Articoli
Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, Milano 1864
Sarebbe cosa da recar sorpresa se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuto.
Don José Borjès. Giornale, 9 novembre - Basilicata
La notte è stata orribile: non ho mai sofferto tanto fisicamente e moralmente. Fisicamente, per la fatica e per le piaghe de' piedi: moralmente, per le disgrazie che ci colpiscono tutti. Ieri fummo senza pane, e quindi dovemmo fare strada digiuni. Comincio a disperare di giungere a Roma: le nostre forze diminuiscono e il mio malessere aumenta. Poco nutrimento e quasi sempre malsano, acqua sola per bere e molte fatiche distruggono i più robusti. Pure io marcierò fino a che potrò: ma se Dio vuole che io succomba ...
Don José Borjès, Giornale, 15 ottobre. - Calabria.
Andavo a dire al re Francesco II che non vi hanno che miserabili e scellerati per difenderlo, che Crocco è un Sacripante e Langlois un Bruto.
Don José Borjès. Giornale, 8 dicembre 1861. - Tagliacozzo

Da https://www.statoquotidiano.it
L’opposizione del Sud alla conquista sabauda espressa dal brigantaggio è un fenomeno solo reazionario, nato esclusivamente per difendere gli interessi borbonici od è anche espressione di un movimento sociale spontaneo diffusosi nel mondo contadino e negli strati più deboli della popolazione per affermare principi di uguaglianza e giustizia sociale (il diritto della terra a chi la lavora) e rompere sia vincoli feudali sia rapporti sociali ed economici di dominio del nascente capitalismo del Nord? [...]

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  • L. Giuliani Ottobre 1860

    L. Giuliani Ottobre 1860

    Leonardo Giuliani, L'ottobre 1860 in San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Cagnano Varano, 2003A cura di Tommaso Nardella
    E' bellissimo, da leggere tutto in una volta!
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  • Carlo De Cesare

    Carlo De Cesare

    Un autore, della Destra storica, sconosciuto alla maggior parte ... Consiglio di vedere anche Museo virtuale, Profili, Risorgimento ... Leggi
  • Museo Virtuale

    Museo Virtuale

    Un Museo virtuale.
    In mancanza d'altro ...
    Allora era fame nera; ora non c’è più: c’è l’inflazione.
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  • Silvio D'Arzo

    Silvio D'Arzo

    Scrittore dimenticato dalla "cultura" ufficiale.
    Casa d'altri, pubblicato integralmente e da scaricare: è bellissimo!
    Leggilo..
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  • p. Mario Villani presenta le sue memorie

    p. Mario Villani presenta le sue memorie

    Il convento di San Matteo sul Gargano e il territorio, Vol. I.
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  • Introduzione

    Introduzione

    Molto studiato dagli specialisti, ma poco seguito ed imitato. Ciò che siamo e ciò che avremmo dovuto essere..
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  • Qualesammarco

    Qualesammarco

    Qualesammarco è una rivista di San Marco in Lamis, nata nel 1988 e che ha cessato le pubblicazioni nel 1999. Offro da navigare i primi 9 numeri..
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  • Canti popolari di S. Marco in Lamis

    Canti popolari di S. Marco in Lamis

    Una sezione nuova, in versione ampliata, dal libro di Raffaele Cera..
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  • Ettore Petrolini

    Ettore Petrolini

    Un grande attore italiano
    Più famoso che conosciuto..
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  • La Storia dei ladri in Italia

    La Storia dei ladri in Italia

    "La storia dei ladri in Italia" di un Anonimo (Felice Borri?), del 1872. E' sconvolgente ed attuale!.
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  • Ernesto Rossi

    Ernesto Rossi

    Un grande italiano, poco conosciuto dalla "massa" del popolo..
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  • Le Acli a S. Marco in Lamis

    Le Acli a S. Marco in Lamis

    Sebastiano (Ninuccio) Contessa racconta la storia delle Acli di San Marco in Lamis.
    Il secondo dopoguerra in un paesino del Meridione. Leggi
  • P. Sylos Labini (1920-2002)

    P. Sylos Labini (1920-2002)

    Un grande economista italiano, che aveva previsto molte cose. Leggi
  • Carlo Cattaneo (1801-1869)

    Carlo Cattaneo (1801-1869)

    Egli fu uomo d'azione, in modo folgorante, ma per brevissimo tempo, non più di diciassette giorni in quasi settant'anni di vita. Leggi
  • Napoleone Colajanni (1847-1921)

    Napoleone Colajanni (1847-1921)

    Nuova sezione
    dedicata ad un Grande alquanto dimenticato.Leggi
  • Il Risorgimento

    Il Risorgimento

    Nuova sezione! La foto è una litografia di Rossetti, tratta da Antonio Balbiani, Storia illustrata della vita di Garibaldi, Milano, 1860. Leggi
  • Leggi con me.

    Leggi con me.

    [...] la biblioteca non è solo il luogo della tua memoria, dove conservi quel che hai letto, ma il luogo della memoria universale, dove un giorno, nel momento fatale, potrai trovare quelli altri hanno letto prima di te. È un repositorio dove al limite tutto si confonde e genera una vertigine, un cocktail della memoria dotta. [...]
    Umberto Eco Leggi
  • Nord-Sud

    Nord-Sud

    "Il federalismo - ivi compreso quello 'fiscale' - servirà assai poco al progresso del Paese se il Governo italiano non avvierà contestualmenteuna strutturale ed incisiva politica economica nazionale di sviluppo e di coesione, finalizzata alla unificazione anche 'economica' tra Mezzogiorno e Centro-Nord".
    Nino Novacco (1927-2011) Leggi
  • G. A. Borgese

    G. A. Borgese

    [Golia è] Un libro, questo, letto da pochi, purtroppo, allora come oggi, non più in commercio, eppure un libro sul fascismo, sull'Italia fascista, un libro di radicale importanza. Ed è un libro da cui bisogna partire per conoscere Borgese scrittore, oggi effettivamente sconosciuto. L. Sciascia, in Corriere della sera dell'11 settembre 1982 Leggi
  • Le migrazioni

    Le migrazioni

    Il problema dei movimenti migratori è molto vecchio e complesso. Oggi assistiamo, purtroppo e tra il plauso di molti, ad una sua pericolosa e dolorosa semplificazione.La buonanima della mia nonna materna Luigina Tardio (1897-1980) amava dire: così capisce! Ma subito aggiungeva: si stancherà! Leggi
  • Storia statistica di Giuliani

    Storia statistica di Giuliani

    Ho dedicato una corposa sezione al Notaio sammarchese Leonardo Giuliani (1786-1865), autore della citatissima 'Storia statistica'.Ho aggiunto alla sezione molti 'file' che servono ad inquadrare meglio questa grande figura . Leggi
  • Due libri di Matteo Ciavarella

