S. D'Amico, L'Idea Nazionale, Roma 20 Giugno 1922.
La gioia di recitare

Una rappresentazione dell'Accademia Silvio DAmico
Una rappresentazione dell'Accademia Silvio DAmico
Petrolini ha in comune con pochissimi attori (con Musco, per esempio) la qualità in cui risiede il principal segreto del gusto col quale lo si ascolta sempre, qualunque scempiaggine dica: la gioia di recitare.
E' questa, gioia, è questo sentirsi veramente in casa sua soltanto sul palcoscenico, questo avvertire la docilità e anche la servilità dal pubblico, questo sapersi in possesso d'una vena a cui può dare sfogo con una libertà che nove volte su dieci diviene licenza, è questa gioia tranquilla e soddisfatta, quella che lo rende così felice sicuro, che lo lascia indifferente ai giudizi della critica (quanti si sono occupati seriamente di lui sui giornali?), indifferente ai consensi delle alte Autorità di cui tutti gli altri vanno a caccia, egli è forse l'unico attore che non sia commendatore, (quando Guasti è grande ufficiale), contento dell'intima adesione del suo pubblico che lo adora e gli passa e gli perdona tutto e in tutto è disposto a trovare arguzia, spirito, significati profondi: (sapete bene: come successe a quello zio provinciale che conosciuto un argutissimo nipote venuto di città, si convinse che questo nipote non parlava se non per doppi sensi; e quando il giorno dopo il giovinetto gli disse: - Buon giorno, zio - lo zio si mise a ridere ma poi gli confessò: - Scusa, anche questa dev'essere molto spiritosa, ma io non la capisco bene... ).
Ora quando la vena di Petrolini è disciplinata, contenuta dalla necessità d'interpretare una commedia diciamo così regolare, di disegnare una "macchietta" o un carattere secondo le indicazioni e le parole più o meno rigidamente stabilite da un autore - che talvolta può essere lo stesso Petrolini - nello svolgersi d'una vicenda scenica dalle cui rotaie non si può uscir fuori, accade il piccolo miracolo d'arte, per cui la regola infrena, scevera, polisce, condensa; e Petrolini può dar vita a quelle sue brevi ed eccellenti interpretazioni che abbiamo goduto da lui lunedì sera, in Mustafà, e in Cento di questi giorni. In Mustafà, egli colorisce la macchietta d'un turco, in un ambiente di emigrati italiani al Brasile: e non sappiamo quanti altri attori nostri oggi saprebbero creare con una verità, con un'evidenza, con un'immediatezza pari alle sue, una figura di tanta abiezione, di così miserabile umanità. In Cento di questi giorni, dà vita al carattere d'un semplice popolano romano, nella vecchia situazione dell'ingenuo che per un incidente scopre l'insospettata infedeltà della moglie, e la scaccia; coloro (noi fra essi) che siano stati scettici, e pour cause, davanti alla possibilità d'un teatro romanesco, sono costretti a ricredersi allo spettacolo di magnifica pacatezza, di solida e virile romanità, che si respira negli accenti, negli atteggiamenti, negli sguardi con cui senza sforzo, d'istinto, Petrolini anima la sua creatura, e la rivela scena per scena, battuta per battuta. Rarissimamente ci è accaduto d'interessarci così seriamente a teatro, come nell'ascoltare questi due atti così schietti e concisi, di cui il secondo è, nel suo genere, perfetto; al primo nuoce la soverchia ingenuità con cui si giunge alla chiusa, che d'altronde potrebbe esser resa accettabile con lievissime varianti.
Poi da questo Petrolini - che forse non è il più accetto al suo pubblico; il quale pubblico, venuto per ridere, lo fraintende al punto di sottolineare talvolta con ilarità i momenti più intimamente austeri della sua recitazione - si è violentemente sbrigliato 1'altro, quello delle parodie, delle macchiette, delle smorfie e delle filastrocche, delle rare battute spiritose e significative annegate in un mar di sciocchezze e di volgarità; e tuttavia lui, festoso, originale, personale, bluffista, sempre pronto a darvi l'illusione della satira e della parodia anche quando parodia non ne fà, ma fà solo stupidaggini. Fra le canzonette e macchiette che ci regalò, la cosa migliore fu la saporitissima caricatura della diva di caffè concerto. E si finì col Sor Capanna: il cui pieno e solenne accento romanesco sembra redimere, a dispetto anche del buon gusto, la scurrilità, delle sue strofe famose - almeno di quelle che ci cantò sabato sera - Successo immenso.