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Scienza e territorio nel Tavoliere di Puglia di Domenico Preti

Immagine tratta dal Volume I di Storia naturale, di M. Neumayr, Kerner von Marilaun, Ranke, Ratzel, Torino 1896
Immagine tratta dal Volume I di Storia naturale, di M. Neumayr, Kerner von Marilaun, Ranke, Ratzel, Torino 1896
Con questo volume, Scienze e governo del territorio. Medici, ingegneri, agronomi e urbanisti nel Tavoliere di Puglia 1865-1965, Milano, Angeli, 1990, pp. 213, lire 26.000), Leandra D’Antone riprende e conclude uno studio che in larga parte era comparso nel 1988 nel bel volume curato da Piero Bevilacqua per i tipi di Laterza e intitolato, Il Tavoliere di Puglia. Bonifica e trasformazione tra XIX e XX secolo. Non si renderebbe un buon servizio all’autrice se non si ricordasse che essendo nato questo suo scritto da una ‘costola’ del lavoro collettaneo appena citato, una sua corretta valutazione non può prescindere né dal quadro socioeconomico generale del Tavoliere che in quello si è fornito, né dal ‘taglio’ che in quel contesto è venuto emergendo e che ha portato D’Antone - come ha sottolineato il compianto Manlio Rossi Doria nella prefazione a quel volume - a studiare il territorio non considerandolo “nella sua oggettività, bensì nella progressiva consapevolezza che di esso ebbero i soggetti tecnici che se ne sono via via occupati” . Questo per dire che l’interesse del
l’autore è stato programmaticamente rivolto ad indagare questo processo ed a ricercare i motivi che hanno portato in sequenze diverse, nel caso del Tavoliere di Puglia, medici,
ingegneri, agronomi ed urbanisti ad interessarsi dei problemi del territorio fino a proporre la loro testimonianza come fonte insostituibile per chi è interessato allo studio della “scienza del territorio in Italia” e al “governo delle trasformazioni ambientali ed economico-sociali” . Ed è proprio sulla “enorme quantità di progetti tecnici elaborati in funzione della bonifica e del risanamento igienico negli anni dalla fine dell’Ottocento ad oggi”, che questo lavoro ha preso le mosse ed è stato costruito, confermandoci il vecchio e ben noto vizio che fa dell’Italia il paese dei progetti e magari delle commissioni d’inchiesta, delle attente e circostanziate analisi a cui però non fanno seguito interventi conseguenti.
L’atteggiamento delle ‘nuove professioni’ verso il problema centrale e storico della zona indagata, ovvero verso il problema della bonifica umana ed economica del Tavoliere, si presta naturalmente a molteplici e diverse considerazioni a seconda che esso sia espressione di gruppi dirigenti nazionali e locali. È evidente infatti che nel caso in cui i loro rappresentanti agiscano come ‘sensori’ periferici dell’amministrazione statale (sia nel ruolo di funzionari del commissariato antimalarico o in quello di medici provinciali o, ancora, in quello di funzionari del consorzio di bonifica eccetera), il loro referto si estende ad una valutazione più ampia che chiama in causa l’atteggiamento dello Stato e dell’amministrazione nei confronti  dell’oggetto della loro osservazione. Diverso è invece il caso in cui le analisi provengono da ceti professionali che sono in gran parte espressione della grande proprietà latifondistica del Tavoliere. In questo caso in essi si esprimono, come in uno specchio, i diversi concreti interessi che storicamente hanno maturato l’atteggiamento di queste classi nei confronti
del problema dell’intervento sul territorio.
I
Immagine tratta dal Volume I di Storia naturale, di M. Neumayr, Kerner von Marilaun, Ranke, Ratzel, Torino 1896
Immagine tratta dal Volume I di Storia naturale, di M. Neumayr, Kerner von Marilaun, Ranke, Ratzel, Torino 1896
medici, sotto specie di malariologi, sono i primi lettori, diciamo così, ‘ufficiali’ del territorio, alle cui puntuali diagnosi sulla eziologia malarica e sulle misure necessarie a combatterla viene dato ampio spazio, corredandole con i deludenti esiti che sia in periodo liberale che durante il fascismo hanno caratterizzato la lotta antimalarica nel Tavoliere. Anche in questo caso si ha la significativa conferma di un iter per molti versi singolare, che porterà in un breve arco temporale le classi mediche, in questo caso i medici impegnati nella lotta antimalarica, a compiere con il fascismo una drastica virata che le sposterà da posizioni radicalsocialiste verso una adesione piena al regime reazionario.
Con il fascismo, sembra comunque che questo osservatorio privilegiato si oscuri. Le ragioni sono molte e passarle in rassegna porterebbe via troppo spazio. Certo, il “ridimensionamento del peso della cultura medica rispetto ad altre componenti tecniche” (pp. 68-69) che si sarebbe verificato nel corso del ventennio e a cui si fa riferimento per spiegare la “scomparsa” dei medici tra gli osservatori ufficiali del territorio, va letto nel contesto più generale dell’interventismo fascista che, sollecitando potenti interessi economici, richiede competenze tecniche ben definite, lasciando in disparte quella cultura medica che finiva per costituire una remora ed un freno al libero dispiegarsi degli interessi egoistici.