    Due libri di Matteo Ciavarella

    I due libri (Il colera del 1837..., 1981 e Fra orti e mugnali, 1982) che vi offro sono opera del sammarchese Matteo Ciavarella. Essi sono una miniera di notizie sulla cittadina garganica. Leggi
  • Nascita di una città

    Nascita di una città

    Il libro di Pasquale Soccio "San Giovanni in Lamis San Marco in Lamis ....".', arricchito di tanti altri elementi che ti permettono di inquadrare la morte di una potente Badia e la nascita di una Città. Leggi
  • Antonio Vieira

    Antonio Vieira

    Nessuno come il gesuita P. Antonio Vieira (1608-1697) ha sferzato così violentemente la molteplicità degli incarichi, le remore della burocrazia, la peste dei favoritismi; nessuno ha ironizzato più spietatamente su la carta bollata, su illustri incompetenti dei loro dicasteri, su le votazioni fatte da ignari della materia su cui decidere. Leggi
  • Francesco P. Borazio

    Francesco P. Borazio

    Tullio De Mauro:
    'Francesco Paolo Borazio irrompe come una voce diversa, originale, della poesia nei dialetti meridionali. Un meridionale di questo secolo che scherza in versi dialettali: ecco un fatto che basta ad assegnare, di qua di ogni più affinata valutazione critica, una posizione eccezionale a Lu Trajone e al suo autore. Leggi
  • Marmi ed Alabastri

    Marmi ed Alabastri

    Il libro del 1876 in versione integrale. I marmi e gli alabastri del Gargano. Leggi
  • Il paese che ricordo

    Il paese che ricordo

    Vite, miti, memorie delle classi popolari di San Marco in Lamis. Ricerca curata da Sergio D'Amaro e stampata a cura della Amministrazione comunale di S. Marco in Lamis nel 1996. Leggi
  • I fatti dell'Ospedale di S. Marco in Lamis

    I fatti dell'Ospedale di S. Marco in Lamis

    I mesi di luglio ed agosto del 2002 furono molto importanti nella storia recente di S. Marco in Lamis e dell'intero Gargano. Il Piano di Riordino Ospedaliero della Regione Puglia si abbatté come una scure sul nosocomio sammarchese... Leggi
  • Il Gargano e Beltramelli

    Il Gargano e Beltramelli

    Il resoconto del viaggio compiuto nel 1905 sul Gargano dal giornalista Antonio Beltramelli. Leggi il libro completo pubblicato nel 1907, con centinaia di foto inedite. Ho arricchito il testo con moltissime note, utilizzando la tecnica dell'ipertesto. Leggi
  • Unità e Brigantaggio

    Unità e Brigantaggio

    I drammatici avvenimenti del 1860-63 visti da S. Marco in Lamis. Il libro completo di Pasquale Soccio Leggi
  • Francescani in Capitanata

    Francescani in Capitanata

    Ampi estratti del libro del grande storico P. Doroteo Forte. L'Ordine religioso francescano influenza molto la nostra vita, anche se ci sono elementi di crisi e disagio al suo interno. Leggi
  • Gastronomia e patate

    Gastronomia e patate

    Il p. Michelangelo Manicone, nel 1803, invitava i contadini del Gargano a 'coltivare le patate', da dare agli animali e da mangiare. Propone numerose ricette, che io vi sottopongo insieme ad altri scritti del Frate. Ovviamente sulle Patate. Leggi
  • Il torrente Iano

    Il torrente Iano

    Dai ricordi di Vittorio De Filippis, sammarchese emigrato a Varese dove fu Presidente dell'Ordine dei Medici. L'Autore ricorda alcuni periodi della sua infanzia a San Marco in Lamis. Una prosa semplice ma evocativa: sembra il testo di una sceneggiatura. Leggi
  • Padre Michelangelo Manicone

    Padre Michelangelo Manicone

    Un grande frate riformatore, che scriveva anche bene. Un grande conoscitore ed amante del Gargano. La trattazione di quattro comuni del Gargano, con tante curiosità. Leggi
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    I braccianti

    Come vivevano i braccianti di una volta a S. Marco in Lamis e nei paesi del Gargano e del Meridione? Leggi
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    Contadini e cafoni

    Come vivevano a San Marco in Lamis e nel Gargano i condadini ed i cafoni Leggi
  • Giornate ecologiche

    Giornate ecologiche

    Noi riteniamo che il turismo sia una delle poche prospettive di sviluppo economico di S. Marco; però riteniamo anche che gli interventi ricettivi e tutti i servizi debbano essere concentrati fuori del bosco, a Borgo Celano. Leggi
  • Il Bosco della Difesa

    Il Bosco della Difesa

    È il bosco più importante di S. Marco in Lamis e, probabilmente, una delle poche, possibili fonti di sviluppo sociale ed economico della nostra città in quanto ad essa è strettamente connesso lo sviluppo turistico di Borgo Celano Leggi
  • Il convento di San Matteo

    Il convento di San Matteo

    Si trova a S. Marco in Lamis ed è un Monumento nazionale. Dispone di una imponente biblioteca, di numerose raccolte di Beni culturali, quali Tavolette votive, paramenti sacri, archeologia e paleontologia, Lapidarium statue, dipinti ed altro. Una visita vale la pena. Resterete meravigliati. Leggi
  • Le erbe del Gargano

    Le erbe del Gargano

    Il Gargano è, tra l'altro, famoso per la sua biodiversità. Leggi come l'Autore di Gargano segreto parla di due piante. Leggi
  • Gli animali domestici

    Gli animali domestici

    E' molto comune trovare nell'entroterra del Gargano la famosa Mucca podolica. Sono anche frequenti il maiale, il pollo domestico, la capra garganica, la pecora. Fate attenzione ai cinghiali! Leggi
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    I funghi

    Sul Gargano ci sono molte specie di funghi, che troverai solamente durante una visita od un soggiorno. Leggi
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    La località chiamata Zazzano

    Una zona interna del Gargano, poco conosciuta ma bellissima. Visitatela! Leggi
  • Le fracchie

    Le fracchie

    La processione della Fracchie di San Marco in Lamis illustrata con testi di Gabriele Tardio e numerose foto Leggi
  • Gabriele Tardio

    Gabriele Tardio

    Numerosi scritti del compianto Gabriele, illustrate con numerose note dell'Autore e foto del sottoscritto oppure tratte da vecchi libri. Leggi
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    La Politica

    Nel '600 Antonio Vieira esprimeva nelle sue prediche il concetto di Politica. Leggi tante curiosità Leggi
  • Le piante del Gargano

    Le piante del Gargano

    Una grande esposizione della Flora del Gargano con testi, foto e didascalie Leggi
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    Giuseppe Giuliani

    La Festa di San Matteo a S. Marco in Lamis dal Bollettino della Biblioteca di S. Matteo Leggi
  • Castelpagano

