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Articoli
Giuseppe Garibaldi, Memorie, Rizzoli 1982
Agli elettori italiani
Caprera, 29 settembre 1874
Elettori,
I Collegi sono convocati. Ogni onesto italiano, ogni padre di famiglia, ogni artigiano il quale ami i propri figli, ogni cuore che palpiti per il nostro paese, ogni associazione che non sia una setta giurata contro la libertà e la grandezza di queste zolle sacrate a tanti martiri; in questa circostanza solenne deve far tacere ogni astio, ogni interesse di parte, e concordi portarsi all’urna elettorale, a deporre il voto sopra individui, la cui vita privata e pubblica sia come la luce, che vivifica questa nostra Italia. L’Italia! ... questa Italia, che le altre nazioni tanto invidiano pel suo cielo, per la fertilità delle sue terre, per l’indole svegliata dei suoi abitanti, che in pochi anni conquistarono ciò che fu la aspirazione di secoli, la sua unità; qual mai ostacolo le si oppone a renderla grande, prospera, rispettata? La sua apatia, la sua immoralità, la discordia. Chi la gettò in questo baratro di sciagure? Un detto che in pubblico Parlamento fu lanciato contro gli onesti: che il governo non è un principio, ma un partito. Da questo, corruzione dei pubblicisti, corruzione nei plebisciti, nei collegi elettorali, nella Camera, nei ministeri, nei tribunali, negl’impiegati, nell’esercito, nella marina; corruzione nelle imprese, nei contratti, nelle società, nelle banche, insomma in ogni ramo, in ogni dicastero. Fu alzata a sistema di governo; ogni anima venduta alle tirannie passate fu chiamata in vigore e spalleggiata dallo spionaggio, dalla calunnia, che sono la forza brutale dei ministri, sempre quelli che da 26 anni successivamente ci governano. Quindi imposte esuberanti, scialacquo di vendite demaniali, impoverimento delle masse e delle famiglie artigiane, sicurezza personale manomessa, arbitrio di sgherri e d’impiegati Senza ombra di giustizia: ecco a che ci condusse la frase esacrata che il governo è un partito e non un principio. A ritornarlo principio sacro per ognuno che diede tanti martiri dovunque, bisogna spazzare questa massa d’intrusi che, come le formiche negli alveari, ne deportano cera e miele, e non vi lasciano che putridume e macerie. Vorrei dirvi chi sono, chi furono e d’onde vengono: ma troppo dovrei intingere la penna nelle sozzure, e mi ripugna. Basta vi dica: ricorrete al loro passato, e se non siete più che ciechi, più che imbecilli, più che codardi, non riconfermateli nel loro seggio. Che sperate da essi? il pareggio, la difesa dello stato, la liberta? Illusi che siete! Si, riconfermandoli, preparatevi a nuove sciagure. Il vedeste; i prodi, gl’intemerati (in quest’epoca solenne) gemono nelle prigioni come malfattori; eppure la loro vita fu vita di sacrifrici, vita di abnegazione, vita di patimenti. Elettori! uno sguardo a loro, alle loro famiglie, eccovi il dovere vostro. Giuseppe Garibaldi

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    [...] la biblioteca non è solo il luogo della tua memoria, dove conservi quel che hai letto, ma il luogo della memoria universale, dove un giorno, nel momento fatale, potrai trovare quelli altri hanno letto prima di te. È un repositorio dove al limite tutto si confonde e genera una vertigine, un cocktail della memoria dotta. [...]
    Umberto Eco Leggi
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    G. A. Borgese

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    Storia statistica di Giuliani

    Ho dedicato una corposa sezione al Notaio sammarchese Leonardo Giuliani (1786-1865), autore della citatissima 'Storia statistica'.Ho aggiunto alla sezione molti 'file' che servono ad inquadrare meglio questa grande figura. Leggi
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    Due libri di Matteo Ciavarella

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    Nascita di una città

    Il libro di Pasquale Soccio "San Giovanni in Lamis San Marco in Lamis ....".', arricchito di tanti altri elementi che ti permettono di inquadrare la morte di una potente Badia e la nascita di una Città. Leggi
  • Antonio Vieira

    Antonio Vieira

    Nessuno come il gesuita P. Antonio Vieira (1608-1697) ha sferzato così violentemente la molteplicità degli incarichi, le remore della burocrazia, la peste dei favoritismi; nessuno ha ironizzato più spietatamente su la carta bollata, su illustri incompetenti dei loro dicasteri, su le votazioni fatte da ignari della materia su cui decidere. Leggi
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    Francesco P. Borazio

