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Andrea Camilleri, La banda Sacco, Sellerio 2013 [...]
X Il Prefetto di ferro Intanto, nel 1924 e arrivato ’n Sicilia il Prefetto Cesare Mori con l’ordini priciso da parti di Benito Mussolini, dal 1922 capo del Governo, di sterminari la mafia. E allura abbisogna farisi almeno du dimanne: pirchì Mussolini aviva ddiciso di cummattiri la mafia? E chi era Cesare Mori, che i giornali acchiameranno “il Prefetto di ferro”? Mussolini era stato portato a fari la feroci campagna antimafia che fici per du motivi: uno pirsonale e uno per questioni di potiri economico-politico. Non era stata certo la volontà d’abolire un sistema che faciva gravissimo danno al tessuto sociali della Sicilia a farlo cataminare. Politicamente, la maggioranza della mafia, quanno il fascismo pigliò il potiri, s’attrovo ’nzemmula coi liberali di V. E. Orlando, il quali, in un discorso del 1924, al Teatro Massimo di Palermo, era arrivato a proclamari fieramenti “maffioso mi dichiaro io!”. Una minoranza inveci si misi col fascismo. Un oculista di granni fama, Alfredo Cucco, ex nazionalista che si diciva fossi appattato con la mafia, arrivò, quanno addivintò deputato, a fari parte del ristrettissimo Direttorio del Partito Nazionale Fascista. Nel so viaggio in Sicilia capitato nel 1924, Mussolini vinni pubblicamenti malo trattato da un potenti capomafia, Ciccio Cuccia, “ineffabile”, come lo definì Mussolini stisso, sinnaco di Piana dei Greci, senza che le autorità prisenti avissiro il coraggio d’arribbillarisi. Vali la pena di cuntari l’episodio. Doppo la visita a Palermo, a Mussolini gli vinni la gana di visitari ’na poco di centri della provincia, tra i quali Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi). Il Prefetto Cesare Mori, sapenno che a Piana i viddrani avivano ’na forti tradizione socialista e che per di più il paisi era governato da un mafioso, fici scortare a Mussolini da ’na vintina d’agenti motociclisti. Quanno Ciccio Cuccia, scinnuto in chiazza per arriciviri il capo del Governo, lo vitti attorniato da ’na gran quantità di poliziotti, gli dissi a voci avuta in modo che lo sintivano macari i citatini che gremivano la chiazza: “Cillenza, e che bisogno c’era di tanti sbirri? Voscenza accanto a mia non ha da temere niente perché qua cumanno io”. E quindi, rivolto alla folla: “Nisciuno tocchi un capello a Mussolini, mio amico e migliori omo del mondo”. Mussolini addivintò virdi dalla raggia. Mentri faciva quel viaggio egli accapì inoltre quello che i mafiosi volivano da lui in cambio di un appoggio totale: “lasciare”, sono ancora parole so, “il potere a poche centinaia di malviventi”. E addotò il Prefetto Cesare Mori di pieni poteri. Mori, tra l’autro, accanosciva beni la Sicilia. C’era già stato nell’immediato doppoguerra per reprimere i moti nati dalla sdillusioni dei viddrani ai quali, per animarne lo spirito patriottico mentri che c’era il conflitto, era stata fatta l’ennesima promissa non mantenuta di terre da coltivare. Nominato appresso Prefetto di Bologna, era stato fatto trasfiriri dai fascisti pirchì ne aviva mannato a decine in galera doppo i gravi fatti di sangue successi a palazzo d’Accursio. ’Nzumma, il Prefetto era uno che non taliava ’n facci a nisciuno. Era un funzionario tanto onesto quanto durissimo. E Mussolini lo ripiscò spidennolo in Sicilia con un potiri immenso. Mori cummattì la mafia adoperanno gli stissi ’ntifici sistemi della mafia e avenno a so totali disposizioni carrabbineri, pubblica sicurezza, corpi speciali che dovivano arrispunniri sulamenti a lui e persino reparti dell’esercito. “Sotto il pretesto di combattere la mafia, fu posto il bando ai principi generali del diritto, alle garanzie costituzionali dello Statuto albertino, alla osservanza dell’habeas corpus dei cittadini, alle salvaguardie processuali penali, alla corretta applicazione della stessa legge di pubblica sicurezza. Interi corpi dello Stato, nel presupposto di far valere la legge, non ebbero scrupolo a operare fuori della legge e anche contro la legge [...]