Franco Venturi, 1962
Le edizioni settecentesche napoletane recano sovente errori di carattere per lo più tipografico: sono stati tacitamente corretti, talvolta anche col conforto di altre edizioni coeve nelle quali l'errore non è stato ripetuto. […]
Tanti anni fa, leggendo, mi sono imbattuto nel grande storico Franco Venturi (1914-1994), figlio di Lionello Venturi (1885-1961), immenso critico d’arte e storico dell’arte italiana, in USA grande amico di Gaetano Salvemini; mi colpì particolarmente che Franco Venturi si occupasse di “illuministi”, quelli napoletani, poi .…
Iniziai le mie ricerche (di libri ed articoli) al riguardo, e li salvai sul mio hd (anche) in “letteratura >> autori ialiani >> 1700 >> illuministi. Salvai anche del materiale riguardante Giuseppe Palmieri, spessissimo evocato da Carlo De Cesare in Delle condizioni economiche e morali delle classi agricole nelle tre Provincie di Puglia , libro letto, corretto, annotato e reso pubblico da me [Delle-condizioni-economiche ...].
Franco Venturi ha senz’altro letto di Carlo De Cesare, ma non l’ha inserito tra i Riformisti napoletani, nel suo libro (ce l’ho!) Illuministi italiani, Tomo V, Riformatori napoletani, stampato nel 1962 da Riccardo Ricciardi.
Carlo De Cesare, a mio avviso, scrive meglio di Giuseppe Palmieri
[…]
Citazioni da Delle condizioni economiche e morali delle classi agricole nelle tre Provincie di Puglia (in grassetto nel libro da scaricare!):
[...] Del povero campagnuolo, del bracciante, della misera donnicciuola che colloca tutte le sue speranze nella prossima spigolatura; ed ella corre nei campi mietuti sotto la sferza d'un sole ardente nei mesi di giugno e luglio, abbandona la sua casa e i suoi teneri figli; dorme a cielo scoperto sul mucchio delle spighe raccolte negli aperti campi, soffre la sete, i disagi, affronta le infermità, si priva di tutto, per dare all'usuraio il poco prodotto di tanti stenti, di così dura fatica, di tanti patimenti!
[…]
Dalla collina di Montecalvello presso al Vallo di Bovino fino al capo di Lecce, la regione Pugliese considerata in complesso può stimarsi una sola e vasta pianura che si estende lungo l'Adriatico, e mette termine appié del Gargano.
[…]
La natura per voler di Dio par che non abbia voluto passar di repente a formare questa immensa pianura; ma invece dalla catena degli Appennini che intersecano la più gran parte della Basilicata scendendo a grado a grado ha preparato i vasti piani con una serie d'intermedie colline decrescenti a poco a poco in altezza.
[…]
Dalla falda del Monte Gargano detto lo sperone d'Italia si dispiega l'immensa pianura del Tavoliere sparsa qua e là di collinette elevantesi dal suolo di pochi piedi, di piccole eminenze, valli, fiumi e canali di poca profondità.
[…]
Dal lato poi di Andria nel Barese si eleva la catena delle Murgie formanti l'eminenze di Minervino, Corato, Ruvo, Altamura fino a quelle di Massafra, di Mottola e di Grottaglie, ove la Terra d'Otranto incomincia a prendere la forma penisolare.
[...]
Or quando in un paese, in una provincia, in una regione, in uno Stato, ove la primaria delle industrie è l'agricoltura, la proprietà fondiaria è vincolata, i capitali circolanti ristagnano, i migliori metodi di coltura sono ignorati, i migliori stromenti agrarii non usati, i tributi pesanti o mal ripartiti, il commercio, le sussistenze scarse, l'ignoranza signoreggiante, non è possibile che in questo paese la condizione degli agricoltori non sia precaria e misera, non è possibile che le terre, e siano pure le più fertili, fruttino grandemente, non è possibile che la popolazione cresca e sia florida e sana, che le comodità si diffondino, che le classi agricole non manchino del necessario, che il lavoro non sia deprezzato, che le popolazioni infine diventino civili.
[…]
Gli scrittori che sono gl'interpreti della pubblica opinione, rivelando questa uniformemente al grido universale si fecero a proporre degli utili provvedimenti per isbarbicare dalla radice la miseria.
[…]
I provvedimenti proposti furono pienamente attuati, e non di meno la miseria non fu distrutttta, anzi spesso crebbe maggiormente.
[…]
Havvi degli uomini che addivengono poveri per volontà o per errore, sprecando in lusso e bagordi tutto il loro; quelli che cadono in miseria per non sapere o voler infrenare le proprie smodate passioni; gli altri per vizio, od imprudenza; molti per audacia d'intraprese, e tutte siffatte cause di miseria sono estranee alla forza d'un legislatore, al disopra della potenza delle leggi.
[...]
