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L’educazione in Italia dalla Legge Casati (1859) alla Legge Daneo Credaro
Introduzione

Heinrich Lossow: Cupido
Heinrich Lossow: Cupido
Verso la metà del secolo diciannovesimo estremamente vario si presenta lo stato degli istituti educativi in Europa e in Italia. Per quanto, riguarda l'Italia, andiamo dalla situazione enormemente retriva dello Stato Pontificio, del Regno di Napoli, del Ducato di Modena, all'atmosfera più respirabile del Granducato di Toscana e del Ducato di Parma. Una volta compiuto il processo di unificazione della penisola, si poneva l'urgente compito di formare le coscienze nazionali. "L'Italia è fatta - disse D'Azeglio - ora bisogna fare gli italiani". Grande importanza assumeva il problema dell'educazione, e in particolar modo quello dell'educazione primaria, dal momento che il nuovo stato unitario aveva assunto in pieno la pesante eredità degli stati della penisola: 91% di analfabeti in Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania e Abruzzo, 59% in Lombardia, 57% in Piemonte, con una media generale del 75%.
Legge Casati
La prima legge che cercò di ovviare a tale stato di cose fu quella che porta il nome del ministro Gabrio Casati. Questo provvedimento legislativo sulla scuola italiana è costituito dall'estensione al Regno d'Italia del decreto promulgato per il solo Regno di Sardegna il 13 novembre 1859, su iniziativa del Ministro Gabrio Casati rimanendo in vigore, salvo lievi modifiche, fino al 1923, quando fu varata la riforma Gentile. La secolare incuria dei governi dello stato Pontificio e del Regno delle Due Sicilie aveva consolidato nel Mezzogiorno una condizione di ignoranza ancestrale. Si comprendono, cosi, le difficoltà dinanzi alle quali viene a trovarsi questo documento legislativo che pur è stato giudicato unanimemente come il testo normativo più organico. La scarsa sensibilità da parte delle popolazioni meridionali verso il problema culturale,la carenza di edifici scolastici, la difficoltà di comunicazione, la mancanza di personale insegnante sono alcune delle cause che impediscono di fatto alla Legge Casati un'applicazione generalizzata su tutto il territorio nazionale. La legge rispondeva al principio generale di governo del nuovo Regno, e cioè ad un principio centralistico ed unificatore, reso necessario proprio dalla enorme disparità della situazione economica, sociale, politica e culturale degli ex stati indipendenti della penisola, confluiti poi nel Regno d'Italia.
La legge consta di 380 articoli, tratta dell'amministrazione della Pubblica Istruzione centrale e locale, dell'Istruzione superiore (università), dell'Istruzione secondaria Classica, dell'Istruzione Tecnica e dell'Istruzione Elementare impartita per un corso di 4 anni, suddiviso in 2 gradi di 2 anni ciascuno. La frequenza del primo biennio è obbligatoria e gratuita, perciò fu detta la "Magna Charta" della scuola italiana, almeno fino alla Riforma del Gentile del 1923. Essa in effetti postula un sistema unico di organizzazione nelle Scuole delle varie regioni d'Italia, ed afferma alcuni principi generali molto importanti.