. Si procedeva alla esecuzione dei mandati di cattura organizzando vere e proprie razzie [...]. In qualche caso, si giunse anche ad assediare in blocco un paese (esempio classico: Gangi sulle Madonie) con impiego oltre che della polizia locale anche dell’esercito. Generalmente poi, se non si mettevano le mani sui presunti mafiosi, si arrestavano i familiari, il padre, il fratello, talvolta la madre o la moglie, per costringere il latitante o i latitanti a costituirsi. [...] non fu raro il barbaro e illegale ricorso alla tortura mediante la “cassetta” o altri strumenti di raffinata sadica crudeltà” (F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. II, Palermo 1985). Una dittatura può permittirisi questo e autro. Mori ottenni la testa d’importanti personaggi del fascismo siciliano come appunto Cucco o il generale De Giorgi e manno ’n carzaro capimafia storici come Vito Cascio Ferro, Calogero Vizzini, Genco Russo. Con loro, centinara di mafiosi vanno a stipari le celle. Apparentemente, il fascismo abbattì la mafia imponenno non la liggi, ma la liggi del terrore. Ma com’è che, appena caduto il fascismo, la mafia tornò a essiri cchiù forti e potenti di prima? Scrive Denis Mack Smith (Storia della Sicilia medievale e moderna, Bari 1970): “Se la mafia fosse stata un’associazione, invece che un modo di vivere, forse Mori avrebbe potuto sopprimerla per un certo periodo, ma in realtà le sue complesse cause sociali ed economiche non potevano essere rimosse in così breve tempo o soltanto con questi metodi. Forse in certi ambienti c’era solo il desiderio di ottenere un’apparente vittoria di prestigio; e Vizzini e Russo furono in seguito rilasciati per mancanza di prove”. La classica mancanza di provi sempri opportunamenti adottata dai judici sia con la democrazia che col fascismo. Inoltre il Prefetto aviva accomenzato a smurritiare la nobiltà siciliana, proprietaria di quell’immenso latifondo indovi la mafia nasciva e pasciva. Il Prefetto si era fatto pirsuaso che tra i granni propietari terrieri e i loro camperi mafiosi c’era un accordo. Ma appena principiò a cataminarisi di questo passo, vinni richiamato a Roma e la sua carrera finì. E lo stesso Alfredo Cucco tornò a farisi nominari supra i giornali verso l’anni ’40 soprattutto come autori di un libro indove si sostiniva che il coito interrotto faciva addivintari orbi. Ad ogni modo, per i primi dù anni, Mori s’interessò picca e nenti della mafia rafadalisa. Forsi pirchì sapiva che a quella c’era già qualichiduno che ci pinsava.

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Da Qualesammarco, n. 2 del 1989
Fra agiografia e microstoria locale
L'arciprete copiò: Il pellegrino al Gargano di Marcello Cavaglieri
D

Illustrazione presa dal "Pellegrino al Gargano" del 1680
Illustrazione presa dal "Pellegrino al Gargano" del 1680
al suo “Centro residenziale di studi pugliesi” a Siponto, Michele Melillo produce un'opera (per me) inaspettata: la moderna edizione di Marcello Cavaglieri, Il pellegrino al Gargano, uscito nel 1680 e non più ristampato, pare, dopo il 1732 (Lingua e Storia in Puglia, 2 tomi, fascicoli 29-30, 31-32 1985, 1986).
La ragione di simile impresa la spiegano gli stessi curatori, M. Melillo e P. Piemontese: “... dare uno sguardo alle vicende culturali e linguistiche, che, allo spegnersi del Seicento, caratterizzavano il Gargano...”. E questo fanno le quasi ottanta pagine di commenti, note e indici apposte all'opera.
Il domenicano Marcello Cavaglieri (1649-1705), bergamasco, al seguito del suo protettore cardinale Orsini arcivescovo di Manfredonia e futuro Benedetto XIII, fu vicario generale di quella archidiocesi dal 1675 al 1680.
