Vincenzo Talarico, Epoca, anno II, n. 28, 21 aprile 1951

Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Le nostre sale d'incisione si preparano alle vacanze estive lavorando a pieno ritmo. Passano voci d'ogni timbro e colore. Direttori d'orchestra e musici minori, votati all'obbedienza d'un comando luminoso: "Silenzio", son fusi in un rigore d'automi. L'ago del cronometro misura il tempo. Finestre chiuse ermeticamente, tendaggi alle pareti, lungo il soffitto, lampadari soppesi entro campane di seta gialla, in questa luce, fra un senso d'attesa che non vien meno neppure per un istante, si dimentica il giorno e la notte. Il suono rimbalza, tuona, e par di vivere in una cassa di cristallo colata in fondo al mare.
Di qui, in questa stagione, molti anni addietro, passò per l'ultima volta Petrolini coi suoi compagni e un'orchestra di signorine, non ultima attrattiva dei suoi spettacoli a teatro. Le loro esecuzioni, date a guisa di interludi fra un atto e l'altro, andavano dalla tarantella al brano lirico, dal pezzo sinfonico al tango argentino.
Ricordiamo Petrolini istruttore e direttore. In queste sue mansioni non era davvero di facile contentatura, più severo anzi di quanto fosse lecito supporre. Prove, repliche, suggerimenti: un pizzicato al violino, un sottovoce, un coro. Si muoveva da padrone dicendo: "io sono un uomo di dominio pubblico. Sono un uomo divertente e devo fare sul serio". Intanto l'apparato registratore forniva la quinta edizione d'esame.
Altre due seguirono assai vicine alla perfezione, ma guaste da incidenti imprevedibili, uno sternuto, il salto d'una corda spezzala. Poiché non avrebbe servito a nulla fare un rabbuffo al mandolino si ricominciò:

Pe‘ ffa la vita meno amara
me so' comprato sta chitara
e quando er sole scenne e more
me sento un core cantatore

Non ci fu bisogno di altre sospensioni. Il coro filava; filavano gli strumenti che avevano i minuti contati come coloro che si avviano al patibolo. Di fronte all'altarino a quattro gambe del microfono Petrolini era pur sempre quello che conoscevamo. Non c’era ribalta, non aveva pubblico davanti a sé, ma si comportava come se ci fosse. Il vestito da passeggio non toglieva efficacia ai suoi atteggiamenti e neppure la mancanza di colletto e cravatta. Nei suoi riguardi non v’era quindi possibilità di parodia o di figurazioni lepide derivate dal contrasto fra l'espressione plastica del corpo e il senso della frase:

Tanto pe' cantà,
perché me sento un friccico ner core...

Ettore Petrolini nel 1902
Ettore Petrolini nel 1902
fu eseguita coi dischi V.d.P. HN 534; HN M5; HN 537.
Lo scenario veniva fuori dai suoi gesti mentre cantava o dal recitativo cadenzato: un'osteria, un vicolo, una donna alla finestra. Asseriva di voler fare rustico e sincero, in modo che non si sentisse la "pellicola" e le smorfie lambiccate di Hollywood. Ma perchè quell'apprensione di assomigliare a qualcuno? Il pittoresco paesano era cosa sua. pittoresco di cantante ("La voce è poca ma intonata") e di canzonatore.
Nella sua collezione di macchiette satiriche mancava fino a quel momento quella dell'attore, cantante o musicista in ascolto di sé stesso all’altoparlante dopo l'incisione. Poiché nello studio fonografico della Voce del Padrone, ieri come oggi, erano in vigore consuetudini cordiali. I tecnici, nella loro cameretta, fecero cantare il disco di cera bionda e noi vedemmo Petrolini. con l'occhio indulgente, spoglio il viso delle morettine sardoniche, miste di beffa e di taglienti sottintesi, cercare l'immagine dell’arte sua convertita in sentimento musicale.
La scena è un po' lontana nel tempo; ora Petrolini richiama il nostro affetto da un deserto d'ombra, ma vivi sono i suoi accenti e la sua poesia nelle scene folcloristiche in dialetto romanesco e nelle canzoni romane incise in quel luminoso giorno d'estate.