    Castelpagano

    Un bellissimo castello medievale meta di molti villeggianti e camminatori Leggi
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    Borgo Celano

    Frazione di S. Marco in Lamis Chiave di volta per una prospettiva di sviluppo turistico Leggi
  • Lu cummente de Sante Mattè

    Lu cummente de Sante Mattè

    Poesia di Francesco P. Borazio pubblicata sul Bollettino del Santuario di San Matteo Leggi
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    Bizzoche a San Marco nel '700

    Un vecchio scritto del 700 Leggi
  • L'alluvione del 2014

    L'alluvione del 2014

    L'alluvione del 2014 alla Foresta Leggi
  • Almanacco

    Almanacco

    Nuova sezione di libri, biblioteche, ricordi, materiale di archivio, curiosità, chicche e tanto altro... Leggi
  • Pasquale Soccio

    Pasquale Soccio

    "Materna terra" Libro completo dell'autore di Gargano segreto Leggi
  • La Via Francesca

    La Via Francesca

    Il tratto garganico della Via Francesca Leggi
  • Luoghi del Gargano

    Luoghi del Gargano

    Visita il Santuario della Madonna di Cristo a Rignano Garganico Leggi
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    L'entroterra del Gargano

    Potenziamento turistico di una zona territoriale poco conosciuta Il caso dell'entroterra del Gargano La Tesi completa Leggi
  • Mediamente

    Mediamente

    A partire dal 1997 Grandi personaggi parlano di ricchezza, povertà, crisi finanziaria, internet, ipertesto, S. Francesco.... Leggi
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    I nostri filmati

    Il Gargano è Storia, Natura e Civiltà Leggi
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    Le Tremiti

    L'Area Marina Protetta delle Isole Tremiti Leggi
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    La natura del Gargano

    Le bellezze del Gargano Leggi
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    La natura dà tranquillità

    Sei mai stato in un locale del Gargano? Se non lo hai ancora fatto è un peccato, perché si mangia bene. Leggi
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    La pace della natura

    Negli Agriturismi del Gargano puoi mangiare questo piatto speciale. Prova! Leggi
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    Una raccolta argentaria

    Visita la raccolta argentaria che si trova nel Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis Leggi
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Leo Ferrero, Diario di un privilegiato sotto il fascismo, 1946, pp. 155-160
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10 Settembre.
Viene un Commissario prefettizio. Ci porta una assicurata della Dépéche aperta, con nome, cognome e verbale dei testimoni che avevano presenziato all’atto di apertura dell’assicurata. Papà protesta. Dichiara che farà protestare presso il procuratore del Re: “segreto postale, ecc. “. Vuol far causa alla Questura.
Il Questore prega il nostro avvocato di desistere: “Che vuole? Son tutti matti. Ci era stato affermato che la lettera conteneva le fila di un complotto contro il capo del governo”. (Essa conteneva una semplice banconota da 500 franchi). E’ la quarta volta che fermano le lettere della Dépèche! C’è buon senso a immaginare che noi organizziamo complotti, e che li organizziamo con lettere intestate a un grande giornale, con una busta chiusa con cinque timbri di ceralacca e assicurata?
Il “buon senso” dovrebbe essere di nuovo considerato con più rispetto. Il buon senso è la sola qualità forse che sia necessaria a tutti gli uomini. Per l’artista “buon senso” vuol dire “senso artistico”, quell’attitudine cioè a capire fino dove si può arrivare, e a che cosa bisogna rinunciare; per l’uomo politico vuol dire “senso politico”, cioè quell’attitudine a capire su quali elementi si può realmente contare e come si distingue il possibile dall’impossibile, il sogno dalla realtà, il presente dal passato; per l’uomo normale vuol dire “senso pratico”, e cioè l’attitudine a capire con quali mezzi si risolvono i piccoli problemi che ad ogni persona cadono in sorte, in qual misura valga la pena di risolverli o di patirli, fino a che punto si debba concedere al piacere o al dovere, con quanti sacrifici si debba pagare una gioia.
E in verità, chi manca di “buon senso”, non è, come si crede per un vecchio equivoco, l’artista (che non manca di buon senso, ma ha un “buon senso” diverso da quello dell’uomo politico o dell’uomo pratico) ma più spesso il “borghese”, e cioè l’uomo che non ragiona con la sua testa. Quando il borghese applaude una brutta commedia, solo perché è stata scritta da un autore celebre, manca di “buon senso”; quando il borghese applaude a una politica nazionalista per l’illusione che ingrandendo in centimetri quadrati il suo paese, qualche cosa ne verrà anche a lui in grandezza, manca di “buon senso”; e quando si dispera per davvero e protesta e si dimena e fa una scena alla moglie, perché la minestra sa di bruciato, manca di “buon senso” perché non sa inquadrare quel suo guaio nell’universo e metterlo in scala. Perché, ad ogni persona, dal punto di vista personale, “buon senso” vuol dire “attitudine a giudicare delle cose proporzionalmente 1’una all’altra, e questa è in verità la qualità più filosofica che sia concessa all’uomo.
Come può il borghese conservare il suo “buon senso” che è giudizio personale, quando il “ragionar con la propria testa” diventa il peggiore dei delitti?
Seccature e sciagure.
Vado facendo l’esperienza, in mezzo a tutti i guai che ci bersagliano che il dolore è in ragione della capacità di soffrire, non della grandezza della sventura che ci colpisce. Cinquanta piccole seccature possono essere più insopportabili che una vera sciagura.
Quelle che ci stanno capitando sono delle più o meno grandi seccature, ma Papà ne è sopraffatto ...
Rimbecillimento forzato.
Inchiesta Mondadori ai letterati italiani.
Alcune fra le domande:
“Fra due artisti in lite per questioni private, quale forma di duello reputereste più opportuno, in relazione alla loro arte?”.
“Come definireste l’eleganza e l’uomo elegante?”.
“Qual’è la bestia che preferite, e perchè?”.
“Credete che la moda dei capelli corti influisca sul temperamento della donna?”.
“Siete o no dell’opinione di abolire il collo inamidato?”.
“Siete appassionati per il gioco? Quale?”.
“Sapete darci una sintetica definizione del poker o del whist, ecc. ?”.
“Siete per il Lei, per il Voi, o per il Tu?”.
“Come vestireste dieci personalità viventi del mondo letterario?”.
Anno di grazia 1927.
[...]