Conclusasi con il fascismo la stagione dei medici, con gli agronomi e gli ingegneri il referto sul territorio assume sempre più i contorni di una analisi circostanziata sulla convenienza economica delle trasformazioni fondiarie vista in rapporto all’assetto proprietario dominante, agli ordinamenti agrari prevalenti e alla politica agraria sostenuta dal governo fascista. Così l’ipotesi di uno sviluppo agrario del Tavoliere fondato sulla grande irrigazione, prima ancora che per le difficoltà tecniche e finanziarie che avrebbe comportato, fallisce perché si presenta prima di tutto come una ipotesi eversiva del latifondo, dominato dalla grande proprietà incardinata sulla cerealicoltura meccanizzata e sull’agricoltura asciutta.
Immagine tratta dal Volume I di Storia naturale, di M. Neumayr, Kerner von Marilaun, Ranke, Ratzel, Torino 1896
Immagine tratta dal Volume I di Storia naturale, di M. Neumayr, Kerner von Marilaun, Ranke, Ratzel, Torino 1896
Con la crisi degli anni trenta, la disoccupazione rurale torna a suggerire con più forza piani di trasformazione fondiaria e di bonifica orientati a farsi carico del problema. Si ha così tutto un fiorire di progetti (De Cillis, Pantanelli, Curato, Carrante, Medici e Perdisa), tutti passati accuratamente in rassegna, attraverso i quali si è andato definendo il modello di colonizzazione interna fondato sullo sviluppo delle colture a più alto grado di attività, con l’impiego di singole famiglie su altrettante unità poderali, che in alcune plaghe del Tavoliere sarà portato avanti dall’Opera nazionale combattenti nel triennio 1939-1941. In un’area in cui Foggia, fin dall’Ottocento, si presentava come “un’appendice del latifondo cerealicolo”, sovraffollata di miseri braccianti stabili o in transito stagionale per la mietitura, non può sorprendere che il tema del popolamento delle campagne sia entrato ben presto ad animare il dibattito interno dei locali potenti gruppi dirigenti. Sono soprattutto i nuovi ceti imprenditoriali e professionali emersi dallo sviluppo delle infrastrutture civili ed urbane dei primi lustri del secolo che, alla metà degli anni venti, si fanno promotori interessati di un progetto urbanistico destinato a trasformare Foggia in una “moderna città degli affari”.
Si tratta, come ci viene mostrato con ricchezza di particolari, di un “progetto unitario di edificazione del territorio urbano e rurale”, che porterà nel 1928 la locale amministrazione podestarile di Alberto Perrone - in forte anticipo su molte altre città italiane - a bandire un concorso nazionale per il piano regolatore e di risanamento della città. Più che al piano regolatore e alle vicende della sua attuazione, l’interesse di D’Antone si rivolge al dibattito sulle borgate rurali. Dibattito rivelatore dei molteplici e contrastanti interessi che si pongono alla base delle differenti impostazioni che caratterizzeranno in questi anni i diversi piani di bonifica elaborati per il Tavoliere. La scelta politico-propagandistica dell’appoderamento segnerà la fine delle “borgate rurali resi denziali, che furono sostituite nelle Nuove direttive della bonifica dai centri di servizio di grande dimensione e da piccoli borghi, entrambi senza abitazioni per le famiglie coloniche”.
Con la nuova “urbanistica rurale” arriva anche il momento degli architetti, ai quali, anche nel caso studiato delle borgate rurali del Tavoliere, viene affidata la “regia dell’immagine” e l’esaltazione simbolica dei valori politici del regime.
L’epilogo del volume ha come scenario l’Italia repubblicana della ricostruzione e del centrismo. Sono gli anni in cui la parabola del ruralismo volge rapidamente al termine non primatuttavia di aver condizionato con il suo forte retaggio culturale i progetti destinati ad attuare in qualche misura il ridimensionamento della grande proprietà latifondistica e a dare soddisfazione, almeno parziale, attraverso la riforma agraria, all’atavica fame di terra dei contadini pugliesi. La debolezza del modello fondato sulla piccola proprietà, fatto suo come si sa in quegli anni anche dal Pci, non accompagnato da effettive trasformazioni fondiarie e da un adeguato modello agronomico, viene evidenziato con chiarezza, utilizzando come punto di forza la lucida analisi messa a punto a suo tempo da Rossi Doria. Un importante risvolto di questa debolezza lo ritroviamo sul terreno della formulazione del concetto di “civiltà contadine”, ovvero “l’ultimo inutile tentativo di separare i ceti inferiori della campagna dalla cultura della città e dalla vita associata, di legare la società contadina ai tempi lenti della tradizione in una fase di travolgenti cambiamenti e di incontenibile propensione dei lavoratori agricoli proprio per i modelli di vita urbana” (p. 197). Un fallimento che trova un incredibile riscontro nella edilizia di riforma attuata nel Tavoliere: una edilizia che, neanche ai tempi del fascismo, era riuscita ad essere “talmente anonima nel linguaggio architettonico ed estranea all’economia e all’ambiente circostante”.

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