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Newsletter del 26 marzo 2023

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Cara (o) ‍Visitatore ‍,


Il Crédit Suisse era già fallito, almeno una volta. Lo apprendiamo dal seguente articolo, apparso sull’Astrolabio del maggio 1977 (46 anni fa …). L’autore, Aldo Rosselli, è figlio di Nello Rosselli (https://www.garganoverde.it/storia/risorgimento/nello-rosselli.html), grande storico antifascista, ucciso dai fascisti nel 1937 insieme a suo fratello Carlo.

Chi si ricorda del bellissimo film Pane e cioccolata del 1973, interpretato da Nino Manfredi, sceneggiato e diretto da Franco Brusati?

 

L’Astrolabio, n. 9 del 14 maggio 1977

La svizzera dopo il fallimento del Crédit Suisse 

Un obsoleto colonialismo tecnologico

 di Aldo Rosselli (**)

La Svizzera, per noi italiani, è, tra le altre cose, un comodo ricettacolo del nostro senso di colpa collettivo.

 Gli svizzeri sono gretti, la loro etica è quella del capitalismo pre-weberiano, non hanno fantasia, la loro politica di neutralità è arida e mantiene la Svizzera in una fumosa zona al di qua della storia e dell'impegno. Inoltre l'Italia ha vissuto, in varie fasi spesso tra loro contraddittorie, l'immigrazione italiana in terra elvetica, oggi, però, dopo molti decenni di accettazione più o meno paternalistica, la sinistra italiana considera la sorte dell'immigrante italiano come una realtà traumatica da estirpare al più presto. Ma in Svizzera affluiscono anche, come tutti sanno, i capitali illegittimi degli speculatori e di chiunque abbia lucrato profitti non confessabili al fisco.

Ma oggi anche il mito più tenace, fra tutti quelli legati alla nostra immagine della Svizzera, cioè quello del segreto bancario e del concetto di “nazione” come aggregato occulto e potentissimo di multinazionali, sta entrando in crisi. È di pochi giorni fa il clamoroso caso del Crédit Suisse (1). Si parla di perdite intorno ai 250 milioni di franchi (ma probabilmente sono molti di più), di un presidente, Felix Schulress, frettolosamente spedito in pensione, e di un condirettore centrale della sede zurighese, Serge Demieville, “sospeso” almeno momentaneamente, e di una inchiesta aperta nella sede attivissima di Chiasso. Tutto ciò, già di per sé inquietante per l'inamidata rispettabilità elvetica, segue ad altri “incidenti” quali le irregolarità della Fidinam (2) e quindi il fallimento del Weisscredit (3).

 Se, tuttavia, la Svizzera fosse per noi italiani unicamente una serie infinita di forzieri sotterranei, di impenetrabili labirinti monetari. Essa non sarebbe altro che un determinato capitolo del cosiddetto capitalismo maturo in un'Europa ricca di molte altre contraddizioni altrettanto brucianti. Ma la partita aperta con l'Italia si chiama essenzialmente immigrazione, ed è stata e ancora è oggi una partita a doppio registro, con effetti di tipo cumulativo sia in Svizzera che in Italia. Proverbialmente, l'operaio italiano che attraversa la frontiera a Chiasso aliena da sé una serie di sue caratteristiche antropologiche: non può, se non dopo moltissimi anni, portare con sé la moglie e i figli, e in Svizzera gli è severamente inibito di accostare donne locali, dunque niente sesso; non può in alcun modo occuparsi di fatti politici locali, gli conviene quindi spoliticizzarsi del tutto; non può neppure essere coinvolto nel proprio destino di uomo che lavora, dal che deriva che sindacati e associazioni non fanno per lui. Che cos'è che fa per lui? Giunto dalla Calabria; dalle Puglie o dalla Sicilia, spesso analfabeta e privo di specializzazione, lo attende una crescente ghettizzazione che non di rado giunge a una regressione psicologica grave. Prova ne sono i manicomi italiani del sud, i cui reparti sono pieni di immigranti svuotati davvero d'identità, attraverso il crudele imbuto del mercato capitalistico del lavoro, e non per compiacere le suadenti definizioni di un manuale psichiatrico.

