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Il Crédit Suisse era già fallito, almeno una volta. Lo apprendiamo dal seguente articolo, apparso sull’Astrolabio del maggio 1977 (46 anni fa …). L’autore, Aldo Rosselli, è figlio di Nello Rosselli (https://www.garganoverde.it/storia/risorgimento/nello-rosselli.html), grande storico antifascista, ucciso dai fascisti nel 1937 insieme a suo fratello Carlo. Chi si ricorda del bellissimo film Pane e cioccolata del 1973, interpretato da Nino Manfredi, sceneggiato e diretto da Franco Brusati?
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L’Astrolabio, n. 9 del 14 maggio 1977
La svizzera dopo il fallimento del Crédit Suisse
Un obsoleto colonialismo tecnologico
di Aldo Rosselli (**)
La Svizzera, per noi italiani, è, tra le altre cose, un comodo ricettacolo del nostro senso di colpa collettivo.
Gli svizzeri sono gretti, la loro etica è quella del capitalismo pre-weberiano, non hanno fantasia, la loro politica di neutralità è arida e mantiene la Svizzera in una fumosa zona al di qua della storia e dell'impegno. Inoltre l'Italia ha vissuto, in varie fasi spesso tra loro contraddittorie, l'immigrazione italiana in terra elvetica, oggi, però, dopo molti decenni di accettazione più o meno paternalistica, la sinistra italiana considera la sorte dell'immigrante italiano come una realtà traumatica da estirpare al più presto. Ma in Svizzera affluiscono anche, come tutti sanno, i capitali illegittimi degli speculatori e di chiunque abbia lucrato profitti non confessabili al fisco.
Ma oggi anche il mito più tenace, fra tutti quelli legati alla nostra immagine della Svizzera, cioè quello del segreto bancario e del concetto di “nazione” come aggregato occulto e potentissimo di multinazionali, sta entrando in crisi. È di pochi giorni fa il clamoroso caso del Crédit Suisse (1). Si parla di perdite intorno ai 250 milioni di franchi (ma probabilmente sono molti di più), di un presidente, Felix Schulress, frettolosamente spedito in pensione, e di un condirettore centrale della sede zurighese, Serge Demieville, “sospeso” almeno momentaneamente, e di una inchiesta aperta nella sede attivissima di Chiasso. Tutto ciò, già di per sé inquietante per l'inamidata rispettabilità elvetica, segue ad altri “incidenti” quali le irregolarità della Fidinam (2) e quindi il fallimento del Weisscredit (3).
Se, tuttavia, la Svizzera fosse per noi italiani unicamente una serie infinita di forzieri sotterranei, di impenetrabili labirinti monetari. Essa non sarebbe altro che un determinato capitolo del cosiddetto capitalismo maturo in un'Europa ricca di molte altre contraddizioni altrettanto brucianti. Ma la partita aperta con l'Italia si chiama essenzialmente immigrazione, ed è stata e ancora è oggi una partita a doppio registro, con effetti di tipo cumulativo sia in Svizzera che in Italia. Proverbialmente, l'operaio italiano che attraversa la frontiera a Chiasso aliena da sé una serie di sue caratteristiche antropologiche: non può, se non dopo moltissimi anni, portare con sé la moglie e i figli, e in Svizzera gli è severamente inibito di accostare donne locali, dunque niente sesso; non può in alcun modo occuparsi di fatti politici locali, gli conviene quindi spoliticizzarsi del tutto; non può neppure essere coinvolto nel proprio destino di uomo che lavora, dal che deriva che sindacati e associazioni non fanno per lui. Che cos'è che fa per lui? Giunto dalla Calabria; dalle Puglie o dalla Sicilia, spesso analfabeta e privo di specializzazione, lo attende una crescente ghettizzazione che non di rado giunge a una regressione psicologica grave. Prova ne sono i manicomi italiani del sud, i cui reparti sono pieni di immigranti svuotati davvero d'identità, attraverso il crudele imbuto del mercato capitalistico del lavoro, e non per compiacere le suadenti definizioni di un manuale psichiatrico.
Secondo le ultime statistiche, del 1975, gli stranieri residenti in Svizzera costituiscono il 16,1% della popolazione, ma arrivano al 27% se si considera soltanto la popolazione attiva. È intorno a queste statistiche alla 1oro realtà sociale calata nella struttura del paese che si sono innestate le campagne, come quella di Schwarzenbach (4), contro l'inforestamento, cioè contro la “corruzione” esercitata dagli operai stranieri residenti nei confronti dell'omogeneità razziale e dei costumi locali.
Un razzismo, come si può capire, grottesco ma a suo modo anche tristemente tipico, quando si pensi che proprio la mano d'opera straniera nell'industria e nel terziario aveva permesso agli svizzeri di qualificarsi maggiormente, raggiungere un maggiore benessere, e cosa non trascurabile, evitare di fare i lavori più servili.
