1941 Mario Corsi, La vita di Petrolini (Capitolo Uno) da teatronovecento.it/1941
23 agosto 2020
Da Scenario Num. 8 - Agosto 1941:
Il primo capitolo dell'avventurosa vita di PETROLINI - La mania di recitare
Autore: Mario Corsi
Ai lettori

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Una Vita di Petrolini, attesa in Italia, dove è ancor viva la memoria del grande e popolarissimo Attore, sarà anche all'estero di un grande interesse per tutti gli amatori e cultori del teatro. Petrolini, nei suoi ultimi due anni, costretto a vivere lontano dal palcoscenico e dal suo pubblico tanto amato, pensò di scriversela da sé, quasi per compensare, nel modo più degno, gli altri e se stesso della sua forzata assenza. A questo scopo, ritenendo forse che le forze non gli bastassero, chiese al suo grande amico Mario Corsi la collaborazione per la stesura. Corsi, che aveva recentemente licenziata per le stampe la vita di Leopoldo Fregoli, altro prodigioso artista popolarissimo e particolarmente caro a Petrolini, si mise con lieta prontezza a disposizione di lui, riservandosi la parte di semplice compilatore, anzi di amanuense: convinto che il libro avrebbe avuto la stessa commossa accoglienza che avrebbe salutato l'autore al suo primo ritorno alla ribalta. Questo ritorno non avvenne: Petrolini, che accolse la morte con un semplice stupore fanciullesco, (che terribile frase, però, la sua ultima: "Dio, quanto si patisce a morire!" ebbe una frase di non meno amara semplicità nell'atto di accingersi all'opera autobiografica: "Le memorie sono una specie di testamento: ci si comincia a pensare alla vigilia del grande viaggio". Vedeva chiaramente avvicinarsi la fine: perciò volle che uscissero in tutta fretta i primi capitoli, che intitolò (amarezza sorridente anche questo titolo) Un pò per celia e un pò per non morir.... Le bozze se le corresse da sé: ma appena una settimana prima del grande viaggio. E l'opera sarebbe rimasta interrotta, se il suo primogenito, Oreste, animato di legittimo orgoglio e di profonda devozione, non avesse con minuta diligenza provveduto a raccogliere tutti gli scritti, le lettere, gli appunti, i ricordi autentici paterni, oltre ad un vasto e completo materiale bibliografico: quanto di aneddoti e di saggistica era apparso tra il 1915 e il 1930, di autori italiani e stranieri, sull'arte e sulla vita di Petrolini, da Pirandello a Gordon Craig, da Papini a Romagnoli, da Bontempelli a Simoni, ecc. Un largo contributo documentario, che, memore della volontà paterna, mise a disposizione di Mario Corsi. Cosi è nata questa Vita di Petrolini di cui Scenario inizia oggi la pubblicazione, e che comparirà in seguito raccolta in volume per i tipi di Mondadori. I lettori troveranno in queste "memorie" attinte, senza nessuna giunta, scrupolosamente, da documenti precisi, un Petrolini vivo e molteplice quale fu, uomo ed artista, e gli piacque di apparire. E, sopratutto, un Petrolini rievocato dal Corsi nella sua autentica realtà artistica e umana. Poiché il Corsi si è valso, fino a dove è stato possibile, prevalentemente e con scrupolosa fedeltà, dalle Sue stesse parole prima, e poi di tutte le testimonianze di quanti vissero con Lui in intimità, e di quanto fu scritto di Lui, in vita e morte, dai più autorevoli critici e biografi: sicché questa Vita riuscirà, oltre a tutto, anche una fonte di dati bibliografici esaurienti per quanti in seguito volessero accingerci ad una valutazione critica e, in genere, allo studio dell'arte di Petrolini: alta e indimenticabile.
Via Giulia - Il fascino della strada - Fare il teatro - Colpevole di mancato omicidio - Il riformatorio di Bosco Marengo - Una recita e una rivolta - Processo in cella - La camicia di forza e le manette - L'Arma Benemerita - La Via Crucis dei riformatori - In libertà perché elemento pericoloso - La fatale calamità - L'avventura di Campagnano - Una grande delusione - La prima scrittura - "Buffone"!
Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
C'è a Roma una strada più romana di tutte: Via Giulia, che si vuole fosse un tempo il Corso della città e, comunque, ebbe importanza grandissima, sia per i suoi patrizi palazzi, alcuni dei quali appartennero a fiorentini e senesi molto ricchi; sia perché nell'età di mezzo in questa strada, ch'era lunga e dritta, si facevano le corse dei barberi. A integrare i f asti della romanissima strada contribuì anche l'arte drammatica, poiché in essa un vasto edificio, costruito da Papa Giulio II su progetti del Bramante, per installarvi il tribunale, servì poi ai drammi della scena, anziché a quelli della giustizia, e divenne un teatro famoso: il Tordinona. Proprio in fondo a Via Giulia, in una vecchia modesta casa che faceva angolo col Vicolo del Grancio, nacque il 13 gennaio 1886 Ettore Petrolini. I genitori, Luigi Petrolini e Anna Maria Antonelli, erano entrambi romani. Il padre, maestro d'arte, aveva un'officina di fabbro al pianterreno della casa ereditata da chi lo aveva messo al mondo e gli aveva insegnato il mestiere. In Via Giulia Ettore trascorse, coi genitori e due fratelli e due sorelle, i primi anni della fanciullezza. Ma nel '90 la famiglia dovette abbandonare la casa, soggetta a esproprio e a demolizione per i lavori in corso del nuovo Lungotevere, davanti a Castel Sant'Angelo; e andò a trasferirsi fuori Porta San Giovanni, dove proprio allora cominciavano a costruirsi le prime abitazioni.
A sei anni Ettore fu mandato a scuola, alla "Vittorino da Feltre", presso il Colosseo. Ma per quanto precoce e di vivacissimo ingegno, fin da principio non diede saggi di particolare attitudine allo studio e tantomeno alla disciplina.
"Non ero davvero un fanciullo prodigio - confesserà più tardi. - Io ho studiato poco, ma ho visto molto. Quelle poche ore, quei barlumi di tempo che ho consacrato alla scuola, non servirono a farmi apprendere nulla. Sono certo, anzi, che il maestro abbia appreso qualche cosa da me, poiché certamente, come tutti i ragazzi discoli, avrò fatto qualche cosa di inatteso, di diverso, che avrà sicuramente colpito la mentalità semplice del maestro elementare".
L'inatteso e il diverso consistevano nel fare arrabbiare i maestri e nel combinare ogni sorta di dispetti ai compagni, sicché venne il giorno in cui il direttore della "Vittorino da Feltre" mandò a chiamare la madre del ragazzo e le tenne un discorso che finiva così: - La miglior cosa che possiate fare, è di tenervelo a casa. Non ha voglia di studiare e non concluderà mai nulla. Qui non se ne può proprio più: tenetevelo a casa...