Secondo le ultime statistiche, del 1975, gli stranieri residenti in Svizzera costituiscono il 16,1% della popolazione, ma arrivano al 27% se si considera soltanto la popolazione attiva. È intorno a queste statistiche alla 1oro realtà sociale calata nella struttura del paese che si sono innestate le campagne, come quella di Schwarzenbach (4), contro l'inforestamento, cioè contro la “corruzione” esercitata dagli operai stranieri residenti nei confronti dell'omogeneità razziale e dei costumi locali.

Un razzismo, come si può capire, grottesco ma a suo modo anche tristemente tipico, quando si pensi che proprio la mano d'opera straniera nell'industria e nel terziario aveva permesso agli svizzeri di qualificarsi maggiormente, raggiungere un maggiore benessere, e cosa non trascurabile, evitare di fare i lavori più servili.

Nella prefazione al suo eccellente volume, Elvezia, il tuo governo, Delia Frigessi (5) scrive: “ … l'efficienza dell'apparato repressivo, la sistematica opposizione a ogni sia pur minima possibilità di espressione e soprattutto di partecipazione politica dei lavoratori immigrati, il grado assai alto e in sostanza l'istituzionalizzazione della loro discriminazione nei confronti del salario e della qualifica, degli alloggi, della scuola e della formazione professionale, discriminazione attuata attraverso una serie di misure che mettono quasi il 30% della classe operaia in condizione di non nuocere ai profitti del capitale, contribuiscono oggi – nel contesto della complessa situazione sociale di uno dei paesi più ricchi del mondo - a dare un particolare rilievo alla Svizzera in quanto paese d'immigrazione nella fase del capitalismo maturo”

 Ma parlano ancora più chiaro gli operai italiani, nei dialoghi raccolti dalla Frigessi.

Un ventiquatrenne, ad esempio, nuovo stagionale: “Sto aspettando la fine del mese per vedere quanto il padrone mi darà allora”. Oppure, sempre a proposito delle paghe fissate arbitrariamente, un operaio ventiseienne col permesso di tipo B (6): “I padroni ne approfittano perché sono d'accordo, sono tutti insieme che decidono i prezzi”.

Lo scandalo del meccanismo occulto della cosiddetta democrazia svizzera ha trovato aspre e consapevoli i denunce tra gli stessi svizzeri, che anzi per primi hanno guastato la festa in casa. Già negli anni cinquanta Max Frisch (7) denunciò la condizione degli immigranti con accenti di furore e puntando al disinganno collettivo cui anche il commediografo Friedrich Duerrenmatt (8) contribuì da par suo.

In pieno incantamento da boom economico, quest'ultimo stilò una gelida, quasi perfida definizione di contro-realtà. “E accanto a tutto questo la vita di un uomo qualsiasi, occidentale nel mio caso, meglio, svizzero, brutto tempo e congiuntura, affanni e tormenti, sconvolgimenti per pasticci privati, senza alcun rapporto col resto del mondo, con ciò che avviene e che non avviene, col dipanarsi delle necessità [...].

 

Non vi è più un dio che minacci, né una giustizia, né un fato come nella quinta sinfonia; ci sono solo incidenti del traffico, dighe che crollano per errori di costruzione, l'esplosione di una fabbrica di bombe atomiche provocata da un assistente di laboratorio un po' distratto, incubatrici mal condizionate”.

 Oggi, maggio l977, capita di leggere sul Corriere della Sera il seguente titolo: “Zurigo ancora sotto choc”. Si allude, ben inteso, ancora una volta alla faccenda del Crédit Suisse. Preme la sinistra parlamentare elvetica invocando una riforma urgente, praticamente chiedendo la abolizione del segreto bancario (!) e serie misure di controllo all'interno degli istituti finanziari. Invece il ministro competente si dichiara d'accordo coi partiti borghesi nel voler attendere l'esito dell'attuale inchiesta sul Crédit Suisse prima di decidere per delle riforme radicali. Ma il vero nocciolo della questione non sta nella scoperta di irregolarità o ammanchi, o anche, più incredibilmente ancora, negligenze. Si tratta ormai di mettere sotto processo, da parte di quella Svizzera non contagiata dal furto istituzionalizzato, di premere sulla natura delle fonti del credito che fa da pilastro alle banche svizzere, sul colore della sua illegalità, e infine sul fatto che, dal traffico della valuta all'esportazione illegale di capitali (in buona parte dall'Italia) alle ramificazioni invisibili delle multinazionali, si tratta sempre e comunque di un prezzo politico che la Svizzera riceve e che insieme paga. Un prezzo che contiene la tragedia dell'immigrazione e il fetore del razzismo, ma al contempo la squallida qualità dell'esistenza borghese entro i confini della Confederatione Helvetica.