Conciossiaché
“se i governi hanno pochissimo potere per minorare la miseria con provvedimenti diretti ed immediati, allorchè è un fatto da essi indipendente, hanno per altro verso una influenza incontrastabile pel benessere dei popoli, sicchè quando questa influenza si dirige utilmente, si ha sempre per risultato che migliorando le condizioni di alcuni, una parte del miglioramento pur si rifluisce su di altri” (Ludovico Bianchini, Principii della scienza del ben vivere sociale, Napoli 1855).
[…]
Taluni non vollero mai, e non vogliono assolutamente comprendere che la prima e starei per dire quasi esclusiva industria del Regno è l'agricoltura; e che dai prodotti di essa escono tutte le spese pubbliche e private, tutt'i miglioramenti rustici ed urbani, tutte le comodità, tutte le agiatezze, tutte le fortune, in breve l'esistenza di circa 9 milioni d'abitanti.
[…]
Orta ch'è la migliore, ha l'aspetto d'un misero ed oscuro villaggio: Stornarella è in continue discordie: Stornara langue per la sua svantaggiosa situazione topografica: Ordona è un villaggio meschinissimo, e i suoi comodi coloni emigrano in ogni anno: Carapelle ha tutto l'aspetto d'una masseria mal tenuta: Sanferdinando infine non presenta che un 70 di casipole mal costruite, e l'altro rimanente è composto di pagliari l'uno attaccato all'altro, nei quali vivono uomini che alla faccia ed al vestito si potrebbero pigliare per nomadi Beduini.
Tutti codesti coloni coltivano male, vivono miseramente, e spesso vanno altrove a cercar lavoro e ricovero.
Sono queste le famose colonie pugliesi!
[…]
E’ necessaria infine l'affrancazione delle terre fiscali nell'interesse della pastorizia, onde farla rifiorire, e rendere i pastori, gente rozza, intollerante d'ogni freno e violenta, uomini intesi al proprio e comune vantaggio, al rispetto dell'altrui proprietà, al miglioramento del gregge, ed agli affetti di patria e di famiglia.
[…]
[Parte seconda - Capitolo II - Tavoliere di Puglia - Nota 31] Bisogna esser nato in Puglia per sapere e vedere quello che si pratica dall'amministrazione locale del Tavoliere per la riscossione del canone appena trascorso il termine del pagamento. Una volta si inviavano appositi agenti col nome di Commissarii del Tavoliere, e i grandi arretrati giustificavano, fino a un cerio punto questa misura di rigore.
In seguito il governo essendo venuto a notizia di quello che i commissarii praticavano assai più nel loro interesse che in quello della regia cassa del Tavoliere, vietò assolutamente all'amministrazione di avvalersi di simili agenti.
Ma i fiscali di Foggia ai commissarii d'una volta, ora han sostituito gl'Incaricati, i quali sono peggiori di quelli.
[…]
I pagamenti del canone alla Regia cassa si fanno a terzi; in maggio se ne pagano due, e l'ultimo terzo in novembre. Appena trascorso il termine del pagamento, l'amministrazione caccia la lista di carico per quei censuarii che non hanno pagato; la consegna ai diversi Incaricati, e invia costoro a sollecitare il pagamento. Gl’Incaricati innalzandosi ad agenti diretti del governo minacciano, strepitano, spediscono coazioni da parte del Ricevitore del Tavoliere, e si preparano ad esecuzioni. Il censuario dimanda una dilazione, l'Incaricato sulla sua parola l'accorda, a patto però che dia un tanto a lui a titolo di regalo.
Il primo sborsa la somma pattuita, l’Incaricato parte, e dopo quindici giorni al più tardi la lista di carico per mezzo della Cassa d'Ammortizzazione è mandata ai Ricevitori distrettuali, e per essi agli Esattori Comunali della fondiaria.
Allora il povero censuario che fidava nella ottenuta dilazione è costretto di vendere a rompicollo le sue derrate, onde evitare novelli atti e coazioni.
Queste cose sono permanenti, ed han luogo finora che scrivo la presente annotazione (1856), e fanno un gran male al governo che l’ignora senza dubbio; tanloppiù che le misure di vessazione non sono giustificate da verun attrasso.
L'espediente dei ricevitori distrettuali è sufficiente ad assicurare la riscossione del canone corrente; quindi torna inutile e dannosa ad un tempo la misura degl'Incaricati.
[…]
La libertà commerciale può e debbe esistere anche coi dazi; ma con dazi moderati, cioè sotto la pura forma d'imposta opportuna e ben collocata.
[…]
Così la Fisica e la Chimica applicate all'analisi della terre, delle acque e degl'ingrassi: la Mineralogia e la Geologia alle ricerche de' metalli e delle miniere: l'orticoltura, l'arte forestale, l'architettura rurale, e l'igiene degli uomini e degli animali.
Ora tutto questo è un immenso progresso senza dubbio, e segna la più grande conquista della scienza e dell'arte collegate insieme ad un fine unico. Ma non giovano, né saran mai per giovare finché il plebeo non saprà l'uso speciale e il maneggio degl'istrumenti rurali, finché non avrà appreso tutto il servizio del fondo rurale, e tutto ciò che accade in ordine a tale servizio; in una parola, finché non avrà all'istruzione teorica fatto seguire immediatamente la pratica.
