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di Matteo Stuppiello

Attrezzi casalinghi
Attrezzi casalinghi
Le abitazioni dei braccianti, fra la fine del XIX e la mètà del XX secolo erano - generalmente - seminterrati, i juse. Si trattava di una casa povera, costituita da un unico ambiente umido e malsano al quale si accedeva per una scala in pietra, ripida e spesso con lastre rotte e sconnesse. Unica fonte di luce e di aria era la porta di ingresso alla quale, solo raramente e permettendolo la struttura muraria della casa sovrastante, si aggiungeva una piccola finestra. In un ambiente così angusto viveva spesso più di una famiglia, con un numero considerevole di persone, per non parlare degli animali: il cavallo per il lavoro, le galline, i conigli ed altri animali da cortile allevati per essere venduti. Le condizioni igieniche erano aggravate ed oltremodo compromesse dalla mancanza di acqua e di servizi. L'unica provvista di acqua disponibile - conservata in una grossa giara di argilla, la rasoule - era possibile solo acquistandola dagli acquaioli, l'acquareule. Questi attingevano l'acqua dai pozzi e - dal 1923 - alle fontane realizzate dall'Acquedotto Pugliese e la trasportavano, con i carretti, in barili di legno, i mmandègne.
La casa del bracciante
La casa del bracciante
Ogni acquaiolo aveva una propria zona di lavoro ben definita. Alla chiamata della massaia, caricava il barile sulle spalle e lo trasportava fino in casa, provvedendo direttamente a versare l'acqua nella giara. La giara era poggiata su una base monolitica, u sottarasoule, fornita anteriormente di una vaschetta per raccogliere le gocce di acqua che trasudavano dal fondo della giara, evitando così ogni minimo spreco.
Nella casa erano facilmente individuabili le varie "zone", ognuna contraddistinta da un arredo e da una suppellettile minima, semplice, di produzione artigianale locale. L'angolo cucina era posto ad un lato dell'ingresso. Il camino per la cottura delle vivande era ricavato nello spessore della parete ed era formato da un piano - in muratura - a più fornelli, con griglie e sportelli di ferro; lo spazio sottostante veniva lasciato vuoto per utilizzarlo come legnaia.
Per conservare i poveri mezzi di combustione, che il bracciante era costretto a raccogliere giornalmente, come fascine, frasche di olivo, i ffraske de l'aleive, paglia di fave, la pagghije di ffeive, fusti secchi di asfodelo, l'avuzze. Il camino era chiuso e mascherato con due ante di legno. Accessori del camino erano i treppiedi di ferro, i trepite, di varia grandezza e di forma circolare, per poggiare i tegami da mettere sul fuoco, e il ventaglio, u ventagghije, in legno e con piume di gallina, per accendere e ravvivare il fuoco. Poche le stoviglie da fuoco: per la cottura dei legumi , ad esempio, si utilizzavano le pignatte di argilla, i ppegnete; tegami e padelle - in metallo - di varia capacità, i ttièdde, i ttianèdde, i ttianedduzze, i kakkavotte, la sartascene; una grossa caldaia, la kallere; la caratteristica padella bucata per le caldarroste, la varale. Il tavolo da pranzo, la bbuffètte, di varia grandezza, aveva un cassetto, u trateure, per riporre le posate. Le sedie erano a fondo impagliato, i ssigge de pagghije, e non mancavano alcuni sgabelli, i ffreddizze, realizzati con legno leggero di ferula. Il pasto veniva consumato in un unico piatto di argilla smaltato, di grandezza proporzionale al numero dei componenti la famiglia, u piatte grusse, u piatte mezzene. Di argilla erano anche gli orci per l'acqua e per il vino, u cicene, la ggiarre, i vukele, i vukalètte. Ogni famiglia possedeva una spianatoia, u tavelire, per "fare" la pasta, il pane, i dolci , con opportuni accessori: un etto di ferro, la raretoure o radetoure; varie misure in legno, per la farina, i mmeseure; una serie di mattarelli di legno; i canestri, i kanistre, per trasportare il pane - avvolto in un panno - al forno per la cottura; grosse teglie di ferro, i rramere, di forma rettangolare con bordi bassi, per i biscotti ed altri dolci, nonché per i taralli.
Ad un altro lato della stanza era posto il letto matrimoniale, di struttura molto semplice: su due alti trespoli di ferro, i trestidde de firre, poggiavano grosse assi di legno, i ttavele du litte, sulle quali si adagiava il materasso, u matarazze, imbottito con paglia di avena, grano, mais. Le famiglie più povere ed indigenti usavano, come materasso, u sakkoune, fatto di tela da sacco molto ruvida. Il materasso era fornito di apertura laterale per consentire di rimuovere e sollevare la paglia con l'ausilio di una forchetta in legno con manico lungo e a due denti, la furcèdde.
Vecchia foto di Borgo Calano (SML) Dal web
Vecchia foto di Borgo Calano (SML) Dal web
Sotto il letto, grazie all'altezza dei trespoli, venivano riposti gli attrezzi agricoli ed anche - in grandi canestri - cipolle, patate, pere selvatiche, i pprascene, lampascioni, i lambasceune. Un vero deposito di viveri, per chi ne aveva la possibilità. I bambini spesso dormivano tutti insieme su grossi sakkoune; per i neonati si usava la culla di legno, la navikule. L'unico servizio igienico, ad uso di tutta la famiglia, era costituito da un grosso vaso di argilla smaltata con coperchio di legno.
D'inverno la casa veniva riscaldata con un braciere di ferro, u vrascire de firre, nel quale venivano fatti bruciare carbone, la rusce, o carbonella, la karvunèdde, attizzati con l'ausilio di una paletta di ferro, u paletteine de firre. Il braciere veniva inserito in una base di legno molto più larga, u pete du vrascire, di forma circolare; intorno, per protezione, veniva collocata un'alta gabbia cilindrica di ferro che veniva utilizzata anche per poggiarvi ad asciugare i panni, u ssukapanne. Alla sera tutta la famiglia si raccoglieva intorno al braciere.
Ogni casa era normalmente fornita di una cassa di legno, u kascioune, usata anche come panca, in cui veniva riposta la biancheria e i pochi capi di abbigliamento che la famiglia possedeva. Per fare il bucato, i panne, l'occorrente era costituito da: un grosso recipiente di argilla, u kofene, a forma di tronco di cono rovesciato, in cui la biancheria veniva mesa a mollo, a mmudde, con l'aggiunta di cenere, la lesseije; una grossa tinozza di legno, la gavete, per il lavaggio; un asse di legno, la prete, con la caratteristica gradinatura per sfregare, a strukelé, i panni; altri recipienti di argilla, i kufanidde, per il risciacquo; la corda, la zouke, per stendere i panni al sole; lunghe forche di legno a due denti, i ffurcidde di panne, per mantenere tesa la corda; infine, il ferro da stiro, u firre da steire, dotato di caldaietta in cui veniva introdotta carbonella per riscaldarlo.
La casa veniva illuminata con lumi a petrolio e lucerne alimentate da olio di morchia, l'ugghije de morghe, la cui combustione produceva uno sgradevole odore. Quella fin qui descritta era l'abitazione "tipo" in cui il bracciante - per le condizioni di miseria in cui versava - era costretto a vivere. Esistono ancora nella nostra città i succitati seminterrati, i juse, ma per fortuna vengono quasi esclusivamente utilizzati ormai solo come depositi.

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