Non basterà, quindi, sostituire qualche alto funzionario del Crédit Suisse. Il cancro della vita associata svizzera non può più essere esorcizzato mediante capri espiatori.

Deve realmente cambiare qualcosa, prima che i crack finanziari e i disastri chimici dei colossi come La Roche (9) (leggi Seveso) o Ciba o Geigy finiscano per identificarsi con l'immagine di un paese che in tempi non più idonei insiste a voler crescere a spese degli altri, creando un mostruoso, anche se obsoleto, colonialismo tecnologico (cioè pulito ... ) nel cuore dell'Europa.

 

** Da www.ibs.it Aldo Rosselli (Firenze 1934 - Roma 2013) scrittore italiano. Figlio dello storico e uomo politico antifascista Nello Rosselli, è autore di saggi sulla letteratura angloamericana, di racconti (Episodi di guerriglia urbana, 1972; Una limousine blu notte, 1984; La mia America e la tua, 1995) e di alcuni romanzi (Il megalomane, 1964; Professione mitomane, 1971; La trasformazione, 1977; Zefiro, 1982). In La famiglia Rosselli (1983) ha rievocato in forma narrativa le vicende della propria famiglia.

1 Leggi l’articolo Credit Suisse e la bolla globale dei derivati - Linkiesta.it

2 Da www.fidinam.com

Fidinam è una società di consulenza privata che nasce a Lugano (Svizzera) nel 1960 e offre consulenzafiscale, aziendale, immobiliare e digitale ad aziende, imprenditori e privati.In 60 anni di attività abbiamo acquisito un bagaglio di contatti e competenze che ci rende capaci dirispondere alle esigenze di clienti di ogni tipologia e pronti ad affrontare le sfide più difficili proposte daimercati.

La nostra missione consiste nell’offrire una consulenza integrata e multidisciplinare, capace di fornire untangibile plusvalore al cliente e un’elevata capacità di adattamento a ogni realtà. Questo impone ai nostri250 collaboratori un costante aggiornamento all’evoluzione normativa e alle nuove tecnologie gestionali.Un approccio dinamico, innovativo e orientato al cliente: noi crediamo nella professionalità.

La storia e l’attività del Gruppo Fidinam poggiano su un sistema di solidi valori aziendali sintetizzabili intre principi rispettati da tutti i dipendenti nelle loro relazioni quotidiane con i clienti, con la comunità, con leistituzioni e con i partner commerciali. [...]

3 Leggi l’articolo https://www.liberatv.ch/news/cronaca/1296006/dai-crac-bancari-alle-grandi-truffe-dal-riciclaggio-di-denaro-ad-opera-della-mafia-alle-nuove-minacce-legate-alle-criptovalute-ecco-il-ticino-dei-colletti-sporchi

4 Da https://hls-dhs-dss.ch James Schwarzenbach 5.8.1911 Rüschlikon, 27.10.1994 Sankt Moritz, rif., dal 1933 catt., di Thalwil e Zurigo. Figlio di Edwin, industriale tessile dell'alta borghesia zurighese, e di Elsa von Muralt. Nipote di Alfred. Cugino di Annemarie e di Hans Robert. (1949) Alice Elisabeth Bühler, figlia di Gustav Adolf. Dopo lezioni private con un precettore e il Lyceum Alpinum a Zuoz, dal 1930 studiò storia a Zurigo e a Friburgo (dottorato nel 1940). Membro del Fronte nazionale, durante gli studi si convertì al cattolicesimo. Nel 1947 rilevò la casa editrice di orientamento cattolico Thomas-Verlag a Zurigo, che distribuiva anche testi antisemiti. Le rivelazioni del pubblico ufficiale sovietico dissidente Viktor Kravčenko (Ho scelto la libertà), pubblicate da Schwarzenbach in tedesco nel 1947, divennero un bestseller. Il successo spinse Schwarzenbach a compiere viaggi di conferenze, in cui rafforzò la sua fama di anticomunista. Caporedattore della Zürcher Woche (1957-61) e direttore del Republikaner (1963-64), fu attivo al contempo come redattore di politica estera per il giornale ted. Rheinischer Merkur e direttore editoriale. Fu autore dei testi politici Die Stunde des Bürgertums (1953), Dolch oder Degen (1964) e Die Überfremdung der Schweiz - wie ich sie sehe (1974) e dei romanzi patriottici Regimentsarzt (1965) e Belle Epoque (1967). Membro dell'Azione nazionale, nel 1967 venne eletto in Consiglio nazionale. Abile oratore e comunicatore, Schwarzenbach lanciò un'iniziativa xenofoba sulla limitazione del numero di stranieri in Svizzera, detta iniziativa Schwarzenbach, respinta di misura nel 1970 dopo un vivace dibattito nell'opinione pubblica. Quale conseguenza Schwarzenbach si separò dall'Azione nazionale e fondò l'effimero Movimento repubblicano, che in occasione delle elezioni del Consiglio nazionale del 1971 ottenne al primo tentativo sette seggi e per il quale Schwarzenbach sedette nel Consiglio nazionale fino al 1979, anno in cui si ritirò dalla politica. Nel 1980 uscì la sua autobiografia Im Rücken das Volk. Maggiore.