L'Illustrazione popolare, Vol. VI, N. 13 del 28 Luglio 1872
Benefattori dell'umanità
Antonio Augusto Permentier

Antonio Augusto Parmentier, introduttore delle patate (nato a Mondidier il primo agosto 1737).
Leggi tutto: A. A. Parmentier
È un nome caro alla umanità quanto quello dell'operaio lionese Jacquard e di Bernardo Palissy: - è un nome benedetto da un milione di altri uomini che pel suo trovato hanno un cibo quando l'ira di Dio - per la malvagità della stirpe d'Adamo - flagella con uno dei suoi più terribili castighi - la carestia - una nazione.
Il suo re (quel Luigi XVI che per il volere d'una plebe briaca di sangue lasciò la sua testa sul patibolo) lo disse illustre uomo: - la Francia (quella Nazione che oggi sconta, e (in troppo duramente, la tracotanza di ieri) lo ha detto suo benefattore.
Diffatti egli non ha inventato una di quelle macchine infernali - di cui pare abbia la prerogativa il nostro secolo, - quegli attrezzi di morte che distruggono ed annientano migliaia di uomini in un minuto; ma sfidando il sarcasmo dei più, la malvagità di alcuni e lo sprezzo di molti, con una perseveranza ed ostinazione commendevole, è riuscito a far accattare al suo re ed alla sua nazione, le patate; umile frutto finché volete, ma che per non poche volte ha impedito a migliaia di uomini di morire di fame. Ciò basta, secondo noi, per segnare il nome di Parmentier accanto a quella lunga serie di grandi che con l'opera loro si sollevarono al dissopra degli altri uomini , e si cinsero la fronte di quell'aureola splendida di luce che concede mai sempre la celebrità; - ciò basta per indurci a narrarne, la vita.
Antonio Augusto Parmentier nacque a Mondidier, il 1 agosto del 1737.
Figlio d'un onesto quanto valoroso soldato, Augusto non godette a lungo le carezze di suo padre; poiché, toccato appena un lustro di vita, un bel mattino la morte venne a battere alla porta di sua casa; e alcune ore dopo sua madre, stringendolo al senno e coprendolo di baci e di lagrime, gli disse che non aveva più padre. Il fanciullo benché non comprendesse interamente il valore d'una sì infausta notizia, pure vedendo sua madre piangere, pianse anch'egli disperatamente. Del resto quel povero uomo di soldato se morendo lasciava dietro di sé un nome senza macchia ed una fama pura quanto quella di Baiardo, lasciava del pari la propria famiglia in ristrettezze tali che, a dirla povertà, non si esagererebbe punto. La povera madre pianse quindi e doppiamente pianse; - pianse per la morte del marito e per il grave fardello di stenti che le si aggravava sulle spalle. Pero dando prova di fermi propositi, e piena di fede in sé stessa e di speranza nell'avvenire, si terse le lacrime e lavorò! Da quel giorno, dall'alba al tramonto la povera donna spese la sua vita nel lavorare per vivere e nell'educare il piccolo Augusto. Hanno detto: una madre che ama ed educa da sè stessa i propri figli, è la migliore delle istitutrici.
Certamente, massime quando questa madre ha il cuore pieno di virtù ed ha avuto un'eccellente educazione. La madre di Parmentier era di questo numero; e dopo pochi anni ebbe la soddisfazione di vedere il suo allievo progredire prodigiosamente. Diffatti quand'egli toccò il sedicesimo anno, lo allogò presso un farmacista della città che se l'ebbe caro, tanto da dire con tutti che il giovane Parmentier era a sedici anni una cima d'uomo, e che sua madre
ne sapeva molto di più che certi addottorati di sua conoscenza. Il fatto sta che Parmentier non avrebbe abbandonato tanto presto la bottega del buon farmacista, se un suo parente d'ugual professione, e che stava a Parigi, non l'avesse chiamato presso di sè con iterate istanze. Parmentier che se aveva a cuore il suo principale (corsivo) Mondidier, desiderava del pari il proprio progredimento, e che era convinto che questo progresso l'avrebbe fatto a Parigi dove c'erano mille mezzi per ampliare le proprie cognizioni e per avvantaggiare la propria fortuna, accettò la proposta; e con grave dispiacere del farmacista padrone, ma accompagnato dai voti e dalle benedizioni di sua madre, montò in sedia da posta, ed una sera giunse a Parigi. Tre anni stette a Parigi, e se in questo lasso di tempo sfortunatamente non potette avvantaggiare di molto la sua fortuna, accrebbe di molto però le sue cognizioni talché, quando scoppiata la guerra dell'Annover, egli chiese di far parte dell'esercito come farmacista e sostenne per questo un esame, sciolse con tanta chiarezza e precisione i temi che gli si diedero, che non solo fu tosto ammesso al posto richiesto; ma gli si rilasciarono i più ampi attestati di merito. E così, ventenne, egli partì pel campo; e qui, come altrove e come sempre, accattivossi l'animo dei suoi superiori e commilitoni. Buono, intrepido, intelligente, leale e valoroso quanto suo padre, lo si vedeva sempre dove più ferveva la mischia compiere atti di valore e di eroismo.
Patate alla Parmentier. Da www.giallozafferano.it
Leggi tutto: A. A. Parmentier
Fu a quest'ardimento, fu alle prove luminose di questo suo coraggio che egli dovette la triste sorte di cadere, per ben cinque volte, prigioniero dei Prussiani; fu a queste reiterate ischiavitù militari che egli dovette la magnifica idea di far apprezzare un giorno alla Francia tutte le utilità che si potevano cavare dall'umile pianta, del frutto della quale giornalmente lo si nutriva. Patate, e poi patate, e sempre patate: era questo il nutrimento dei prigionieri. Ne veniva adunque che per la maggior parte dei compagni di sventura di Parmentier, che non avevano per sicuro le sue idee relativamente alle patate, una simile cucina diventava giorno per giorno la più detestabile del mondo. Fortunatamente un bel giorno la schiavitù finì, ed i prigionieri furono liberi. Allora come gli altri, Parmentier tornò a Parigi, riprese con amore sempre crescente i suoi studi sulla Chimica, sulla Fisica e sulla Botanica; frequentò la compagnia degli uomini più dotti del suo tempo, rubò al sonno le ore per lo studio, e spesso si condannò ad un volontario digiuno per mandare
un po' di denaro a sua madre, o per comperarsi libri. Tanta virtù, tanta costanza, tanta ostinazione nel bene meritava una ricompensa, e Parmentier se l'ebbe infatti. Restò vacante il posto di farmacista agli invalidi. Parmentier domandò quel posto e gli venne concesso ad unanimità. Allora egli fu felice: chiamò presso di sé sua madre ed i suoi fratelli, e spezzò con essi il suo pane.
Intanto tempi di lutto e di sventura s'aggravavano sulla Francia. La guerra aveva lasciato le sue terribili impronte; e come dietro ad essa aveva camminato la pallida morte, dietro la morte veniva la distruzione e la fame.
Fosse castigo del cielo, fosse monopolio degli uomini, fatto sta che in quei tempi la povera Francia pareva proprio una nazione maledetta da Dio. Ad ogni tratto il grano mancava, ed un terribile grido di rabbia e di dolore usciva da cento mila petti affamati: pane! farina! E quasi che la fame non bastasse, venivano innondazioni ed inverni terribili. È noto quello rigoroso fuor di modo del 1783, quando per mesi continui la Senna fu tutto un ghiacciaio, e la neve salì ad un'altezza prodigiosa nelle vie e sulle piazze di Parigi.
Fu in quest'inverno che si dovette rendere giustizia all'eccellenza del cuore del re, il quale autorizzò il ministro delle finanze a dare tutti i soccorsi che si credessero necessari per sollevare la miseria del suo popolo; fu in quest'inverno che la regina - la tanto odiata austriaca - per non essere da meno del re, dimandò al signor Lenoir cinquecento Luigi della sua cassetta particolare per distribuirli ai poveri: fu in questa occasione che in quasi tutti i capocroci si utilizzò la neve a farne obelischi in onore del re e della regina; fu la riconoscenza dei buoni parigini che impresse allora su quegli obelischi inscrizioni in versi ed in prosa, sempre in gloria ed onore degli amati sovrani, quei sovrani, che avrebbe poi decapitato più tardi!
Patate alla Parmentier. Da www.giallozafferano.it
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Anche l'Accademia di Besancon, spaventata per le già sofferte carestie, e temente per le venture, aveva proposto un premio a chi sapesse suggerire o presentare le piante che meglio potessero supplire il grano quando questo venisse a mancare.
Parmentier colse l'occasione al volo, e ricordandosi delle patate che gli si davano quand'era prigioniero dei Prussiani, ne parlò coi dotti suoi amici; ed in pregiate memorie che tosto scrisse e venne pubblicando, segnò ad una ad una tutte le qualità eccellenti di questo frutto originario del Perù e dannato in Francia a servire d'ingrasso per gli animali. Come avviene di tutte le invenzioni, di tutti i trovati, l'idea di Parmentier incontrò la derisione degli amici, e lo sprezzo di tutti, concretizzato in diatribe violenti ed in pubblici insulti. Parmentier passò indifferente in mezzo a quella folla di nemici; e dominato sempre dalla sua umanitaria idea, lottò sempre e sperò sempre. Alla fine, dopo tanto battere e tanto scrivere e discorrere con tutti dei pregi della sua pianta, riusci a farsi dare dal governo una pianura di sterili sabbie che egli trasformò in una piantagione di patate. Allora, come i contadini inglesi che accolsero a sassate la prima locomotiva di Stephenson, i contadini francesi, aizzati dai nemici di Parmentier devastarono i suoi prodotti e minacciarono nella vita lo stesso proprietario. Parmentier come aveva perdonato gli insulti, perdonò le offese; e rinnovò l'opera sua. Solo questa volta il governo s'unì a lui; ed i suoi campi di patate furono guardati e protetti.
Si vede che la fortuna cominciava a sorridere al nostro uomo. Diffatti un bel giorno Luigi XVI approva l'idea di Parmentier e porta in un ricevimento solenne un mazzo di fiori di patate. La cosa si fa tosto di moda: i fiori dell'umile pianta sono all'ordine del giorno: i cortigiani li portano all'occhiello dell' abito; le signore se ne adornano il seno; e la regina ne fa mettere alcuni sul suo cappello di gala. Quando poi le patate giungono ad essere mature,
Luigi XVI mette alla tortura il genio del suo cuoco, e presenta ai cortigiani un solenne banchetto in cui le patate figurano sotto tutte le forme possibili. Da quel giorno i pregiudizi sono vinti: il trionfo è completo.
Parmentier, accarezzato, lodato, rispettato fra gli applausi d'un popolo intero, riceve il premio dell'Accademia di Besangon, e vien condotto alla propria dimora in solenne e completo trionfo.... Era giustizia!... E doppiamente giustizia. Parmentier non si limita alla sola diffusione delle patate, ma spinge il suo buon volere ad essere benefattore de' suoi connazionali in tutti i modi possibili. Diffatti educa il popolo co' suoi scritti; apre con la sua insistenza novelle case di ricovero per il povero; migliora la condizione dei malati nei pubblici spedali: si cura della più adatta e più felice fabbricazione del pane, del biscotto pei marinai e soldati, e in una parola occupa l'intera vita nel bene de' proprii fratelli. È allora che la pubblica riconoscenza lo crea Membro dell'Istituto di Francia, del Consiglio degli Ospizii, e ispettore generale del Servizio di Sanità. E ciò era meritato.
Ma siccome è provato che d'uomini felici a questo mondo non ve ne devono essere, una terribile sventuraviene a colpire, in mezzo alla sua gioia, il povero Parmentier. Una sorella che egli amava più di sè stesso, si muore improvvisamente. Ciò recagli un tanto e sì grave dolore che alla sera del giorno 17 dicembre del 1813 per tutta la Francia si sparge l'infausta notizia che Antonio Augusto Parmentier ha lasciato questa povera terra per più celesti regioni.
Pur troppo era vero: Parmentier era salito al trono di Dio per ricevere il premio di tante lodevoli azioni.
Tutta la Francia lo pianse, e solenni funerali gli si fecero. Il più bell'onore però glielo fecero i poveri acclamandolo loro padre e benefattore!
Ernesto Bruschi.

