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Da Qualesammarco, n. 3 del 1993
Un latinista cartesiano del primo Ottocento

Da Qualesammarco n. 3 del 1993
Da Qualesammarco n. 3 del 1993
Dopo aver letto notizia in T. Nardella, Festa della memoria (San Marco in Lamis, s.e., 1991, p. 20), la curiosità mi ha spinto a cercare in biblioteca la grammatica latina che il prete Vincitorio compose nella prima metà del secolo scorso. E stata una piccola scoperta. Lungi dal presentarsi come un’anonima compilazione da odierna industria scolastica, a me ha suscitato interesse per l’esplicito richiamo ai metodi di “Porto-Reale”, cioè l'abbazia di Port-Royal presso Parigi. Il frontespizio infatti recita, alla maniera prolissa dell'epoca: “Sunto di principi della grammatica latina pel massimo profitto della gioventù studiosa conformato sulle orme dell'immortale nuovo metodo Porto-Reale del canonico Liberale Vincitorio di San Marco in Lamis nel Gargano. Parte prima. Napoli. Da’ tipi di Francesco Azzolino. Strada S. Giov. in Porta n. 40. 1842”.
Nel Seicento l’abbazia di Port-Royal divenne un centro di studi linguistici; vi si produssero e pubblicarono una Grammatica generale e ragionata e una Logica o l'arte del pensare, che stabilivano la fondazione di ogni grammatica su rigorosi canoni di logica.
In base a tale principio venivano anche redatti “Nuovi metodi” per lo studio del latino e del greco, e di lingue moderne (italiano, spagnolo).
Oggi è pacifica la convinzione che conoscere una grammatica non vuol dire saperne usare la lingua nelle svariate occorrenze del parlato e dello scritto (allo stesso modo in cui conoscere com’è fatto e come funziona un pianoforte non significa certo saperlo suonare); ma dal XVII secolo fin oltre la metà del Novecento lo si è creduto, e si è generalmente seguito quel metodo d’insegnamento detto “grammatica-traduzione”. In tale convinzione e pratica didattica hanno avuto il loro grande peso, in tutta l”Europa, le elaborazioni linguistiche di Port-Royal.
Queste, scheletricamente parlando, propugnavano appunto la corrispondenza tra le categorie della logica e quelle della grammatica; e aspirando a ingenerare idee “chiare e distinte”, procedevano per regole di evidenza, univocità, ordine naturale, scomposizione del complesso - principi razionalistici di dichiarata ispirazione cartesiana.
Dunque don Liberale portava nell'isolato Gargano ottocentesco quella che allora si poteva considerare una corrente metodologica e culturale consolidata ed in voga.
Di per sé non fece nulla di originale e autonomo: condensò e adattò la secentesca Nouvelle Méthode pour apprendre [...] la langue latine di Port-Royal (e con onestà intellettuale chiamò il suo lavoro “Sunto”). A tale scopo usò una traduzione italiana dell'originale francese, che potrebbe essere stata quella uscita a Napoli nel 1822, “all’uso del seminario napolitano”. Napoli, evidentemente città dei suoi studi teologici oltre che suo luogo di pubblicazione, Il metodo a cui don Liberale si affida è essenzialmente quello francese: abbiamo prima la “regola”, enunciata però non come ci aspetteremmo ma attraverso strofette ottonarie, quindi facilmente memorizzabile (questa era appunto la “novità” di Port-Royal): «Ogni Verbo, s’è Finito,/Vuole avanti il Retto avere:/Ma dirai Scio Petrum fiere,/Perché il Quarto ha l’Infinito”; abbiamo poi una “Dichiarazione”›, in cui la regola è spiegata in prosa e con esempi; poi una “Osservazione”, che fornisce dettagli e casi particolari sulla regola; e può esserci un finale “Avviso” ai discenti, per metterli in guardia da possibili difficoltà.
Ciò che l”autore anche adopera, distanziandosi dal modello, è un metodo esplicativo a domanda e risposta, contenuto nella rubrica “Dimanda all’oggetto”. Le strofette che don Liberale usa sono in buona parte tratte dalla traduzione italiana di cui si serve; così le spiegazioni e gli esempi, per lo più adattati o semplificati.
Il paio di veloci visite in biblioteca dedicate al buon don Liberale non mi permettono di ricostruire storia e fortuna del suo diligente compendio. Vedo, però, che la stampa della sua fatica si completò in provincia di Foggia: una seconda parte (sintassi) e una terza (prosodia e metrica) furono impresse a “Lucera - Da’ tipi di Salvatore Scepi” nel 1845.
Così don Liberale portava il suo contributo alla formazione delle menti giovani. Credeva nella virtù didattica della razionalità.
Il richiamo alla chiarezza e distinzione di conoscenza, a p. 10 del suo primo volume, lo rivelano cartesiano di derivazione portorealese. E tutta la sua operetta può ben essere vista quale paragrafo se non capitolo, nella storia della più vasta influenza che Port-Royal ebbe in Italia.
Ma se non fosse il suo sforzo didattico, la sua passione divulgativa, a me lo avvicinerebbe il ricordo di una strofetta dialettale che ai tempi della scuola media ci dicevamo fra compagni per ricordare l”imperativo presente di alcuni verbi latini: “Dic duc fac fer/mitte ‘mmane la curtella,/si non fosse per fio fis/t’accedesse a te e gghisse”. Che risalga anch’essa al nostro sacerdote, come tentativo di ulteriore adattamento, vernacolare, dei metodi di Port-Royal?