III.
Miglioramenti agrarii
E Raynal punto non s'ingannava, allorché diceva, ch’essa forma e costituisce la forza interna degli stati, attira i tesori dall’estero, crea la ricchezza, e l’innalza a madre feconda che alimenta e nutrisce tutto il genere umano.
La coltura delle terre dunque per siffatte ragioni, esser dovrebbe il soggetto delle costanti sollecitudini di colui che alla terra affida i suoi capitali, perchè li riproduca e li aumenti.
Non è dubbio che l’arte abbia sempre preceduto la scienza, e che gli uomini si sieno serviti delle cose assai prima d’innalzarle a principii; ma l’arte che sdegnò di associarsi alla scienza, quando questa fu trovata, rimase barbara com’era, e come sono tutte le cose che non escono dalla sfera delle primiere invenzioni, dei primieri trovati.
Chi può non dire che il processo agrario della Puglia in generale sente ancora della primitiva barbarie?
Chi può non dire, che i nostri industriosi anziché istruire i bifolchi, o almeno i loro così detti massari di campo del miglior modo di coltivare le terre, per fatale ignoranza o per riprovevole incuria si fanno essi medesimi a seguire gli errori dei massari, e pendono dai labbri di codesti ignorantacci per tutto ciò che riguarda economia ed agricoltura; da codesti eterni elogiatori della primitiva barbarie dell’arte, i quali ciecamente seguono gli esempi degli Avi nella incapacità in cui sono d’interessarsi a paragonare i fatti tra loro, e dal confronto di essi elevarsi a ragioni certe pel migliore andamento colonico, e sieno pure nozioni semplicemente sperimentali?
L’attuale processo agrario è circondato da pregiudizi, bravato da superstizioni e da errori fatali; onde non può partorire tutti quegli effetti salutari che la industria spera, e non ottiene, né sarà per conseguir giammai, se non si muta con altro migliore.
E quello ch'è triste, ma conseguente effetto della viziosa ignoranza, (poiché l’ignoranza è vizio) suole addebitarsi per cieca superstizione ora all’apparir delle comete, ora a malattie occulte delle piante, ora all’abbondanza delle pioggie, ed ora al tempestar dei venti, e persino (vergogniamo a dirlo) alle bugiarde e mostruose antiveggenze del Barbanera!
I sabbiosi, per esempio, i siliciosi calcarei, i denudati dello stato corticale, ecc. non saranno mai buoni ad uso di seminagione, sibbene alle piantagioni, ed al pascolo.
Or la puglia piana è composta di terreni calcarei-argillosi ferruginati, di argillosi ferrati, di calcarei semplici, e di sabbiosi e siliciosi semplici.
Non vi è qualità migliore dei primi per la produzione dei cereali; ma sementandosi i sabbiosi, siliciosi semplici, ecc. quello che produrranno i calcarei argillosi sarà perduto nella seminagione degli altri insignificanti.
Ma la fatale ostinazione di voler seminar molto, spinge il colono ad abbracciar ogni qualità di terreno, nella stolta credenza che basta sementare per raccogliere; epperò non vuole o non sa esaminare, se abbia o pur no il terreno sufficienti mezzi di nutrizione, se abbia o no perduto l’umido nativo; è terra, ei dice, e deve produrre. Sì, ma non come dici, per fronteggiare almeno le spese e l’interesse più tenue del capitale impiegato; invece come cinque, e questa cifra non basta a rinfrancare le fatiche di un anno; quindi bisogna detrarre dal capitale nella mancanza della rendita, e detrarre in perdita è struggere il capitale sensibilmente: perlocché non può non confessarsi, che l’attuale coltura delle terre pugliesi è conseguenza di semplice moto macchinale in cui non v’ha parte alcuna di operazione intellettuale.
Il terreno adatto al vigneto si semina a cereali, e viceversa; e il proprietario insieme al bifolco ambo schiavi degli antichi sistemi nella parte peggiore, si ridono dei processi della scienza che con minor spesato procura maggiori prodotti.
Non è da revocarsi in dubbio, che la terra non invecchia mai. Ma ciò avviene quando non manca di necessari ed opportuni sussidi, Terrem numquam senescere, scriveva il Columella, però aggiungeva si stercoretur.
Il sussidio più energico per la terra coltivata è nel letame: per aver letame a sufficienza bisogna aver industrie gregarie, ma la Puglia piana ha distrutta la industria pastorale; dunque è balordaggine voler ottenere il fine senza impiegare i mezzi necessari per conseguirlo.
Laonde il colono pugliese non otterrà mai più i prodotti abbondanti ed eccellenti d’un tempo, se non si procura i sussidi indispensabili, onde ristorare i suoi terreni, e per conseguir ciò è mestieri che ponga in giusto equilibrio la pastorizia con l’agricoltura.