    Tullio De Mauro:
    'Francesco Paolo Borazio irrompe come una voce diversa, originale, della poesia nei dialetti meridionali. Un meridionale di questo secolo che scherza in versi dialettali: ecco un fatto che basta ad assegnare, di qua di ogni più affinata valutazione critica, una posizione eccezionale a Lu Trajone e al suo autore. Leggi
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    Marmi ed Alabastri

    Il libro del 1876 in versione integrale. I marmi e gli alabastri del Gargano. Leggi
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    Il paese che ricordo

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    Il Gargano e Beltramelli

    Il resoconto del viaggio compiuto nel 1905 sul Gargano dal giornalista Antonio Beltramelli. Leggi il libro completo pubblicato nel 1907, con centinaia di foto inedite. Ho arricchito il testo con moltissime note, utilizzando la tecnica dell'ipertesto. Leggi
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    Unità e Brigantaggio

    I drammatici avvenimenti del 1860-63 visti da S. Marco in Lamis. Il libro completo di Pasquale Soccio Leggi
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    Francescani in Capitanata

    Ampi estratti del libro del grande storico P. Doroteo Forte. L'Ordine religioso francescano influenza molto la nostra vita, anche se ci sono elementi di crisi e disagio al suo interno. Leggi
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    Gastronomia e patate

    Il p. Michelangelo Manicone, nel 1803, invitava i contadini del Gargano a 'coltivare le patate', da dare agli animali e da mangiare. Propone numerose ricette, che io vi sottopongo insieme ad altri scritti del Frate. Ovviamente sulle Patate. Leggi
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    Il torrente Iano

    Dai ricordi di Vittorio De Filippis, sammarchese emigrato a Varese dove fu Presidente dell'Ordine dei Medici. L'Autore ricorda alcuni periodi della sua infanzia a San Marco in Lamis. Una prosa semplice ma evocativa: sembra il testo di una sceneggiatura. Leggi
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    Padre Michelangelo Manicone

    Un grande frate riformatore, che scriveva anche bene. Un grande conoscitore ed amante del Gargano. La trattazione di quattro comuni del Gargano, con tante curiosità. Leggi
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    I braccianti

    Come vivevano i braccianti di una volta a S. Marco in Lamis e nei paesi del Gargano e del Meridione? Leggi
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    Contadini e cafoni

    Come vivevano a San Marco in Lamis e nel Gargano i condadini ed i cafoni Leggi
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    Giornate ecologiche

    Noi riteniamo che il turismo sia una delle poche prospettive di sviluppo economico di S. Marco; però riteniamo anche che gli interventi ricettivi e tutti i servizi debbano essere concentrati fuori del bosco, a Borgo Celano. Leggi
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    Il Bosco della Difesa

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    Il convento di San Matteo

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Da Qualesammarco, n. 2 del 1989
La nevaia