Gaetano Salvemini,La Rivoluzione Francese (1788-1792), Casa Editrice L. F. Pallestrini & C.,Milano 1905, Cap. III, I
Incaricando il barone di Breteuil di trattare con le corti amiche per la restituzione dell'ordine in Francia, Luigi XVI, o meglio Maria Antonietta - ché il re fiacco e inerte si occupava dei suoi affari come se fossero stati quelli dell'imperatore della Cina - invitavano, in fondo, gli altri principi non solo a soccorrere la monarchia francese, ma anche a premunire efficacemente se stessi contro la marea rivoluzionaria, che diveniva ogni giorno più impetuosa e minacciava oramai tutti.
Sulla fine del secolo XVIII, infatti, ogni paese europeo era travagliato da malanni sociali e politici non dissimili da quelli, che avevano fruttata la rivoluzione in Francia: ovunque una nobiltà prepotente e un clero troppo numeroso, investiti di privilegi arretrati e oppressivi; sistemi tributari immorali e assurdi; corti dilapidatrici e dimentiche del pubblico bene, dominate da favoriti e intriganti; spese militari eccessive; disordine finanziario e disavanzo perenne; l'industria, il commercio, l'agricoltura inceppati dalle corporazioni, dai regolamenti proibitivi, dai monopoli, dai diritti feudali; nessuna libertà economica; mal difesi i diritti dei cittadini; atroce e arbitraria la legislazione punitiva, disordinate e contradditorie le leggi civili.
La Francia, per quanto l'affermazione possa apparire a prima vista stupefacente e paradossale, era, in fondo, il paese più progredito e meno disagiato di tutti; e consiste appunto nelle più avanzate e nelle più prospere condizioni della società francese la causa, per cui la crisi rivoluzionaria scoppiò invincibile in Francia anzi che in altri Stati d'Europa. Perchè la borghesia francese, più ricca e più istruita e più a contatto delle altre borghesie con gli ordini superiori, divisa dalla nobiltà e dall'alto clero per minori differenze di cultura, di costumi, di vita, sentiva più acutamente delle altre la ingiustizia, che la escludeva dall'influenza politica, dai privilegi e dagli onori, e avendo quella forza materiale e morale, di cui le altre erano ancora prive, poté a preferenza e prima delle altre conquistarsi con la Rivoluzione il posto, che nella vita pubblica le toccava. Inoltre, fuori della Francia, per esempio in Russia, in Germania, in Danimarca, in Ungheria, il contadino schiacciato sotto la servitù della gleba, messo fin dalla nascita sotto il dominio personale del nobile, era troppo abbrutito per elevarsi all'idea dell'eguaglianza giuridica e della libertà; mentre in Francia il piccolo proprietario si sentiva uomo libero sul pezzo di terra che s'era conquistato col sudore della fronte, e per difendere la sua terra dalla spietata oppressione tributaria, per liberare la sua persona dagli ultimi vincoli del regime feudale, ricorse al supremo sforzo della Rivoluzione. Inoltre, in nessun paese, come in Francia, la nobiltà laica ed ecclesiastica aveva disertato le Provincie per raccogliersi intorno al potere centrale e smungerne i favori; in nessun paese, come in Francia, l'accentramento monarchico assolutista, sottraendo alla nobiltà l'amministrazione locale, aveva scavato cosi profondo l'abisso fra i diversi ordini dello Stato; ma il nobile, mezzo barbaro e brutale, viveva sul feudo, esercitava funzioni politiche, distribuiva la giustizia, curava gl'interessi comuni, e il contadino, se da un lato rimaneva curvato, dall'altro si sentiva protetto sotto la rude mano del signore, e in grazia dei doveri, che il nobile compiva, giustificava i privilegi della nobiltà e ne sentiva meno il grave peso. Finalmente, in nessuno Stato d'Europa la capitale aveva acquistato, come in Francia, tanta importanza da diventare il centro di tutta la vita politica e amministrativa, colpito il quale dalle forze rivoluzionarie il paese intero cadeva in balia della rivoluzione; ma essendo ancora rudimentale o mancando affatto negli altri Stati l'accentramento amministrativo e le singole parti di essi vivendo, come quelle degli organismi policentrici, di vita autonoma, i disordini di una provincia non turbavano le altre e i disordini del centro principale non si diffondevano se non in mediocre misura alle Provincie, i cui amministratori non aspettavano dalla capitale comandi, difese, rimproveri, stipendi, tutto; mentre in Francia i turbamenti delle provincie, reagendo sulla capitale, quando furono numerosi e vasti e contemporanei, la paralizzarono; e in cambio i disordini della capitale furono colpi mortali a tutto l'organismo politico e sconquassarono la vita anche delle provincie più lontane. Se, per altro, in nessun paese, come in Francia, si trovavano accumulati e facili a combinarsi e ad esplodere gli elementi necessari a uno scoppio, in tutti i paesi un sordo disagio, una smania di mutamenti, una inquietudine indefinita turbava e sommoveva gli animi, e, parallela alla letteratura rivoluzionaria francese, si era sviluppata una florida e ubertosa letteratura rivoluzionaria europea, che in parte fu prodotto indigeno rampollante dalle condizioni squilibrate e tumultuose dei singoli paesi, ma fu in larga misura anche importazione e imitazione francese, agevolata dalla facilità della lingua, dalla postura geografica della Francia, dai frequenti viaggi dei letterati francesi fuori del loro paese e delle persone colte degli altri paesi in Francia. «Tutta l'Europa - scriveva già ai suoi tempi il Voltaire - è una repubblica immensa di spiriti colti»; e massime l'Italia e la Germania, molto prima di essere il teatro prediletto delle guerre rivoluzionarie, erano state già conquistate dalle idee dei filosofi, dei fisiocratici e degli enciclopedisti; né gl'italiani Beccaria, Verri, Parini, Galiani, Filangieri, né i tedeschi Lessing, Pestalozzi, Kant, Schiller, Goethe, Fichte, Herder - per non ricordar che i maggiori - si possono intender bene, quando si considerino avulsi dal grande rodimento intellettuale europeo, che nella Francia aveva il centro più attivo e più vivace. «L'Europa intera - ha scritto Tocqueville - rassomigliava a un campo, che si desta ai primi bagliori del giorno, si rivolta dapprima in tumulto su sé stesso, si agita in tutti i sensi, finchè il sole levandosi non venga alla fine a rischiarare il cammino: un moto interno e senza motore sembrava scrollare tutto l'edificio sociale e rimescolar fuori dell'ordine consueto le abitudini e le idee: tutti sentivano impossibile star fermi, ma tutti ignoravano da qual parte si andasse a cadere, e l'Europa aveva l'apparenza di una massa enorme che oscilli prima di precipitare».