Dovrebbero per questo i proprietari non più sementare i terreni isteriliti per successive e non interrotte seminagioni, lasciandoli ad uso di pascolo; rafforzare gli altri con opportuni ingrassi, e migliorare il processo agrario.
Ma ciò non basta.
Or questo principio in Puglia va malamente inteso ed applicato; perciocché per varietà di semente intendono i prodotti raccolti dai diversi terreni. Questo è un errore.
Varietà di semente vuol dir varietà di specie; cosicché se in questo anno un terreno è sementato a grano duro, è mestieri nell'anno vegnente sementarlo a maiorica, ad avena, ad orzo, a fave, secondo la forza nutritiva di esso, e gli opportuni ingrassi.
Ed a questo proposito è da lamentare grandemente il cieco e stupido sistema delle attuali rotazioni agrarie, non ultima sorgente della miseria pugliese!
Che si disprezzino le migliorie agrarie sui terreni saldi di fresco dissodati, e sia.
Che non si coltivino con arte e diligenza le terre provvedute di sufficienti elementi nutritivi, e sia pure: ma che si usi la stessa incuria per quelle isterilite e di mediocre condizione chimica, questa è dissennatezza, è cecità, è barbarie, che vien punita con la miseria crescente e con dolori di lunghissimi anni!
Industriosi della puglia piana, è pel vostro bene che suonano amare le nostre parole; è per la vostra felicità che scriviamo questo libro, fate dunque senno e ponete mente a quel che fate, e nello stesso tempo a quel che dovreste fare, per mettere un argine salutare alla miseria che v’incalza e vi preme, ed all’abisso in cui siete per precipitare.
Fate senno, o industriosi, e comprendete bene, che il sistema di sementar per quattro anni di seguito sopra terreni isteriliti o di mediocre condizione chimica, è rovinoso.
Comprendete bene; che la maggese morta sopra questi terreni, è capitale perduto; perché la continuazione delle arature isterilisce maggiormente il terreno, allorché manca di principi nutritivi, ovvero ne possiede una parte infima.
Comprendete bene; che sementar grano per due anni consecutivi sopra questi terreni, e per altri due avena ed orzo, è il più pessimo sistema agrario che vi sia, e l’esito dovrebbe istruirvi della veridicità delle nostre assertive.
Comprende infine, che le vostre terre han bisogno d’ingrassi, e non avendoli, è mestieri lasciarle a riposo per un tempo sufficiente da una seminagione all’altra, e nell’ intervallo prepararle a maggese. In questo solo caso, la maggese morta può giovare, ed esser feconda di ottimi risultati.
Rimembrate, che le vostre terre sotto il regno di Alfonso d’Aragona fruttavano il triplo di quello che fruttano oggi, e sapete perchè? perchè gl’ingrassi eran frequenti e il letame in abbondanza, e ciò non ostante la rotazione agraria era biennale.
Oggi per lo contrario, gl'ingrassi non avvengono mai per la mancanza del letame, e sopra lo stesso terreno sementate quattro anni di seguito.
Rimembrate, che allora non ostante le guerre esterne, i tumulti e le cospirazioni interne, i mutamenti di principi e governi, l’idra feudale che inghiottiva due terze parti del prodotto delle vostre industrie in generale, la scienza agraria ancor bambina, i vostri padri eran tra i ricchi e potenti; ed oggi nel progresso delle scienze, delle arti, e segnatamente della meccanica che vi fornisce i mezzi opportuni, mercè le macchine di far con la forza di tre quello che allora operavasi con la forza di cento, oggi voi siete miseri ed abbietti.
Né attribuite esclusivamente ad altre riposte cagioni l’attuale stato di miserie imbellettate, vero sepulcrum dealbatum; perciocché esso è conseguenza in gran parte della vostra incuria, dei vostri calcoli mal fondati, della vostra superstizione.
Di fatti, neanche l’esperienze durate valsero a persuadervi, che l’arare il terreno che si vuol preparare a grano, dopo bruciate le stoppie senza frapporvi intervallo alcuno, sopratutto dietro la caduta delle pioggie, produce immancabilmente alle piante nei mesi di Dicembre e Gennaio la così detta malattia del verde-secco.
La generale incuria messa nella scelta delle sementi è una delle cagioni precipue della cattiva qualità del grano.
Il sistema adunque da adottarsi per i terreni eccellenti e rafforzati dalla letamazione è il sementarli in ogni anno, usando la diligenza di cambiare sempre la semenza e di coltivarli bene, perché in questo sol caso la terra non invecchia mai.
