Da Qualesammarco, n. 3 del 1993
Usi civici a San Marco
Vi è un argomento che ha appassionato i cittadini di S. Marco in Lamis fin dalla fondazione della città e che oggi si presenta irrisolto: è il problema degli usi civici e delle terre demaniali.
Esso riguarda principalmente l'Italia meridionale e trae origine dalle norme giuridiche, risalenti al medioevo, che regolavano l'uso e la gestione del territorio.
Nel 1578 dopo anni di lotte per avere gli usi civici capeggiate da Donatello Compagnone (sconosciuto ai sammarchesi ma nostro concittadino) il Cardinale Carrafa concesse gli usi civici di legnare, pascolare, acquare, ghiandare e il ceppone di Natale.
Nei secoli seguenti la pretesa degli abbati commendatari di gravare il territorio di tributi si scontrò, da un lato, con il tentativo della borghesia di appropriarsi dei territori a uso civico e dall'altro con la pervicace volontà dei proprietari di salvaguardare la destinazione delle terre suddette all'uso collettivo. Ma dopo la soppressione dei diritti feudali (1792 e 2-8-l806) si ebbe una corsa alla occupazione di terreni demaniali e/o gravati da usi civici. E’ da quel momento che inizia un contenzioso grosso tra chi aveva occupato terre e l’amministrazione municipale e statale.
ln quel periodo c'è stata una forte cesinazione e disboscamento, bonifiche agrarie con muretti, case e messa a coltura di terreni con impianti di alberi da frutto. Molte siccità e avversità varie (filossera della vite) costrinsero da dopo l'unità d'Italia alla forte emigrazione e alla vendita di terreni occupati e bonificati (in genere erano 7 ettari attuali).
In pubblicazioni dalla metà dell’800 fino al secondo dopoguerra si parla sempre di occupazioni di suoli gravati di uso civico o demaniali.
Sarebbe bello sapere quali famiglie hanno nell’800 occupato ed usurpato il terreno demaniale e leggere con occhio della storia le vicende legate all'emigrazione.
Queste semplici annotazioni servono solo per gettare una pietra nello stagno e far capire che il problema è molto grave e non si può liquidare con delle semplici affermazioni di principio o di ignoranza.
Bisogna ricordare che la conquista del diritto di uso civico è costata sangue umano, secoli di lotte contro il potere feudale e tante lacrime di disperazione e fame. Non possiamo rinunciare alla storia. Ora qualcuno protesta perché ci sono questi gravami giuridici, ma pensate un po' se nel 1578 avessero messo una centrale nucleare che dura 20/30 anni ed ora noi dovessimo subirne le conseguenze radioattive?
Dal punto di vista giuridico gli usi civici consistono nei diritti spettanti ad una collettività, organizzata o no in una persona giuridica pubblica a sé, ed ai singoli che la compongono, nel trarre alcune utilità elementari dalle terre, dai boschi o dalle acque di un determinato territorio, normalmente quello stesso nel quale la comunità è stanziata.
Gli usi civici si distinguono in: essenziali, se il loro esercizio è limitato ai bisogni necessari e al sostentamento personale e familiare (ad es. pascere ed abbeverare il bestiame, seminare, raccogliere legna per uso domestico); utili, se hanno carattere e scopo di industria (come estrarre pietra e raccogliere legna per commercio). Essi possono gravare su terre di privati ed allora consistono nel diritto dei partecipanti alla collettività di trarne determinati vantaggi (e solo questi) da un fondo altrui, il cui proprietario conserva le residue facoltà di godimento (tali usi sono destinati alla liquidazione), ovvero su terre della collettività ed allora il godimento riguarda non un limitato numero di usi ma tutte le utilità di cui la terra è capace. La questione degli usi civici è indipendente dall’accertamento della demanialità delle terre, anche se la consistenza degli usi dipende in misura rilevante dalla natura giuridica delle terre gravate. Per tale motivo le due verifiche, sussistenza degli usi civici e riscontro della demanialità delle terre, storicamente sono condotte di pari passo.
I diritti di uso civico sono di natura reale; sono perpetui e di essi i componenti la collettività fruiscono uti cives, sicché né la collettività né i singoli possono disporre in pregiudizio degli stessi. La loro imprescindiscibilità ed inalienabilità ha fatto sì che gli stessi giungessero fino ai nostri giorni pressoché intatti, sebbene poco conosciuti.
La materia degli usi civici attualmente è regolata dalla legge n. 1766 del 16/6/27 e dal regolamento n. 332 del 22-2-28 in base ai quali vanno liquidati gli usi gravati su beni privati, vanno sciolte le promiscuità, vanno rispettati ed incrementati gli usi sui beni comunali, nonché quelli sui beni delle comunità agrarie.
A tale scopo sono stati istituiti i Commissari Regionali per la liquidazione degli usi civici con funzioni amministrative e giurisdizionali e con il compito di accertare i vari diritti, di affrancare i fondi privati soggetti ad uso civico, per solito mediante il distacco di una quota (variabile da due terzi ad un ottavo) da cedere in proprietà al comune, di sciogliere le promiscuità e di legittimare le eventuali usurpazioni da parte di terzi, contro il pagamento di un congruo canone.
Le funzioni amministrative sono state trasferite alle Regioni in base all'art. 66 del DPR n. 616 del 24-7-77; ma la Regione Puglia non ha ancora emanato le norme di attuazione di tale precetto,
per cui al Commissariato Regionale di Bari continuano a fare capo sia le funzioni giurisdizionali che quelle amministrative.
Il procedimento di liquidazione, ai sensi della legge l766/27 inizia con la dichiarazione degli usi liquidabili e delle terre che ne sono gravate.
Nell’archivio comunale non c’è nessun documento sugli usi civici e sui territori gravati, molto probabilmente fatti sparire fin dalla fine del secolo scorso da amministratori, personaggi interessati e impiegati comunali. Non sono riusciti a portarsi la lapide che ora si trova di fronte alla stanza del Sindaco su Palazzo Badiale dove vengono accordati gli usi civici.
Ripeto è stata una grossa conquista di diritti civili dei nostri concittadini nel medioevo e non può essere relegata a cosa nefasta per il nostro sviluppo socio-economico perché dal XVI secolo fino al XIX sec. è stato volano di sviluppo.
Donatello Compagnone meriterebbe il corso principale e non una stradina anonima di periferia.
Gabriele Tardio
N. Teti, Il Regime feudale e la sua abolizione, Napoli, 1890
A. Palermo, Enfiteusi, superficie, oneri reali, usi civici, Torino, 1965, pag. 565 - 1060
A. Palermo, Usi civici, in Nuovissimo Digesto Italiano, Vol. XX, Torino 1975, pag. 209-242