Heinrich Lossow: Amphitrite
Heinrich Lossow: Amphitrite
Questi sono:
- Il principio della gratuità e dell'obbligatorietà dell'istruzione elementare, prevedendo pene per i trasgressori (non specificando però quali siano queste pene);
- L'affermazione dell'uguaglianza dei due sessi di fronte alla necessità dell'educazione;
- La rivendicazione esclusiva alle scuole pubbliche della facoltà di concedere diplomi e licenze - norme precise per l'abilitazione all'insegnamento (il candidato deve essere munito di una patente di idoneità e di un attestato di moralità "art. 328", a cura delle amministrazioni comunali attribuiti in una scuola normale per abilitare all'insegnamento, che ha al termine un periodo di tirocinio "art. 332"). Negli anni successivi all'unità i governi si confrontano con i problemi connessi alla attuazione della legge, che ha notevoli difficoltà strutturali proprio nel campo della istruzione di base, dove le deleghe ai comuni, prive di sanzioni, la rendono spesso disattesa nello spirito o nella sostanza. La formazione dei maestri, assunti dai comuni stessi, lascia così spesso a desiderare. I loro stipendi, nella maggior parte dei casi, sono molto bassi, e li obbliga a cercare di integrare con attività extrascolastiche. I numeri di alunni previsti per attivare una scuola (almeno cinquanta bambini) e per costituire una classe (con un tetto massimo di settanta alunni!) fanno sì che molti comuni non vi provvedano o provvedano in maniera tale da rendere molto scarsa l'efficacia di quanto realizzato. Pur riconoscendo il dato significativo di avere essa contribuito a ridimensionare il gravissimo fenomeno dell'analfabetismo, la si considera l'espressione dell'interesse delle classi privilegiate le quali, nel mentre smuovono le popolazioni verso l'ideale etico-politico di una presa di coscienza nazionale, di fatto riservano a sé il privilegio dell'iniziativa politica. Di fatto l'istituzione scuola in Italia ebbe all'origine un marchio che l'indusse a rispecchiare le stratificazioni sociali con l'intento di conservarle: così al ginnasio-liceo, gestito dallo stato, andavano i figli delle classi abbienti; alle scuole tecniche, gestite dalle province, andavano i figli del ceto medio destinati a coprire ruoli subalterni nell'apparato produttivo della società; alla scuola elementare, gestite dai comuni andavano i figli del popolo proletario.
I programmi del 1860
I primi programmi approvati dal Ministro Mamiani nel 1860, includono la religione fra le materie fondamentali e si propongono di assicurare un'alfabetizzazione culturale di base per tutta la popolazione. I programmi hanno uno scopo formativo, assolto dall'educazione morale, religiosa e civile, ed uno scopo pratico, assolto essenzialmente dallo studio dell'aritmetica. Resta, comunque, il dato emblematico di una legge che rimane per oltre un secolo il documento legislativo basilare della scuola italiana, nonostante i molti tentativi di riforma.
La revisione del 1867
Nei programmi del 1867 si nota una profonda crisi fra Stato e chiesa ;Comincia infatti ad attenuarsi lo spazio dedicato alla religione a favore dell'educazione civica. Inoltre le scuole elementari sono affidate, per ogni provincia, alle cure dei provveditori agli studi.
Heinrich Lossow: Lorelei
Heinrich Lossow: Lorelei
La Sinistra storica al potere e la Legge Coppino

Una importante svolta si ha in seguito con la sinistra al potere. La Sinistra storica, fra i suoi obiettivi politici oltre, a promuovere la costruzione di una rete ferroviaria, l'allargamento del diritto di voto, la moderazione fiscale, la legislazione sociale, l'ammodernamento delle forze armate e l'avvio di una politica coloniale, tende anche a riformare la scuola dell'obbligo.
Nel 1877 abbiamo la legge Coppino che, ribadendo l'obbligo dell'istruzione elementare già sancito dalla legge CASATI ne colma una lacuna specificando anche le sanzioni che colpiscono gli inadempienti.
Questi nuovi programmi, non facendo menzione dell'insegnamento catechistico (già attenuati nei programmi del 1867), sostituiscono di fatto all'insegnamento della Religione quello dei "DIRITTI E DOVERI DELL'UOMO E DEL CITTADINO ". Si stabilisce l'obbligo scolastico dai 6 ai 9 anni d'età. La durata della scuola elementare viene fissata in 5 anni secondo il modulo 3 + 2.
I nuovi programmi per la scuola elementare vengono definiti un decennio dopo (1888) con l'affermazione culturale della corrente filosofica del Positivismo.
Il positivismo
Indirizzo filosofico fondato sulla posizione privilegiata della conoscenza scientifica e sperimentale, concepita come l'unica forma legittima di conoscenza della realtà. La parola "positivismo" fu utilizzata per la prima volta per indicare la caratteristica propria del sapere scientifico, inteso come un sapere "positivo" cioè rivolto alla realtà effettiva (in contrapposizione alle vuote astrazioni della metafisica), e pertanto valido perché verificabile sperimentalmente. Il positivismo avrebbe costituito, nel corso del XIX secolo, una prospettiva globale che guardava con ottimismo ai grandi mutamenti culturali in atto nella società europea e negli Stati Uniti, entrati nella fase dell'industrializzazione.