Seguendo l'Orsini a Cesena in quest'ultimo anno, lasciava alla Capitanata un'opera devozionale che è anche un ampio inventario relativo al culto dell’arcangelo Michele: dalle apparizioni sul Gargano ai miracoli, ai pellegrinaggi di papi imperatori e santi nei secoli. Non senza aspirazioni letterarie: egli interpola al testo sei sonetti di propria mano - rime votive, testimonianza di mera abilità versificatoria.
Ma l’erudito secentesco non poteva immaginare che un secolo e mezzo più tardi sarebbe stato oggetto di un singolare plagio nella microstoria religiosa del Gargano. Ai primi dell’Ottocento, infatti, la sua opera venne “a caso” vista da un Francesco Paolo Spagnoli, arciprete di San Marco in Lamis, il quale, trovandola “tediosa per il modo di scrivere di quei tempi”, ritenne “convenevol cosa formarne un ristretto in dodici Capitoli diviso”.
E così fece, disinvoltamente, senza meglio definire la fonte, che chiama “un antico manoscritto”, dando alle stampe un Ragguaglio dell'insigne e venerabile santuario dell'Arcangelo S. Michele nel monte Gargano datato Napoli 1827. E dovette essere un locale best-seller, se ebbe ulteriori edizioni nel 1846, 1858 e 1873. E anonimo, in tutti i sensi, questo Ragguaglio; e non ho spazio, qui, per illustrare l’attribuzione all’arciprete sammarchese. Ma una qualche resipiscenza portava il rifacitore - come vedo nella edizione 1846 - a menzionare in extremis, all'ultima pagina, il Cavaglieri e il suo Pellegrino, senza peraltro riconoscerlo come fonte.
In effetti, l'arciprete manipola con perizia (gli anglosassoni chiamerebbero la sua operetta un abridgment); segue l'originale da vicino, ma lo sfoltisce della secentesca oratoria e di lunghe apostrofi devozionali. Ecco un tratto dell'originaria leggenda. Il Cavaglieri: “Teso l’arco vibra il dardo addosso del Toro: Ma (odi prodigio!) la saetta scoccata rivelò indietro da mezza strada, e ferì nel petto il saettante Cavaliere”. Lo Spagnoli: “Teso l'arco, vibra il dardo contra del Toro; ma la saetta scoccata, rivolta indietro da mezza strada ferì nel petto il saettante Cavaliere”.
Non so se l'arciprete Spagnoli avesse letto i codici degli “Atti dell'apparizione” da cui il Cavaglieri trasse il suo racconto. Li conosceva bene, invece, il dotto sacerdote di Monte Sant'Angelo Francesco Falcone, che nel 1888 pubblicava certe sue Ricerche storico-critiche sull'Apparizione di S. Michele Arcangelo in monte Gargano col proposito di sceverare la storia dell'apparizione da elementi non credibili. E in tale opera “critica” non risparmiava il buon Cavaglieri, che a suo dire fu ampolleso e favoloso (“ampliò... strabocchevolmente gli Atti e confuse peggio gli avvenimenti del Gargano”, p. 12), allo stesso modo in cui si scagliava contro “gli avversari della fede” che negano l'apparizione, e l’esistenza stessa degli angeli (leggi Gregorovius, laico pellegrino al Gargano nel 1874).
Questi sono ottocenteschi fatti locali in margine a grandi rnitologie. Ma mettendo l’accento sull’amplificazione e la favolosità, involontariamente il Falcone accentuava certo carattere del Cavaglieri che può legarne l’opera alla sensibilità moderna. Infatti, la massa di elementi accumulativi la trasforma in un vero e proprio repertorio dell’immaginario collettivo garganico, in cui convivono leggenda, simboli e archetipi. Vedi la comparsa del “dragone” (p. 58), avversario dell’angelo e della gente - è quasi ovvio il richiamo al poemetto dialettale novecentesco Lu trajone del garganico Borazio; oppure tratti popolareggianti, come l’empirica etimologia del toponimo “Pulsano” da “polso sano” (p. 180).
Al di fuori di interessi specialistici e agiografici, sembra essere tale la suggestione di lettura, oggi, del Pellegrino al Gargano.
Cosma Siani