Quando in quest'aria grave di audaci desideri e di immense aspettazioni scoppia la tempesta rivoluzionaria francese, una ardente, una indomabile simpatia si eleva dagli animi inquieti e assetati di novità. Il 1789 e il 1790 sono per l'Europa anni di ebbrezza generale, di entusiasmi, di acclamazioni infinite: Kant saluta il trionfo della ragione, Guglielmo di Humboldt va in Francia per assistere in persona agl'inizi dell'era novella, Klopstock vorrebbe avere cento voci per celebrare la nascente libertà. Alfieri innalza un'ode alla caduta della Bastiglia e visita, devoto pellegrino, in compagnia del Pindemonte, il luogo donde lanciava le sue minacce il tetro castello; «la Francia - scrive Pietro Verri - darà al resto d'Europa il sentimento della libertà: ognuno raffronterà il proprio giogo con la libertà vicina; il dominio abusato diventerà intollerabile; e il popolo, conosciute le sue forze, seguirà prima o poi l'esempio francese». E infatti nei paesi, dove le circostanze sono propizie, non tardano a manifestarsi moti popolari e rivolgimenti politici: tumulti scoppiano qua e là in Savoia e in Svizzera; tutti gli staterelli tedeschi disseminati sulla, riva sinistra del Reno e contermini della Francia sono invasi da un vivo fermento; il principe vescovo di Liegi deve nell'agosto del 1789 abbandonare la città e rifugiarsi a Treviri; nel Belgio, dove l'imperatore Giuseppe II era riescito finora a mantenere l'ordine solo a furia di repressioni spietate contro tutti i sudditi, irritati dalle sue riforme tumultuarie, dannose alla Chiesa cattolica e lesive delle autonomie amministrative locali, tremila cittadini, profughi dinanzi alle persecuzioni governative, passano le frontiere (23 ottobre 1789), battono le truppe imperiali, entrano trionfanti in Bruxelles, e ivi il 10 gennaio del 1790 si proclama la costituzione dei liberi «Stati uniti del Belgio»; tutte le altre parti della monarchia austriaca, sconquassate anche esse dalla politica assolutista e anticlericale di Giuseppe II, sembrano in pieno sfacelo, e i nobili e gli ecclesiastici di Ungheria, di Transilvania, di Boemia, di Galizia minacciano di rivoltarsi; in Irlanda la popolazione cattolica comincia a sommuoversi contro gl'Inglesi; in Olanda la grassa borghesia mercantile (partito dei patriotti) e i seguaci del partito democratico, oppressi nel 1787 dallo Statolder Guglielmo V in grazia dell'intervento armato della Prussia, prendono ardire e ritornano ad agitarsi in segreto, stringendo accordi sediziosi coi 40 mila fuorusciti; nella Toscana le plebi ignoranti e superstiziose, già insorte a Prato contro le riforme ecclesiastiche di Leopoldo (1778), rompono durante il 1790 in nuovi tumulti contro la libertà annonaria a Pistoia, nella Valdinievole, a Livorno; la repubblica veneta, uscita appena dall'agitazione promossa da Carlo Contarini e Giorgio Pisani per la riforma della costituzione (1780), minata dalle logge massoniche, priva di armi e di alleanze, viveva alla ventura, tentatrice e facile preda alle ingordigie dei vicini; la nobiltà svedese, domata da Gustavo III col colpo di Stato del 1772, mordeva il freno pronta a rialzarsi, mentre i borghesi e i contadini non sollevati dalle riforme e schiacciati dalle imposte mormoravano malcontenti; nella Dieta polacca, riunita a Varsavia il 6 ottobre 1788, il partito patriotta lottava violentemente col partito russo per rafforzare e ammodernare lo Stato, metterlo al sicuro da nuovi smembramenti simili a quello del 1772, sottrarlo al vassallaggio di Caterina II, limitare la indipendenza della nobiltà, estendere il potere regio, rialzare la condizione dei mercanti e dei servi della gleba.
Quasi tutta l'Europa, insomma, era come un mare tempestoso, percosso dai venti sovvertitori che si scatenavano dalla Francia.
Vi hanno senza dubbio profondissime differenze di carattere fra questi moti contemporanei e nelle loro manifestazioni esterne interdipendenti: perchè ciascun paese, essendo pervenuto nello sviluppo sociale e politico a un grado che non è quello degli altri, ed avendo le sue proprie questioni interne da risolvere, risponde a modo suo, secondo le predisposizioni locali, alla suggestione rivoluzionaria, che tutti li affatica. E mentre in Francia e negli staterelli tedeschi del Reno si tratta di una battaglia che mira a liberare la borghesia dall'oppressione delle monarchie assolute e degli ordini privilegiati, negli Stati austriaci e in Isvezia, invece, la lotta è fra i prìncipi riformatori e le classi feudali nemiche di ogni rinnovamento - qualcosa di simile a ciò che vedemmo in Francia sotto i ministeri Calonne e Brienne; laddove in Polonia si tenta di instaurare sulle rovine dell'onnipotenza politica della nobiltà quell'accentramento di poteri, che Richelieu, Mazarino e Luigi XIV avevano dato da un secolo alla Francia e che l'Assemblea costituente aveva proprio allora distrutto. Ma e borghesi rivoluzionari e nobili reazionari e patriotti polacchi antirussi, tutti, battagliando in difesa delle rivendicazioni proprie, sono convinti di lottare per la assoluta giustizia, sfoggiano aforismi filosofici, invocano a propria difesa i diritti dell'uomo e del cittadino, panneggiano alla foggia rivoluzionaria francese le aspirazioni più contradditorie e più svariate. E per reazione naturale, tutti i principi e gli uomini di governo, anche quelli che, come Leopoldo di Toscana, seguendo la moda filosofica, hanno negli anni passati fatto audacissimi tentativi di riforme, e pensavano dapprima che i tumulti di Francia fossero una di quelle crisi, leggiere e transitorie, di cui tanti esempi ha offerto sempre la storia, incominciano sotto l'evidenza dei fatti ad avvedersi che si tratta invece di una paurosa e inaudita rovina di ogni più vetusto ordinamento politico, religioso, sociale; e mentre da un lato corrono nei loro paesi ai ripari contro lo spirito d'insubordinazione che prorompe ovunque, dall'altro si chiedono se all'azione isolata di ciascuno non debba aggiungersi anche un'alleanza di tutti i governi per fronteggiare il pericolo comune.