Il positivismo in Italia
Precursore del Positivismo italiano è Carlo Cattaneo (1801-1869), il quale applica alla soluzione del problema educativo italiano i princìpi del Positivismo. Egli propone alcuni interventi riguardanti la diffusione dell'istruzione tecnico professionale; l'uso di un metodo graduato; un'istruzione di base offerta a tutti, in quanto la scuola ha un alto valore civile e sociale. Cattaneo mette in luce i limiti della legge Casati come l'accentramento burocratico e la scarsa attenzione alla formazione civica. Al pari di Cattaneo, Francesco De Sanctis (1817-1883), è favorevole alla diffusione della scuola elementare, ad un'alfabetizzazione culturale estesa a tutti i cittadini, ad una modifica di molti aspetti della legge Casati. E' inoltre sostenitore di un insegnamento basato sulla concretezza e sui valori morali e civili, impartito per mezzo di una didattica che faccia leva sull'interesse. Il fondatore del Positivismo pedagogico italiano Andrea Angiulli (1837-1890) è convinto della necessità e dell'urgenza dell'educazione popolare che inserisce nel contesto più ampio della "questione sociale". Lo Stato deve assumersi il compito di educare i cittadini con criteri di scientificità e di laicità, per farli giungere al possesso di una condotta morale corretta che si identifica con la coscienza della solidarietà sociale. Roberto Ardigò (1828-1920), teorico più importante del Positivismo pedagogico nella Penisola italiana, afferma che la pedagogia deve essere "scienza dell'educazione". Egli ritiene che la formazione debba essere anzitutto studiata come "fatto naturale"che si realizza all'interno di "matrici" sociali come la famiglia o la scuola che influenzano variamente lo sviluppo della person.
L'educazione scientifica richiede il rapporto tra tre momenti (attività, esercizio, abitudine) e si basasull'intuizione della realtà da parte dell'alunno, sia essa diretta e naturale oppure artificiale (cioè indotta dal maestro). Questi deve rispettare nella propria azione educativa tre direzioni evolutive fondamentali:
dal noto all'ignoto;
dal semplice al complesso;
dal facile al difficile.
Aristide Gabelli (1830-1891), figura fondamentale per la creazione della scuola elementare in Italia, concretizza nell'azione scolastica i princìpi del Positivismo. Il compito della scuola è per lui anzitutto quello di insegnare a "pensare", a ragionare con la propria testa, per raggiungere la capacità di controllare i cambiamenti in atto, di essere buoni uomini e cittadini. Gli altri esponenti del Positivismo italiano come Pietro Siciliani, Saverio De Dominicis, Pasquale Villari(1826-1917) riflettono variamente le stesse tendenze ed idee sopra accennate.
