territorio, va letto nel contesto più generale dell’interventismo fascista che, sollecitando potenti interessi economici, richiede competenze tecniche ben definite, lasciando in disparte quella cultura medica che finiva per costituire una remora ed un freno al libero dispiegarsi degli interessi egoistici.
Conclusasi con il fascismo la stagione dei medici, con gli agronomi e gli ingegneri il referto sul territorio assume sempre più i contorni di una analisi circostanziata sulla convenienza economica delle trasformazioni fondiarie vista in rapporto all’assetto proprietario dominante, agli ordinamenti agrari prevalenti e alla politica agraria sostenuta dal governo fascista. Così l’ipotesi di uno sviluppo agrario del Tavoliere fondato sulla grande irrigazione, prima ancora che per le difficoltà tecniche e finanziarie che avrebbe comportato, fallisce perché si presenta prima di tutto come una ipotesi eversiva del latifondo, dominato dalla grande proprietà incardinata sulla cerealicoltura meccanizzata e sull’agricoltura asciutta.
Si tratta, come ci viene mostrato con ricchezza di particolari, di un “progetto unitario di edificazione del territorio urbano e rurale”, che porterà nel 1928 la locale amministrazione podestarile di Alberto Perrone - in forte anticipo su molte altre città italiane - a bandire un concorso nazionale per il piano regolatore e di risanamento della città. Più che al piano regolatore e alle vicende della sua attuazione, l’interesse di D’Antone si rivolge al dibattito sulle borgate rurali. Dibattito rivelatore dei molteplici e contrastanti interessi che si pongono alla base delle differenti impostazioni che caratterizzeranno in questi anni i diversi piani di bonifica elaborati per il Tavoliere. La scelta politico-propagandistica dell’appoderamento segnerà la fine delle “borgate rurali resi denziali, che furono sostituite nelle Nuove direttive della bonifica dai centri di servizio di grande dimensione e da piccoli borghi, entrambi senza abitazioni per le famiglie coloniche”.
Con la nuova “urbanistica rurale” arriva anche il momento degli architetti, ai quali, anche nel caso studiato delle borgate rurali del Tavoliere, viene affidata la “regia dell’immagine” e l’esaltazione simbolica dei valori politici del regime.
L’epilogo del volume ha come scenario l’Italia repubblicana della ricostruzione e del centrismo. Sono gli anni in cui la parabola del ruralismo volge rapidamente al termine non primatuttavia di aver condizionato con il suo forte retaggio culturale i progetti destinati ad attuare in qualche misura il ridimensionamento della grande proprietà latifondistica e a dare soddisfazione, almeno parziale, attraverso la riforma agraria, all’atavica fame di terra dei contadini pugliesi. La debolezza del modello fondato sulla piccola proprietà, fatto suo come si sa in quegli anni anche dal Pci, non accompagnato da effettive trasformazioni fondiarie e da un adeguato modello agronomico, viene evidenziato con chiarezza, utilizzando come punto di forza la lucida analisi messa a punto a suo tempo da Rossi Doria. Un importante risvolto di questa debolezza lo ritroviamo sul terreno della formulazione del concetto di “civiltà contadine”, ovvero “l’ultimo inutile tentativo di separare i ceti inferiori della campagna dalla cultura della città e dalla vita associata, di legare la società contadina ai tempi lenti della tradizione in una fase di travolgenti cambiamenti e di incontenibile propensione dei lavoratori agricoli proprio per i modelli di vita urbana” (p. 197). Un fallimento che trova un incredibile riscontro nella edilizia di riforma attuata nel Tavoliere: una edilizia che, neanche ai tempi del fascismo, era riuscita ad essere “talmente anonima nel linguaggio architettonico ed estranea all’economia e all’ambiente circostante”.