Ho arricchito la sezione che ho dedicato a p. Michelangelo Manicone (Vico Garganico 1745 - Ischitella 1810) di una sotto-sezione che ho denominato Download.
Si tratta, al momento, di 6 file che trattano temi diversi riferentesi al grande frate riformatore.
Alcune cifre: i file presenti nella sezione dedicata a p. Michelangelo Manicone sono stati letti dal 5 ottobre 2016 13.361 volte. Si tratta di una cifra elevata, che tuttavia non rende onore alla grandezza del Nostro. Andando a dare un’occhiata a www.treccani.it, il frate viene sbrigato con poche righe superficiali facenti riferimento soltanto alla sua opera La Fisica Appula. Riporto dalla Treccani:

Manicone, Michelangelo. - Naturalista pugliese, nato in Vico Garganico nel 1745, morto a Ischitella (Foggia) nel 1807 [1810, ndR]. Giovanissimo entrò nell'ordine francescano e ne divenne presto provinciale. Continuò a occuparsi di ricerche scientifiche e si distinse oltre che nel campo della geologia, della geografia fisica, della meteorologia, della botanica, anche in quello dell'agricoltura, della medicina e della storia. I fenomeni naturali del Gargano ebbero in lui il primo illustratore; per primo negò l'origine vulcanica delle doline.
Dei suoi varî scritti, si ricorda Fisica Appula (Napoli nel 1806-7). Ha lasciato inedita una Statistica generale della Capitanata.

Wikipedia (www.it.wikipedia.org), bontà sua, dedica al p. Manicone qualche riga in più e cita anche la Fisica Daunica (del 1803).