Nella prefazione al suo eccellente volume, Elvezia, il tuo governo, Delia Frigessi (5) scrive: “ … l'efficienza dell'apparato repressivo, la sistematica opposizione a ogni sia pur minima possibilità di espressione e soprattutto di partecipazione politica dei lavoratori immigrati, il grado assai alto e in sostanza l'istituzionalizzazione della loro discriminazione nei confronti del salario e della qualifica, degli alloggi, della scuola e della formazione professionale, discriminazione attuata attraverso una serie di misure che mettono quasi il 30% della classe operaia in condizione di non nuocere ai profitti del capitale, contribuiscono oggi – nel contesto della complessa situazione sociale di uno dei paesi più ricchi del mondo - a dare un particolare rilievo alla Svizzera in quanto paese d'immigrazione nella fase del capitalismo maturo”
Ma parlano ancora più chiaro gli operai italiani, nei dialoghi raccolti dalla Frigessi.
Un ventiquatrenne, ad esempio, nuovo stagionale: “Sto aspettando la fine del mese per vedere quanto il padrone mi darà allora”. Oppure, sempre a proposito delle paghe fissate arbitrariamente, un operaio ventiseienne col permesso di tipo B (6): “I padroni ne approfittano perché sono d'accordo, sono tutti insieme che decidono i prezzi”.
Lo scandalo del meccanismo occulto della cosiddetta democrazia svizzera ha trovato aspre e consapevoli i denunce tra gli stessi svizzeri, che anzi per primi hanno guastato la festa in casa. Già negli anni cinquanta Max Frisch (7) denunciò la condizione degli immigranti con accenti di furore e puntando al disinganno collettivo cui anche il commediografo Friedrich Duerrenmatt (8) contribuì da par suo.
In pieno incantamento da boom economico, quest'ultimo stilò una gelida, quasi perfida definizione di contro-realtà. “E accanto a tutto questo la vita di un uomo qualsiasi, occidentale nel mio caso, meglio, svizzero, brutto tempo e congiuntura, affanni e tormenti, sconvolgimenti per pasticci privati, senza alcun rapporto col resto del mondo, con ciò che avviene e che non avviene, col dipanarsi delle necessità [...].
Non vi è più un dio che minacci, né una giustizia, né un fato come nella quinta sinfonia; ci sono solo incidenti del traffico, dighe che crollano per errori di costruzione, l'esplosione di una fabbrica di bombe atomiche provocata da un assistente di laboratorio un po' distratto, incubatrici mal condizionate”.
Oggi, maggio l977, capita di leggere sul Corriere della Sera il seguente titolo: “Zurigo ancora sotto choc”. Si allude, ben inteso, ancora una volta alla faccenda del Crédit Suisse. Preme la sinistra parlamentare elvetica invocando una riforma urgente, praticamente chiedendo la abolizione del segreto bancario (!) e serie misure di controllo all'interno degli istituti finanziari. Invece il ministro competente si dichiara d'accordo coi partiti borghesi nel voler attendere l'esito dell'attuale inchiesta sul Crédit Suisse prima di decidere per delle riforme radicali. Ma il vero nocciolo della questione non sta nella scoperta di irregolarità o ammanchi, o anche, più incredibilmente ancora, negligenze. Si tratta ormai di mettere sotto processo, da parte di quella Svizzera non contagiata dal furto istituzionalizzato, di premere sulla natura delle fonti del credito che fa da pilastro alle banche svizzere, sul colore della sua illegalità, e infine sul fatto che, dal traffico della valuta all'esportazione illegale di capitali (in buona parte dall'Italia) alle ramificazioni invisibili delle multinazionali, si tratta sempre e comunque di un prezzo politico che la Svizzera riceve e che insieme paga. Un prezzo che contiene la tragedia dell'immigrazione e il fetore del razzismo, ma al contempo la squallida qualità dell'esistenza borghese entro i confini della Confederatione Helvetica.
Non basterà, quindi, sostituire qualche alto funzionario del Crédit Suisse. Il cancro della vita associata svizzera non può più essere esorcizzato mediante capri espiatori.
Deve realmente cambiare qualcosa, prima che i crack finanziari e i disastri chimici dei colossi come La Roche (9) (leggi Seveso) o Ciba o Geigy finiscano per identificarsi con l'immagine di un paese che in tempi non più idonei insiste a voler crescere a spese degli altri, creando un mostruoso, anche se obsoleto, colonialismo tecnologico (cioè pulito ... ) nel cuore dell'Europa.
1 Leggi l’articolo Credit Suisse e la bolla globale dei derivati - Linkiesta.it