5 Da www.einaudi.it Delia Frigessi ha studiato la cultura italiana tra Otto e Novecento, i problemi dell'emigrazione italiana e la storia della nostalgia (Elvezia, il tuo governo, Einaudi 1977 e A mezza parete. Emigrazione, nostalgia, malattia mentale, con M. Risso, Einaudi 1982). Insieme a F. Giacanelli e a L. Mangoni ha curato Delitto genio follia. Scritti scelti di C. Lombroso, Bollati Boringhieri 1995.

6 Da www.lugano.ch Permesso B Viene rilasciato al richiedente con nazionalità di un Paese UE-AELS che intende stabilirsi in Svizzera per svolgere un'attività lucrativa (dipendente o indipendente) o per soggiornarvi senza esercitare un'attività lucrativa (studio, redditiero, pensionato ecc.). Può essere concesso anche ai familiari, indipendentemente dalla loro nazionalità, con diritto al permesso nell'ambito del ricongiungimento familiare.

Il permesso B è valido cinque anni, allo scadere dei quali deve essere rinnovato.

Per esercitare un'attività lucrativa è necessario avere una dichiarazione di assunzione del datore di lavoro o un attestato di lavoro (ad esempio il contratto di lavoro). Chi esercita un'attività indipendente deve poter dimostrare che la sua attività viene svolta in modo effettivo e durevole.

7 Di Aloisio Rendi, Enciclopedia italiana, III, Treccani 1961 Max Fritsch. Scrittore svizzero, nato a Zurigo il 15 maggio 1911. Dopo una breve esperienza giornalistica, iniziò la carriera d'architetto. Le sue prove letterarie giovanili si concretavano intanto in un romanzo, J'adore ce qui me brûle oder die Schwierigen (Zurigo 1943), al quale fece seguire numerose opere teatrali: la "romanza" Santa Cruz (Basilea 1947), sul rimpianto della vita non vissuta; il "tentativo di un requiem" Nun singen sie wieder (ivi 1946), in cui le vittime della guerra compaiono al loro assassino, opera con cui si affermò immediatamente anche in Germania; Die chinesische Mauer (ivi 1947), una condanna della dittatura ambientata nell'antica Cina con personaggi di tutti i tempi; Als der Krieg zu Ende war (ivi 1949), il muto amore tra un ufficiale russo d'occupazione e la moglie di un criminale di guerra tedesco; il dramma simbolico e psicoanalitico Graf Oederland (Francoforte 1951), un uomo che cerca invano di fuggire dall'ordine borghese; la parodia Don Juan oder die Liebe zur Geometrie (Berlino-Francoforte 1953), dove la seduzione è una sconfitta per l'animo maschile; il radiodramma Herr Biedermann und die Brandstifter (1953, trasmissione italiana 1960; rielaborato per le scene 1958, tr. it. 1960), il simbolo dell'uomo che per viltà collabora alla rovina della comunità. Al suo teatro nuoce talvolta una fusione imperfetta tra tesi morale e azione. Maggior successo arrise alle sue prose successive, accanto a un diario, Tagebuch 1946-1949, (Francoforte 1950), i due romanzi: Stiller (Francoforte 1954, tr. it. a cura di A. L. Pandolfi, Milano 1959), il diario di un uomo che si rifiuta di ammettere la sua identità per sfuggire alla sua esistenza precedente, ma viene condannato a rientrare nel suo vecchio io; e Homo Faber (Francoforte 1957, tr. it. a cura di A. Rendi, Milano 1989), il "resoconto" che un tecnico fa della sua tragica esperienza d'amore con una ragazza che si rivela poi essere sua figlia. Ad una tecnica narrativa ricca e vivace, F. unisce un elegiaco pessimismo conservatore e moralistico, velato talvolta dalla modernità dell'ambiente.