Per i terreni non letamati in generale, la rotazione dovrebb’essere biennale.
I terreni di cattiva condizione, od isteriliti dovrebbero poi lasciarsi ad uso di pascolo esclusivamente.
La scelta della semenza non è raccomandata abbastanza, e così pure la coltivazione della sarchiatura da farsi col solo zappullo o col sarchiatore Toscano.
Ultimo miglioramento colonico sarebbe infine l’uso di macchine opportune e strumenti agrari novellamente inventati e perfezionati coi quali si economizza tempo, braccia e spesato, e si ottengono effetti meravigliosi a compimento del processo agrario da noi proposto.
È vergognoso e dannevole ad un tempo, come in una provincia, ove si semina una così sterminata estensione di terreni, e nel secolo dei più grandi trovati meccanici, non si sia fatto un passo più in là dei tempi di Columella in quanto a macchine e strumenti agrari.
L’aratro impiegato per tutti i lavori è tuttavia il Columelliano! Eppure dove meglio, che nella Puglia piana possono sperimentarsi gli effetti delle macchine che s’inventano tuttodì? Le macchine agrarie sono proprie della grande coltura, e in nessun altra provincia del Regno si coltiva una sì grande estensione di terreni quanto in Capitanata.
Ma il proprietario industrioso è sventuratamente guidato dai pregiudizii plebei, li divide, li adotta, li favorisce, e corre a rovina.
Quello che avvenne al povero operaio Hargreaves nel 1767, nel paese di Lancaster, per aver egli inventato un meccanismo, onde filare il cotone, lo stesso avviene oggi tra noi a chi voglia introdurre macchine Agrarie.
Allora la rabbia del popolo costrinse Hargreaves ad abbandonare la sua patria; oggi l’ignoranza e la superstizione dei massari obbligano i proprietarii non meno superstiziosi di essi a bandire le macchine.
Non possiamo tacere però, che dove non vi son macchine, ivi non vi è incivilimento; e in questo assioma si riassume quanto da noi sinora si è detto al proposito.
Nondimeno augurandoci che gl’industriosi della Puglia piana facciano senno, pel loro esclusivo vantaggio, sentiamo il debito di additare ad essi quelle macchine e quegli strumenti agrarii, che possono meglio adattarsi e alla natura del suolo, e alla capacità dei bifolchi, e allo stato finanziario di ciascun proprietario industrioso.
L’ illustre Marchese Ridalli di Toscana, dottissimo Agronomo, pubblicò un catalogo degli strumenti agrarii vendibili a prezzi fissi nel potere-modello-sperimentale creato e regolato da lui in Meleto. Tra i vari e moltiplici strumenti havvene alcuni che per gl’industriosi pugliesi sarebbe della massima necessità ed importanza d’introdurre.
1. Il colto Grangé con carretto, che si vende per ducati 34 pari a lire Toscane 170.
Esso offre il vantaggio di lavorare senza fatica del bifolco, e quasi senza essere guidato; quindi è utilissimo per le grandi estensioni di terreni ad uso di seminazione.
Mercè le cure del signor Laurent francese è diventato più perfetto e più semplice, ed ogni bifolco può usarlo.
2. L’ estirpatore a cinque vomeri che vale ducati 28 pari a lire Toscane 140.
Esso può essere impiegato ne' lavori secondarii, per distruggere l’erbe nocive ed effettuare la sementa di certe piante.
Offre il lavoro di tre coltri ad un tempo uguale, ed esige nei casi ordinari un solo paio di buoi.
3. Il Ventilatore per grano, biade, cc. che vale ducati 20 pari a lire Toscane 100, macchina eccellente per spolverare e rinfrescare grani e biade senza muoverli di granajo, e da adoperarsi sull’aja, quando manca la brezza.
4. Il Trebbiatore, macchina importantissima per l'economia campestre.
Secondo le relazioni del signor Sinclair, del signor Léonard, e dei fratelli Mothes francesi, i suoi vantaggi sono immensi, certi, e permanenti.
Con esso si economizza un ventesimo del prodotto dei cereali, ed un tempo da non potersi mettere a calcolo; si prevengono le prevaricazioni; i cereali danneggiati dall’umidità possono essere salvati col pronto sgranellamento e susseguente disseccazione; facilita il ricolto per la semina e i mercati in caso di carestia, prepara la paglia pel nutrimento dei bestiami, evita l’imbrattamento dei grassi colla terra delle aje, li segrega dai piccoli semi dell’erbe nocive e dalla pula; infine affranca animali e bifolchi dal duro e penoso travaglio della trebbia, rende l'industrioso libero dai capricci degli operai , e risparmia tempo e spesato, poiché dà circa 35 tomoli di grano nettissimo al giorno, e quattro soli bifolchi bastano per fare il servizio dei covoni e della trebbia.