S. Marco innevata nel 2001
S. Marco innevata nel 2001
In questa società avanzata, post-industriale, in ogni famiglia ci troviamo, tra gli altri elettrodomestici, il frigorifero. Fa comodo ed è indispensabile: tiene al fresco le bevande e conserva le vivande soggette ad alterazioni.
Per le attuali generazioni sembra del tutto normale trovare la frutta fresca dopo diversi giorni acquistata senza aver subìto alcuna decomposizione. La carne può essere conservata a lungo nel freezer ecc. ecc. Ma guardiamoci un pochino indietro nel tempo, ad esempio cinquant’anni fa e oltre. Come facevano i nostri nonni per bere un bicchiere di vino fresco nella stagione estiva? E qui sarebbe il caso di dire: C'era una volta la nevaia... Già, cos’era la nevaia? Qui non possiamo sottrarci all’obbligo, anche per rispetto dei giovani, di descriverla, se pur schematicamente, nelle sue linee generali.
La nevaia veniva costruita generalmente inte nu funne (una ristretta zona concava del terreno), dove con le abbondanti nevicate il vento raccoglieva e ammassava molta neve dalla parte più esposta formando così le famose “nevifere”. La nevaia era un grande fosso fatto scavare dagli interessati profondo circa sei metri e della stessa misura era il diametro. La sua parete circolare veniva ricoperta con delle zolle erbose ricavate dai prati circostanti allo scopo di evitare smottamenti.
La base veniva spianata accuratamente con lu rastedde e lu ratavedde (arnesi che usavano i contadini per raccogliere il grano ed altro sull'aia) e quindi coperta da uno spesso strato di paglia.
Quando nevicava - e prima di neve ne faceva tanta - si andava a remette la neve, adulti e bambini. Parte degli adulti operava sulla “nevifera” formando grosse palle di neve che bambini e ragazzi infilavano con un bastone, si caricavano sulle spalle e andavano a buttare nel fosso. Lì dentro c’erano quattro uomini specializzati nel mestiere che raccoglievano la neve e formavano così degli strati di circa trenta centimetri l'uno di spessore e mentre due la sistemavano gli altri due con i paravise battevano con tutta la loro forza per far sì che venisse pressata al massimo.
Lu paravise altro non era che una grossa piastra ricavata dal tronco di un albero bene spianata, rettangolare con al centro un foro dove si innestava un manico più alto di un metro perpendicolare alla base e con questo attrezzo si batteva sulla neve per comprimerla il più possibile.
Dicevano che ogni strato si faceva di trenta centimetri circa.
Quegli strati si sovrapponevano l'uno sull’altro su su fino a colmare il fosso.
S. Marco innevata nel 2002
S. Marco innevata nel 2002
Da quella neve che cadeva lieve, candida, frolla; che volava via al primo soffio di vento, con il lavoro dell'uomo si trasformava nella nevaia, in un solo blocco duro e omogeneo e che a distanza di pochi mesi ci voleva un arnese a mo' di coltellaccio per tagliarlo a pezzi.
Quando la nevaia era piena, al colmo, subiva una forte, particolare pressione con i paravise battuti con forsennata insistenza tanto che alla fine risultava un pavimento liscio, compatto e ben fermo nella sua resistenza, sopra quel piano veniva sparsa una buona quantità di paglia che con la pioggia e il tempo si depositava bene e tuttavia, di tanto in tanto, veniva rifornita per surrogare quella portata via dalle intemperie.
Mentre si lavorava, non essendoci pozzi o cisterne nei pressi, per dissetarsi i lavoratori riempivano un secchio di neve pulita sperando che l’aria divenisse meno gelida e sciogliendosi si potesse bere. Cionondimeno, il padrone, per onorare le vecchie tradizioni, faceva portare sul posto di lavoro dei barili di vino, non certo del migliore, anzi. Si trattava di vino adulterato, cioè a dire che durante la fermentazione aveva preso un sapore non del tutto buono e sicuramente a tavola avrebbe disgustato chi l'avesse bevuto. Sulla nevaia, oltre al vino, veniva offerta la saraca (aringa), salata com'era, quel vino freddo acquistava il sapore del migliore degli champagnes.
A lavoro finito veniva offerta una cena generale a base di fagioli, magari un po' crudi, e la notte ...
si salvi chi può.
Quando a sera i lavoratori tornavano a casa erano bagnati dalla testa ai piedi. Nessuno di loro calzava scarpe degne di questo nome. Si usavano li scarpune (specie di cioce, vale a dire che di sotto erano di gomma ricavata dalle ruote vecchie delle automobili e di sopra i piedi erano coperti solo nella parte anteriore. Dietro il calcagno ci passava una cinghietta).
Arrivata l’estate si andava a scoprire la nevaia e con una specie di coltellaccio lungo anche un metro, con una lama larga di almeno dieci centimetri, a doppio taglio, si tagliavano i pezzi da cinquanta centimetri di lato per la lunghezza di un metro formando così una specie di gradino. Questi pezzi venivano sistemati nelle ballette di tela pesante con dentro la paglia per evitare l’esposizione al sole caldo della stagione. I pezzi a loro volta subivano lo spezzettamento a causa della vendita al minuto.
Nelle famiglie si metteva al fresco il vino quando era festa. Chi aveva la possibilità confezionava in casa la ruzzata (orzata), la lummenata (limonata) ecc. e comunque quelle bevande fresche e saporite le si trovava nella birreria, nei pochi caffè e da Iangelone a meze lu chiane.
La neve da Sammarco veniva richiesta ed esportata a S. Severo, S. Nicandro, dove si diceva che facessero dei gelati squisiti, a Manfredonia e Lesina per conservare il pesce e in altri paesi che la richiedevano.
Dovunque c’era la nevaia si costruiva la strada per i carretti addetti al trasporto della neve. Dove non era proprio possibile questa veniva trasportata a dorso di mulo.
Le nevaie si trovavano sempre nei posti meno agibili: Montenero, “li Cime”, “li Coppe” ecc.
(Informatore: Giuseppe Soccio detto Seppino)