I programmi del 1888
Heinrich Lossow: Leda
Heinrich Lossow: Leda
Promotore se ne fa' il ministro Boselli e la loro stesura risente dell'ispirazione del Positivismo italiano e della particolare caratteristica di questo. A differenza infatti di quanto avviene in Francia o in Inghilterra, o in Germania, il Positivismo in Italia non sorge come una riflessione sui vari risultati delle scienze o come un tentativo di unificazione dei vari campi del sapere nell'aspirazione a dare una visione unica e comprensiva della realtà; Si presenta bensì come un moto di vivace reazione al movimento spiritualistico dei decenni precedenti, pervaso anche dall'intento di svincolare il pensiero e la cultura italiana dalla soggezione al pensiero cattolico. Ecco perché, se si riuscì a creare un clima culturale più moderno in cui molti provvedimenti utili per la scuola furono presi, il fatto però di essere nato non da un'esigenza interna, da un bisogno interno di sviluppo e di progresso, ma da una semplice "reazione", ne determinò la scarsa originalità e fecondità dei risultati. Paolo Boselli fu eletto nel Parlamento italiano nel 1870 nelle file della Destra, dal 1888 ricoprì vari incarichi ministeriali, fu favorevole all'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale (1917) e appoggiò nel 1922 l'ascesa del fascismo, al quale lo accomunava l'avversione per il movimento socialista. Il Ministro Boselli firma i nuovi programmi per la scuola elementare redatti da Aristide Gabelli (pedagogista italiano). Per quanto concerne l'educazione morale, Gabelli parte dalla sostanziale convinzione che occorra soprattutto "formar teste", perché chi "pensa bene, fa bene"; a maggior ragione questo dovrà essere attuato nel quadro di un'educazione laica. I programmi dell'88 non sono completamente negativi, e contengono alcune affermazioni che possiamo ritenere valide ancora oggi. Il nucleo delle avvertenze è costituito dal metodo oggettivo, metodo e non semplice tecnica, come spesso è stato ribattuto dai critici. Così il metodo di insegnamento non deve essere campato in aria, ma deve porre il fanciullo a contatto col mondo reale. Scopo dell'educazione è il "dare vigore al corpo, penetrazione all'intelligenza, rettitudine all'anima". Grande importanza acquista dunque l'esperienza, attraverso la quale si acquistano buone abitudini, e l'educazione fisica, vista non solo quale fattore di buona salute del corpo, ma come formatrice della personalità e attraverso gli esercizi in gruppo, del sentimento sociale.
Lo scopo generale, infatti, che si propongono questi programmi, è uno scopo pratico-orale: preparare il fanciullo alla vita, rendendolo capace, una volta uomo, di soddisfare ai suoi doveri e di comprendere meglio i suoi diritti. Fine nazionale, dunque: gettare le basi per una effettiva unità degli animi. Una critica tuttavia si deve anche muovere a questi programmi ed è quella di non aver dato il giusto valore alla spontaneità dell'alunno. Successivamente con i Fasci siciliani, movimento politico di artigiani, operai, intellettuali e soprattutto contadini, sviluppatosi in Sicilia tra il 1891 e il 1894, sorse, sulla base delle antiche corporazioni di mestiere, la revisione dei patti agrari, e l'esigenza di migliorare le condizioni di lavoro nelle miniere. Il movimento si collegò al nascente Partito socialista siciliano, dotandosi di strutture politiche che allarmarono la classe dirigente e le autorità dello stato.
Francesco Crispi, presidente del Consiglio, nel 1893 ordinò l'intervento dell'esercito e proclamò lo stato d'assedio, soffocando nel sangue i tumulti agrari che erano scoppiati nell'isola.
Legge Baccelli (1895)
In
Heinrich Lossow: Jo
Heinrich Lossow: Jo
questo periodo abbiamo dei nuovi Programmi e precisamente nel 1895 sotto il ministro Guido Baccelli (ministro della pubblica istruzione tra il 1874 e il 1903) i quali in parte ovviano ad alcuni difetti dei precedenti. Infatti, oltre ad aggiungere dei suggerimenti molto dettagliati per ogni singola materia di studio, essi istituiscono dei fatti nuovi di notevole importanza e cioè far compiere al fanciullo il lavoro manuale che servirà "per dirigere il fanciullo a fare piuttosto che a dire come una cosa si faccia".
L'obiettivo di questi nuovi programmi, è che l'insegnamento della storia deve tendere all'educazione morale e patriottica degli alunni; I contenuti sono ridotti, poiché il popolo "bisogna istruirlo quanto basti, educarlo più che si può"; Si introducono nozioni di lavori manuali, agricoli e "donneschi", allargando anche lo spazio dell'educazione religiosa a scapito della formazione scientifica. Inoltre il grado inferiore della scuola elementare viene elevato a 3 anni, mentre quello superiore resta di 2.
Nel frattempo dal punto di vista storico, in politica estera l'Italia, pur non rinnegando la Triplice Alleanza, patto difensivo siglato nel 1882 con l'Austria e la Germania, si riavvicinò alla Francia, con cui venne firmato un accordo coloniale (1902).