Bibl.: E. Stäuble, M. F., Amriswil 1957; H. Bänziger, F. und Dürrenmatt, Berna 1960.

8 Dalla Treccani. Friedrich Dürrenmatt Scrittore svizzero tedesco (Konolfingen, Berna, 1921 - Neuchâtel 1990). Si affermò in campo teatrale come autore polemico, paradossale e iconoclasta, razionalisticamente scettico e insieme eticamente rigoroso, procedendo poi sulla strada d'un anticonformismo sarcastico e ironico, che non ripudia gli strumenti del grottesco virtuosisticamente manipolati. La sua opera più celebre è Der Besuch der alten Dame (1956).

9 Da https://www.epicentro.iss.it Il disastro di Seveso. Il 10 luglio del 1976 si è verificato uno dei più gravi incidenti ambientali della storia italiana: una nube di diossina si è sprigionata dalla fabbrica di cosmetici dell’Icmesa a Seveso, in Brianza. La fabbrica produceva triclorofenolo, che sopra i 156 gradi si trasforma in 2,3,7,8-tetracloro-dibenzodiossina (Tcdd), una varietà di diossina particolarmente tossica. E quel giorno, per un incidente in un reattore, la temperatura era salita fino a 500 gradi.

Così l’area circostante è stata contaminata dal Tcdd, che può causare tumori e danni gravi al sistema nervoso, a quello cardiocircolatorio, al fegato e ai reni. Inoltre riduce la fertilità e, nelle donne incinte, può provocare malformazioni al feto e aborti spontanei.

Che la diossina sia una sostanza cancerogena è stato affermato anche dall’International Agency for Research on Cancer. Il Tcdd in particolare è pericoloso anche in piccole dosi, e la quantità totale fuoriuscita dalla fabbrica di Seveso, che secondo le prime informazioni era di soli 300 grammi, oggi è stimata intorno ai 15 o anche 18 chili.

Gli effetti immediati sulla popolazione sono stati evidenti soprattutto da un punto di vista dermatologico: già dopo due giorni sono comparsi i primi casi di cloracne, una malattia di cui è documentata la correlazione con la diossina. Oggi in totale il numero di casi di cloracne è salito a 193.

I dati epidemiologici sulla mortalità

Per valutare la mortalità a lungo termine legata alla diossina sono stati realizzati vari studi. Il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo arriva fino al 1996 e il quarto, che al momento è il più aggiornato, fino al 2001: copre quindi un periodo di 25 anni, ed è stato condotto sulla popolazione esposta alla diossina (divisa in zona A, zona B e zona R a seconda del grado di contaminazione della zona di abitazione) e su una popolazione di riferimento non esposta.

Il programma di monitoraggio ha coinvolto circa 280.000 persone nell’area brianzola, di cui quasi 6.000 residenti nelle aree più colpite. La ricerca ha preso in esame il 99% di tutti i soggetti coinvolti.

In base ai dati più recenti, il risultato più significativo riguarda l’incremento nelle zone più inquinate di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico, in particolare per le donne: nella zona A (quella immediatamente intorno al luogo dell’incidente) il rate ratio è di 3,17, e nella zona B (quella più vasta intorno alla zona A) di 1,94. Il dato più alto riguarda i linfomi non-Hodgkin nella zona A (rate ratio di 4,45), mentre nella zona B il rate ratio per tutti i linfomi è di 2,14 e per i mielomi di 3,07. Fra gli uomini, l’unico dato in eccesso significativo riguarda la mortalità per leucemie, con un rate ratio di 2,07 nella zona B.

Gli effetti dell’incidente di Seveso però non si limitano ai tumori: nelle zone A e B sono stati osservati anche incrementi della mortalità per malattie circolatorie nei primi anni dopo l’incidente, di malattie croniche ostruttive dei polmoni e di diabete mellito fra le donne.

Lo studio quindi conferma il rischio tossico e carcinogenico dell’esposizione a Tcdd nell’uomo. [...]

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