Il telefono
A febbraio 1950 si seppe che la pratica per impiantare il telefono a Borgo Celano e a S. Matteo era stata approvata dal Ministero delle Poste. Il Sindaco di San Marco, Giovanni Palatella, insieme al Segretario Comunale, Gilberto Cristofoletti e il Rag. Delle Vergini hanno “approvato, confermato ed aiutato la buona riuscita del lavoro”. I lavori per l’impianto telefonico iniziarono a marzo dello stesso anno. Provvisoriamente fu stabilito che l’apparecchio telefonico di S. Matteo fosse collegato all’Ufficio Postale di San Marco, e in seguito direttamente al centralino della S.E.T. Il telefono arrivò nel 1952: una monumentale struttura lignea di grande valore arredatorio, munita di manovella e campanello ma priva del disco numerico. La procedura per telefonare era alquanto farraginosa: l’utente girava la manovella, il segnale era captato da Pietro, il barista di Borgo Celano, il quale componeva il numero richiesto e si aspettava finalmente la voce del corrispondente.
I segnali di fumo degli Indiani d’America sembravano tecnologicamente all’avanguardia.
Il cronista, a questo punto, sente il dovere di ringraziare tutti i personaggi che l’instancabile p. Gerardo aveva coinvolto nell’operazione “telefono”: il Ministro delle Poste e telecomunicazioni on. Raffaele Jervolino, gli Ing. Lenzi e Borghi, il Consigliere di Stato Dott. Di Pace, e soprattutto l’Ing. Cocuzza, vera anima di tutta l’operazione. Furono ringraziati anche gli operai, specialmente Antonio Biscotti e Pasquale Di Lorenzo, fratello di p. Gerardo.
L’automobile
D’altra parte le distanze con i centri abitati vicini, San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo, non sempre si potevano percorrere a piedi o col calesse. Esisteva, poi, una urgenza di nuovo conio: spesso i giovani frati studenti erano invitati a cantare le messe nelle feste patronali e altri eventi anche in luoghi lontani, e soprattutto intervenire ai funerali, cosa che accadeva spesso a San Marco, San Giovanni e, non di rado, anche in altri paesi del Gargano. Nel camioncino si stava stretti, ma era sempre meglio che andare a piedi. I tempi eroici continuavano ma all’orizzonte si profilava un futuro migliore.
Il trionfale collaudo del camioncino avvenne il 20 aprile del 1950 quando la fraternità, frati sacerdoti e frati studenti, ebbe l’audacia di arrivare col suddetto trabiccolo a Castellana per vedere le grotte. Furono ospiti dei frati di Castellana e, sulla via del ritorno, di quelli di Molfetta.
Il camioncino, diventato un personaggio, fu al centro di diverse tragicomiche avventure in mano a fratelli laici, autisti per obbedienza, che spesso confondevano il freno dell’auto con la “martellina” dei carretti. Comunque, con l’Ardita 9000 sport S. Matteo era entrato irreversibilmente nella modernità, cosa che ancora non avveniva in nessun altro convento. Il 13 dicembre 1953 iniziò il declino del glorioso camioncino. I giovani studenti di S. Matteo si erano recati a Foggia alla chiesa di Gesù e Maria per assistere alla consacrazione episcopale di p. Agostino
Castrillo. Sulla via del ritorno, alla salita della Torre, dopo il terzo tornante della strada provinciale Foggia-San Marco, verso le ore 23, la ruota destra posteriore si staccò. L’automobile azzoppata restò sul posto per tutta la notte. I giovani frati studenti verso mezzanotte arrivarono in convento dove, stanchi e infreddoliti, dovettero subire l’interrogatorio del p. guardiano. Erano tempi eroici e anche le disavventure erano divertenti.
Terminava, così, il materiale isolamento del convento di S. Matteo durato molti secoli, che aveva messo a dura prova i frati costretti a percorrere a piedi ogni giorno, e spesso più volte al giorno, la scomoda e acquitrinosa strada dello Starale per la spesa, gli incontri col TOF, per la posta e per tutte le evenienze della vita religiosa, conventuale e sociale. Il telefono, insieme all’Ardita 9000 sport, significava per il convento l’inizio di una fase completamente nuova che metteva in primo piano il rapporto umano e riprendeva, in termini moderni, la tensione irradiativa
che aveva caratterizzato l’impostazione di vita della fraternità religiosa di S. Matteo fin dalla sua prima costituzione, nel 1578. Il convento di S. Matteo, come quello della Madonna di Stignano, pur insistendo materialmente a San Marco in Lamis, non sono mai stati conventi di paese.
La televisione
Nel 1958 la Radiotelevisione Italiana chiese ed ottenne la disponibilità di un angolo dove sistemare il ripetitore che consentisse anche ai sammarchesi di poter usufruire del nuovo servizio. San Marco in Lamis, difatti, nascosto nel fondo della valle ne era escluso. Il convento di S. Matteo, posto a mezza costa sul Monte Celano era ben visibile dal lontano Monte Faito e dal più vicino Monte Cornacchia dei Monti della Daunia.
Per consentire un’efficiente controllo delle trasmissioni, così suonava la motivazione inviata ai nostri superiori, la Radiotelevisione Italiana dotò il convento di un televisore, il primo della provincia monastica, il quale, tuttavia, nonostante le frecciatine dei giovani frati studenti, rimaneva irrimediabilmente chiuso a doppia mandata, aprendosi a stento solo per le partite di calcio importanti. L’utilizzo del televisore fu moderatamente liberalizzato per merito dell’Associazione Culturale Giovanile “Giosuè Borsi” di cui si parlerà nella “Storia Culturale”.