Legge Nasi
Dal 1901 al 1913 abbiamo L'Età giolittiana, nome con cui viene definito il periodo della storia Italiana, in cui è centrale la figura di Giovanni Giolitti, prima come ministro dell'Interno del governo di Giuseppe Zanardelli e poi come primo ministro. E proprio sotto il governo del Ministro Zanardelli che fu eletto Ministro dell'istruzione Nunzio Nasi, il quale istituì una legge che porta il suo nome. Con la legge Nasi (1903) si consolida la posizione giuridica dei maestri e si impone ai comuni con oltre 10.000 abitanti di istituire una direzione didattica per gruppi di almeno 20 classi di scuola elementare.
Legge Orlando
Nel clima socio-politico creatosi durante il governo Giolitti matura l'esigenza di un riordino della legislazione relativa all'istruzione popolare. Si giunge così alla proposta di legge presentata dal Ministro Vittorio Emanuele Orlando nel 1904, che eleva l'obbligo scolastico fino all'età di dodici anni imponendo 4 anni di scuola elementare agli alunni che volessero proseguire gli studi e 5 anni di frequenza a coloro che concludono l'esperienza scolastica con le elementari. Inoltre istituisce la scuola popolare, comprendente le classi quinta e sesta, che funzionano soltanto per tre ore al giorno, finita la quale viene concessa la licenza di scuola primaria. Con questa legge furono migliorate le condizioni economiche e giuridiche degli insegnanti.
Legge Daneo-Credaro
Heinrich Lossow: Danae
Heinrich Lossow: Danae
Nell'estate del 1911, Giovanni Giolitti presidente del Consiglio, e il ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, pur avendo deciso di entrare in guerra contro la Turchia, inviandole il 29 settembre una dichiarazione di guerra, (senza l'approvazione del Parlamento, come previsto dall'articolo 5 dello Statuto), attraverso un procedimento legislativo legato alla legge Daneo-Credaro (pedagogisti e politici) fatta nel 1911, lo Stato provvede ad assumersi direttamente l'organizzazione e la spesa della scuola elementare dei Comuni più piccoli. L'intervento statale si concretizza così, su tutto il settore scolastico, dall'elementare a quello medio e al superiore. Si attiva l'istruzione elementare obbligatoria per i militari in servizio nell'Esercito e in Marina. In ogni comune si istituisce come ente morale, dotato di personalità giuridica, il Patronato Scolastico. Nello stesso tempo però l'osservazione della realtà contemporanea in una società in cui il nascente processo di industrializzazione accentuava le disparità economiche e sociali tra i vari ceti, metteva a nudo la crudele importanza dei fattori materiali ed accentuava il senso del contrasto tra le esigenze della spiritualità e del sentimento e l'impossibilità di realizzarle concretamente. Nasceva una nuova forma di pessimismo, generato dall'osservazione di un'umanità condizionata dai bisogni economici, dalle circostanze materiali ed ambientali, dallo stesso inganno dei sentimenti spesso contraddetti e negati dalle crudeli esigenze della vita. I lodevoli intendimenti della legge si scontrano con numerose difficoltà pratiche e con l'ostilità di coloro che temono sia la laicizzazione che la burocratizzazione della scuola pubblica. Lo scoppio del conflitto mondiale diventa così un' ulteriore battuta d'arresto, che apre il periodo di instabilità politica e sociale dal quale emergerà il fascismo sostenitore di una nuova e diversa riforma dell'istruzione.
Conclusioni
I valori morali dell’educazione, dal periodo post-unitario alla Prima Guerra Mondiale, sono stati perpetuati a volte da un’educazione laica, a volte da un’educazione religiosa. L'educazione laica, mirata ad un’educazione civica per una presa di coscienza dello Stato unitario appena formato e l’educazione religiosa, a cui veniva affidata l’educazione morale del popolo, tesa a sedare gli animi con i propri dogmi. Tutto ciò avveniva a seconda dei vari governi che si sono succeduti in quest’arco di tempo.
Bibliografia
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F. Dubla, Appunti di Metodologia della Comunicazione Formativa, Taranto, 2002.

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