Ambedue le testate mettono in risalto il naturalismo del Manicone, facendogli in questo modo un gravissimo torto di sottovalutazione: la natura (ed in special modo l’agricoltura) era solo un aspetto della opera di questo frate riformatore, vissuto in un momento drammatico della storia moderna (Illuminismo, Rivoluzione francese, agonia dei vecchi Stati assolutistici...).
Padre Michelangelo Manicone ha vissuto esemplarmente il suo Sacerdozio, ma ha fatto anche proposte tendenti al rinnovamento della Chiesa, del Papato, dei Governi, dei Frati. La categoria usata era il Buon senso ed il bene comune.
Nella sotto-sezione denominata Download puoi scaricare alcuni file che inquadrano meglio la figura e l’opera del ‘monacello’.
Nei primi due (1-3) puoi leggere alcuni scritti del Frate, uno del 1764 - Orazione di Ringraziamento e l’altro (senza data, comunque anteriore al 1790) Il Trionfo del Buon Senso. A proposito di quest’ultimo: ho pubblicato solo la prima parte, che ho reso come dialogo, contrariamente al testo che ho scannerizzato, Il Tionfo del Buon Senso - Le radici del pensiero teologico di un riformatore, a cura di Domenico Scaramuzzi e Antonio Impagliatelli, San Marco in Lamis, 2010. La prosa è stupenda e potrebbe fare da sceneggiatura ad un film. Leggere per credere!
Il secondo file offertovi è la Lettera (anonima) di risposta e di ferocissima critica alla Orazione di Ringraziamento, pronunziata nel 1784 a Lucera e pubblicata l’anno successivo a Napoli, arricchita di numerose e corpose note. L’anonimo autore della lettera (senz’altro un ecclesiastico) era una persona di ottima cultura pretesca, ma p. Manicone era molto meglio.
Il terzo ed il quarto file contengono due contributi tratti dal volume La Capitanata nel 1799 a cura di Saverio Russo, Claudio Grenzi Editore 2000, illustranti, rispettivamente, la posizione del Clero e quella dei Vescovi nella vicende drammatiche della fine del Settecento.
Il quinto file contiene un estratto da Consalvo Di Taranto, La Capitanata nell’anno 1848, Deliceto 1910 ed illustrante il modo di vivere delle popolazioni della Capitanata (molti analoghi aspetti li ho potuti verificare fino agli inizi degli anni 60 del ’900).
Il sesto file (alquanto lungo e specialistico) è uno scritto del francescano sammarchese p. Mario Villani dal titolo Cultura religiosa e patrimonio librario nella Provincia Francescana di S. Angelo prima e dopo il Concilio di Trento, tratto dall’Archivio Pugliese del 1984, avente lo scopo (da parte mia) di far capire come venivano educati e formati i frati francescani.
Buona lettura.

1. Premio assoluto: Alberto Campagnolo, Danceability.
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Questa mostra fotografica scaturisce dal desiderio della Fraternità Francescana di Puglia e Molise di celebrare due ricorrenze: l'ottavo centenario della fondazione dell'Ordine dei Frati Minori avvenuta nella primavera del 1209 e il secondo centenario della pubblicazione della Fisica Appula di P. Michelangelo Manicone avvenuta fra il 1806 e il 1808. La comparsa dei Frati di S. Francesco sulla scena italiana ed europea del '200 ha innescato un movimento rinnovatore nell'ambito della chiesa e della società che ha portato gli uomini di quel tempo a ripensare profondamente molte convinzioni e molte metodologie. In un ambito più ristretto, anche la comparsa di P. Manicone nella Capitanata di fine '700 ha indotto molti, laici ed ecclesiastici, a mettersi in discussione, ponendo punti interrogativi su assetti consolidati e convinzioni immutabili.
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In questo contesto l'idea della mostra fotografica scaturisce dalla semplice considerazione che ogni ricerca del nuovo, ogni azione costruttiva, ogni assunzione di responsabilità è frutto di amore. L'amore, poi, inizia sempre il suo corso aprendosi all'esistente, si nutre di contemplazione e si consuma nella gratuità. Gli occhi pieni di meraviglia distinguevano Francesco: una meraviglia che si rinnovava e approfondiva e continuamente veniva rilanciata verso nuove scoperte.
S. Francesco, comunicatore nato, come canterebbe oggi il suo Cantico? Come vivrebbe oggi i lunghi momenti di estasi dinanzi ai ruscelli d'acqua giovane e irrequieta, alle processionane che gli attraversavano la strada, alla varietà infinita di nullità uniche e preziose, che i nostri piedi, irretiti dalle abitudini, calpestano nell'indifferenza? Queste nullità non finivano mai di assorbire Francesco nella loro infinita finitezza fatta di forme e linee lampeggianti di luce e colori.
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Francesco spesso si sentiva perso tra la stringata logica dei reciproci incastri, delle evoluzioni e dei rimandi, oggetti della nostra ricerca scientifica, e la fantasia delle forme mai uguali, l'infinita libertà dei colori e l'ammiccare, a volte ironico, ad aspetti e situazioni proprie dell'uomo. Francesco è il primo che scopre, ancora in pieno Medio Evo, la specificità, quasi la personalità, dell'essere creaturale che da niente e da nessuno trae la sua giustificazione ad esistere fuorché dal fatto che è stato creato. La creazione è la grande riscoperta di Francesco. Ogni essere è segno di un flusso vitale che parte da lontano ed è destinato a superare i confini della terra. Con Francesco cadono le categorie relativistiche dell'utile, del buono e del domestico, applicate alle creature. Si riscopre la categoria del gratuito. Per Francesco
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tutte le creature hanno diritto ad essere quel che sono, perché tutte sono fìglie di quel Fiat primigenio che, creandole, le ha fatte tutte buone. Tutte le creature rimandano al Creatore di cui portano significazione, come dice il Cantico.
La storia dell'Ordine dei Frati Minori, e quella personale del P. Manicone, si è sviluppata prevalentemente su questi parametri. Anche il nostro P. Michelangelo guarda con occhi incantati il suo Gargano, ma come Francesco, non è un ingenuo. Il suo è anche uno sguardo che misura, che paragona. Resta, tuttavia, sempre un inguaribile francescano, che, spesso nell'amarezza, ama pensare che anche il più ottuso contadino garganico possa imparare a guardare e gioire della ricchezza che ha e molto più di quella che potrebbe avere.
Il ricordo del P. Michelangelo Manicone è sempre vivo fra quelli che guardano il nostro Gargano con occhi incantati, ma anche critici e qualche volta preoccupati. Chi ha letto le sue opere ha percepito che l'amore per la sua terra e i suoi compagni di avventura parte dalla contemplazione, ma immagina un futuro pieno di progetti, rilievi, proposte. Dalle sue suggestioni è nato il tema L'uomo. La natura: emergenze, limiti. L'occasione del bicentenario della sua opera principale La Fisica Appula ci ha dato il destro di iniziare una riflessione sul nostro Gargano dalla durata di due anni, allargata a diversi settori della ricerca e ad ampi spazi del pensiero e dell'arte. E' necessario tornare a guardarlo, questo Gargano, come si guarda una sposa la cui giovanile bellezza il tempo e le vicende hanno offuscato ma che può splendere di nuovo se, sorretti da rinnovata capacità, possiamo udire il gemito della terra a volte devastata, e, insieme, scoprire ancora l'anima delle cose e il loro mutuo richiamarsi.
Fr. Pietro Carfagna, Ministro Provinciale
Convento san Matteo, 19 ottobre 2007, Memoria di san Pietro D'Alcantara, frate minore