Questa relazione nan è nostra, né conseguenza di nostre particolari esperienze ma la togliamo di peso dall’appendice al Catechismo Agrario del Pollini, però non possiamo tacere che gl’inventori di macchine in generale son tutti presi dal malvezzo di magnificare gli effetti delle macchine da loro inventate per invogliare gl’industriosi a comprarle. Non possiamo tacere, che spesso questo riprovevole ciarlatanismo è valso a discreditare una macchina, che in seguito avrebbe potuto ricevere ulteriori modifiche e miglioramenti.
Non possiamo tacere infine, che gl’industriosi ingannati dai programmi bugiardi degl’inventori, e dalle azzardate relazioni dei dotti scrittori anch’essi tratti in inganno, han comprato delle macchine, e le han poi trovate in opposizione delle ventilate ciarle, rispetto ai promessi effetti.
Da ciò è nota quella specie di scetticismo negl'industriosi più intelligenti, allorché se gli propone una macchina agraria, e se ne levano a cielo i salutari effetti.
Epperò non possiamo non raccomandare ai coloni pugliesi il Trebbiatore Rinaldi.
Esso è una modifica delle macchine cilindriche, e può dirsi invenzione del tutto originale tanto si discosta dalle altre.
Il congegno della macchina con falci e picchetti è situato al di sotto di un carretto tirato da uno, o al più due animali, e guidato da un sol uomo.
Lavorando sola questa macchina dà il prodotto per tre paia di giumente in un giorno; ma unita alle giumente i suoi effetti sono maggiori.
É indubitato però, che i soccorsali vantaggi di questa macchina non sono efimeri, poiché offre il risparmio di cinque animali, e di parecchi bifolchi indispensabili per la guida delle giumente, tenuto conto dell’animale impiegato a tirare il carretto, e dell'uomo che lo guida.
Il costo di essa è di ducati 120; il suo meccanismo facile ed alla portata di tutte le intelligenze, e la sua durata continua e permanente.
Epperò di quante macchine trebbiatorie nostrali si è fatto sinora esperimento tra noi, questa a parer nostro merita le più serie considerazioni per l’uso che può farsene, e i vantaggi che offre.
Abbiamo voluto esser troppo rigidi e severi nella esposizione dei vantaggi che presenta questo novello Trebbiatore inventato nel 1850, perchè il signor Rinaldi è nostro concittadino; e dicendone dippiù avremmo potuto esser tacciati di parzialità, e fors’anche di deferenza.
Amicus Plato, sed magis amica veritas, è la massima che teniamo a guida, ed amico o nemico che ci sia il signor Rinaldi, nell’interesse della scienza e della prosperità pugliese, noi sentivamo il debito di annunziare col linguaggio del vero quello che va e vuol esser raccomandato come tale.
Infine non possiamo non raccomandare eziandio agl’industriosi di Puglia l’uso del così detto aratro regio, utilissimo per le maggesi, e per tali lavori da preferirsi al Columellimo, ed a qualunque altro sinora inventato.
La terra non è madrigna, ma vera e provvida madre dell’uomo.
Essa però non sa compensare, che quelle sole operazioni, che figlie dell'arte, e delle scienze regolatrici degli umani destini, sanno obbligarla a fecondare, sviluppare, alimentare, e produrre in modo perfetto e compiuto tutto ciò che può servire ai primi bisogni della vita e in benefizio di colui che vuole e sa profittarne con mezzi acconci ed opportuni.
L’arte e la scienza dunque son necessarie all’uomo, in quella guisa che l’uomo è necessario a se stesso ed alla terra.
E l’arte e la scienza insegnano all’uomo le regole più giuste e raffinate della economia rurale, e i precetti chimici-pratici nella scelta dei diversi terreni per destinarli alle varie colture, e dall’armonia di queste conoscenze indispensabili può soltanto scaturire la ricchezza privata, primo elemento della pubblica e della prosperità e potenza di tutto uno Stato.
1 La Traglia è uno strumento barbaro a forma di zattera, composto di roveri e lentischi situati simmetricamente intorno ad una trave di palmi dieci di lunghezza. Essa è sopraccaricata di grosse pietre per contrabbilanciarne il peso, ed è tirata da un paio di buoi o di cavalli. L’uso di essa non è per mancanza di tempo e di braccia a coltivare; ma per rinfranco di spese. Con lo zappullo una versura sarchiata richiede carlini 20; con la traglia 4; ma i carlini 16 di rinfranco son nulla appetto dei danni immensi che ordinariamente la traglia cagiona alle piante.