Tenerselo a casa: una parola! Ci provò, la povera donna; ma con scarso profitto. Il ragazzo non amava che la strada. La strada lo attraeva irresistibilmente. Il padre, dedito al proprio mestiere di fabbro e per natura apatico, indifferente a tutto quello che accadeva in casa, lasciava fare; e la madre, buona donna, avendo da tirar su, da sola, cinque figliuoli, e da pensare, per quanto poteva, alla loro educazione, non aveva davvero la forza da imporre un freno allo spirito irrequieto e vagabondo del ragazzo. Nemmeno legato, sarebbe riuscita a tenerlo in casa! Gli sgusciava di mano come un'anguilla, e via, con altri scavezzacolli della stessa risma, all'Orto Botanico, presso il Colosseo, ciberà il campo prediletto dei suoi divertimenti, e di dove tornava spesso, a sera, malconcio, pieno di graffi, con gli occhi pesti e gli abiti a brandelli: segno manifesto di singolari tenzoni, e non tutte vittoriose. Piaceva menar le mani, a Ettore, e quando si trovava davanti a offese o soprusi, giustizia voleva farsela da sé, costasse quello che costasse. Ma oltre a menar le mani, e forse più, gli piaceva esibirsi: nei modi più impensati e stravaganti. Per esempio, di Carnevale, portava via di casa degli indumenti femminili, degli stracci, e con questi si mascherava bizzarramente; e in ogni stagione provava una gioia immensa a dare spettacolo di sé per le vie di Roma. A dieci anni, sgattaiolava di casa con una sedia e, una volta sulla strada o in una piazza, saliva sopra quella mobile e improvvisata tribuna e cominciava a declamare tutto quello che gli veniva in mente, pur di raccogliere intorno un certo pubblico di curiosi. La finzione era la sua follia. Il teatro, che non conosceva ancora, lo seduceva inconsciamente e irresistibilmente. Questi furono i primi saggi di recitazione di Ettore Petrolini. Recitare! Gli pareva non ci fosse al mondo cosa più bella e più divertente. A undici anni - lo racconterà più tardi - se vedeva un funerale, immediatamente gli si accodava. Poi, piano piano s'intrufolava fino ad essere vicino ai parenti del morto, e assumeva un'aria afflitta, e fingeva di commuoversi fino alle lacrime, per farsi compatire dalla gente.
- Povero figlio! - Quanto mi fa pena... - Chi sarà! - Sarà un nipote... - No, dev'essere il figlio... - Ma non aveva figli. - Allora sarà il figlio del portiere di casa... - Non credo. Guardalo come piange... - Ma chi è! Sarà il figlio di sua sorella... - Sarà il figlio della serva... - Tu lo conosci? Ma di chi è figlio? - Sarà il figlio della colpa.
Tutte queste cose forse non le dicevano; ma Petrolini s'immaginava che le dicessero, e ne provava un gusto matto. E perché faceva tutto questo? Semplicissimo: per fare il teatro. Per fare il teatro il ragazzo ne pensava di ogni genere. Ora si fingeva, e riusciva a farsi credere, ammalato. Un'altra volta si infilava la giacca a rovescio, se n'andava presso l'Arco di Tito e lì cominciava a pronunciare parole disarticolate, incomprensibili, illudendosi d'essere scambiato per un forestiero. Oppure, si caricava sulle spalle un'enorme cassa vuota e se n'andava curvo e barcollante per la strada, col volto atteggiato a spasimo, in modo che i passanti lo compatissero e avessero aspre parole di biasimo per chi aveva messo sulle deboli spalle di un povero ragazzo un simile peso.
"Per finzione? Per pazzia? Per scemenza! - si domanda Petrolini. - Niente di tutto ciò. Vi ripeto: facevo il teatro. E il mio grande successo era quando riuscivo perfettamente a illudere la gente, facendo credere ciò che non era. Facevo la parte, studiavo, recitavo".
Ma in lui c'era, spiccatissimo, anche lo spirito d'avventura. A undici anni, un bel giorno, si mise un paio di scarpe nuove di zecca e scappò di casa. Rimase fuori, con due amici del Colosseo, quattro giorni e quattro notti. I tre vagabondi forse non avevano nemmeno una mèta. Raggiunsero i Castelli Romani, si spinsero fino ad una cittadina del Lazio, e poi, affamati, laceri, presero la ingloriosa strada del ritorno. Una sera la madre di Ettore, che aveva ricercato il figliolo per quattro giorni, disperatamente, in ogni dove, persino nei commissariati e negli ospedali, affacciatasi alla finestra, scorse, alla tremolante luce d'un lampione a gas, un ragazzo rannicchiato e immobile sopra un gradino della porta di casa. La poveretta discese in strada: sul gradino c'era proprio il figliolo, coi piedi scalzi e sanguinolenti. Dormiva. Lo prese sulle braccia e lo portò di sopra. Solo l'indomani apprese perché era tornato senza scarpe: le aveva donate ad uno dei suoi compagni di viaggio che stava peggio di lui, ed era tornato a Roma scalzo!