Scaturisce da ciò la necessità degl'istituti agronomici, de' poderi-modelli.
[…]
L'economia sopraintende e fa da consigliera all'una e all'altra, in quanto alle coltivazioni che più giovano all’interno e trovano spaccio all'esterno, ai risultamenti del lavoro, all'applicazione delle macchine e stromenti, alle funzioni del capitale, all'impiego delle braccia, alla misura di tutti gli elementi che possono far prosperare l’agricoltura.
[…]
Non è l'aratro e la vanga che infondono al terreno la fertilità; non è il lavoro meccanico che restituisce alla terra le forze perdute; ma sibbene le combinazioni chimiche indirizzate dalla scienza, attuate dal lavoro, ed effettuate dagli agenti naturali.
[…]
Il nostro aratro col quale si rompe il terreno saldo, si fa la seconda terza e quarta aratura del maggese, si esegue la seminagione, non solamente non è fatto per tutti codesti diversi ufficii; ma in una parola secondo le mie particolari e designate esperienze non serve a nessuna di tutte le coltivazioni nominate.
[…]
Innanzi di aspirare al capitale che non si possiede, bisogna cominciare a servirsi di quello che si ha.
Se qualche volta è buono di ricorrere al credito in caso d'urgente bisogno, è ancora meglio di farne ammeno.
[…]
È comune opinione d'essere il ceto dei pastori Abruzzesi il migliore nel Regno per intelligenza, per buone maniere e per costumi.
Or bene, udite un poco dalla bocca di un Abruzzese [Leonardo Dorote, abruzzese di Villetta Barrea - AQ., NDR] che cosa sono i pastori dell' Abruzzo.
“I nomadi, ei dice, sono i mandriani, che nell'ottobre od in quel torno trasmigrano nelle Puglie insieme al gregge, rimanendo in quelle lande tutto il verno insino a Primavera, per quindi far ritorno negli Appennini Abruzzesi infine di maggio e principio di giugno. Essendo questa classe comoda in preferenza delle altre, racchiude la sua vita civile nei soli materiali interessi, contentandosi unicamente delle fisiche soddisfazioni, né mica sentendo i bisogni di un ordine superiore, che tanto muovono l'uomo civile ed intelligente. Non ci opporremo ancora al vero dicendo aver quasi per essi il Gelli scritta la sua famosa Circe.
Ciò premesso, qual'è l'indole attuale de' nomadi? Perfettamente quella descritta. E non può avvenire altramente.
La loro vita errante è incompatibile con ogni incivilimento. La medesima non permettendo l'esercizio degli atti di Religione, li rende poco credenti.
Non ascoltando alcuna voce di essa in alcun tempio mai, perdio sempre lungi dall'abitato, l'idea del giusto e dell'onesto non cape in loro intelletto, usi a conversar coi bruti soltanto, perdono i sentimenti di umanità, quindi i reati più atroci si verificano tra essi: lontani sempre per loro istituzione dalla società, e da quella assai dolce di famiglia, ripulsano quella e diventano egoisti; quindi ogni loro discorso si aggira sulle loro industrie, non muovendoli anzi nojandoli argomenti di scienze, di arti belle, di lettere umane, avendosi creato un mondo a parte, il mondo armentario.
L’istessa abitudine di distruzione, li mette in guerra continua col resto della popolazione, permettendosi coi loro animali di devastare non solo i pascoli comunali, ma quelli dei privati, non esclusi i campi seminati a cereali ed a civaje, quindi le continue liti con la massa della popolazione.
Possono dirsi di formare il contrapposto della massa istessa. L'indole di cui è parola vien fortificata dalla lettura di pessimi libercoli che corrono tra le loro mani.
Non possono da ultimo costituir forza propriamente detta dello stato per la necessaria vita oziosa, e perchè prestissimo invecchiano pei disagi della stessa vita sempre errante, nè può ancora per essi vedersi aumento di popolazione, attesochè le malsane lande di Puglia ne mietono annualmente gran numero.
Infine la casta dei mandriani nomadi nulla ha di comune col resto degli abitanti del Regno in quanto a tenore di vita, e si possono in certa guisa tanto per le maniere, quanto per la lóro vita errante, paragonare ai vaganti Boemi, anche dal lato del linguaggio che è tutto proprio e particolare a sé stessi”.
(Leonardo Dorotea, Monografia del circondario di Castel di Sangro nell'Abruzzo Ulteriore II. …, in Carlo De Cesare, La legge sull’affrancamento del Tavoliere di Puglia, Torino 1863)
Non so se sviluppare in modo “esteso” quello che mi frulla per la testa a proposito di Carlo De Cesare ed i “suoi” illuministi napoletani, … compreso Antonio Scaiola (1817-1877) e Giuseppe Massaro (1821-1884).