Nel suo teatro l'attore era l'unico re di Gigi Proietti

Autografo di Gigi proietti
Autografo di Gigi proietti
Gigi Proietti sta portando in tournée sulle scene italiane Ma l'amor mio non muore, dedicato a Petrolini. "Nessuno, scrive, sa qual era il suo vero approccio alla recitazione".
Ogni tanto qualcuno afferma di avere scoperto la nuova Anna Magnani, il nuovo Gassman, il nuovo Sordi. Quando dicevano di Petrolini "discende dalla commedia dell'arte" lui rispondeva: "Io discendo solo dalle scale di casa mia". E così anche a me piace dire di me. È evidente che nessun attore nasce dal nulla e che nel teatro non esiste niente di nuovo. Diceva Petrolini, "torniamo all'antico, faremo un progresso", e io ad esempio preferisco essere un antiquario più che un robivecchi.
Con questo spirito mi sono divertito a scomodare ogni tanto il teatro dell'attore che precede il teatro dell'organizzazione registica, dove l'interprete è diventato sostituibile. Io penso che ci debba essere ancora spazio per un teatro in cui il progetto sia l'attore stesso. Petrolini e Viviani lo prevedevano. C'era anche il teatro di testo, di Pirandello, Rosso e tanti altri: strade parallele. Petrolini era talmente convinto dell'autoralità dell'attore in quanto elemento fondante della "rappresentazione", che teorizzava l'idiozia, il gioco di parole, il vuoto assoluto di senso. Uno spappolamento del linguaggio. O sennò uno "slittamento": l'uscita dell'attore dal personaggio, il dialogo improvvisato col pubblico, e la rientrata nel personaggio ("è tutto un entra, un uscì, entra, esci... certe correnti d'aria!", citazione dal mio A megli occhi, please), ed era, non so quanto consapevolmente, vicino alle teorie dello straniamente brechtiano. Ma gli intuiti di Petrolini derivavano dall'esperienza pratica, dalla scena, non da teorie a tavolino. Quindi lì la prassi precede il sistema, e l'artigianato diventa arte.
Io non ho niente a che vedere con Petrolini Ettore, però nel mio recente spettacolo per i settant'anni dalla sua morte Ma l'amor mio non muore (unico omaggio, m'è parso, a un mito nazionale come lui) mi sono creato un mio Petrolini, perché altro non avrei potuto fare. Nessuno sa quale era il suo vero approccio alla recitazione, il suo carisma, i suoi tempi. Ricordo un critico che diceva che io petrolineggiavo perché parlavo molto rapidamente. Petrolini, credo, fece rapidamente solo Fortunello, per il resto fu il dio delle pause lunghissime (basti guardare il suo Medico per forza: una parola ogni minuto, e silenzi addirittura imbarazzanti).
Gigi Proietti
Gigi Proietti
Una volta Fellini, che veniva spesso a vedere A me gli occhi, please alla Tenda di Piazza Mancini a Roma, mi disse: "Tu non devi usare testi complicati e faticare per renderli comprensibili. Casomai fai il contrario, usa testi elementari e dagli spessore". Allora non capivo, ora mi sembra di cominciare a capire... Questa forma di teatro d'attore, che poi è squisitamente petroliniana, fa leva su un artista che racconta se stesso, e che potrebbe non dire niente, fare solo dei grammelot. Petrolini da lontano m'ha insegnato che il teatro non può confondersi con la letteratura, sono cose addirittura opposte. Io mi rifaccio ai suoni petroliniani che vengono fuori dai dischi, che però presentano una deformazione fonografica. Chissà che timbri aveva, probabilmente era tenore e io sono basso. Certo è che non lo imito: basti aver visto la sintesi che ho appena fatto di Benedetto fra le donne, commedia sua cui m'ero già rivolto in Caro Petrolini, ispirato anni fa da Ugo Gregoretti, con un personaggio che forse era realistico e patetico, che io ho trattato invece come una marionetta.
Ma chi d'altronde può dirsi erede di Petrolini? Dopo la guerra, mentre trionfava il teatro strutturato con testi e ruoli, nel varietà solo qualcuno, volendolo o no, ne seguiva le tracce: Ci avete fatto caso di Aldo Fabrizi, il nonsenso, le filastrocche e le macchiette di Rascel. D'altra natura è l'attore-autore solitario tipo Dario Fo. Petrolini quando entrava in scena modificava lo spazio, e con Ronconi, che amo, è obbiettivamente più difficile far vedere che sei entrato. Importante, il concetto dell'elementarità del teatro raccomandata da Fellini. Io sono dell'avviso che anche Shakespeare a suo modo può essere elementare, e dipende dall'angolazione con cui ti ci avvicini: non è elementare la parte barocca, ma le storie tipo Otello sì. Se penso alla scena dei giorni nostri, questa elementarità di storie sgorga dalle epopee popolari montate in forma di monologo da uno come Ascanio Celestini (anche se il suo è un linguaggio solo apparentemente elementare), abituato a una confidenza col pubblico che alla lontana somiglia al rapporto diretto di Petrolini con la platea.
Io pure ho avuto questa tentazione coi classici: con Cirano, mi sarei levato il naso per far capire che c'era il trucco, salvo a deludere perché il mio naso è grosso come quello finto. Eh, i trucchi del teatro. Petrolini conservava gelosamente anche un doppio volto del mondo della critica. Eduardo lo andò a trovare negli ultimi tempi lamentandosi d'una stroncatura, e il grande attore romano rispose "Quello è uno che chiede i soldi. Io c'ho la prova, c'ho una lettera". Eduardo subito: "Me la devi dare". Petrolini: "No". Eduardo: "Dai, dammela". Petrolini: "La tengo nel primo cassetto del comò". Eduardo: "Allora me la dai?". Petrolini: "Rùbbamela".
Ecco, Petrolini dovrebbe essere studiato inAccademia, ma come genere irriproducibile, come un Kean popolare. E l'aneddoto tra lui e Eduardo vale per tutta la tecnica, la bravura di cui fu capace. Petrolini non dava via la sua arte: tutt'alpiù, andando d'intuito, gliela si può rubare.