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Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Lu mastrecarrere (Il carradore)
di Michele Ceddia

Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Nell'attuale Piazza Europa, oltre cinquantanni fa, sulla fila che va dall'Opera Pia Gravina, Uffici postali ecc. c'era un muro alto almeno tre metri quale recinto del “boschetto Moscatelli" e lungo quel muro dei locali dove vi lavoravano degli artigiani: fabbri, meccanici, “mastrecarrere" (carradori). Anche dall'altra parte della strada c'erano botteghe di artigiani e un fotografo, proprio di fronte all'allora campo sportivo. Nei locali più spaziosi e di maggior capacità ricettiva lavoravano, appunto, “li mastrecarrere", cioè coloro che costruivano i mezzi di trasporto dell'epoca (la motorizzazione più diffusa era di là da venire).
Il mezzo di trasporto più praticato e a portata di mano era “lu traine" (il carretto). C'era anche “lu carrettare" il quale serviva d'estate, solo in occasione del trasporto dei covoni dai campi già mietuti alla trebbiatrice che stava generalmente sempre davanti alla masseria Per il trasporto leggero di pochi uomini e piccole cose c'era “lu sciarrabbà alla cacciatora" e inoltre c'era quello più veloce “lu sciarabbà a duie poste".
Lu traine", il classico mezzo di trasporto, lo usavano maggiormente “li trainere" che svolgevano la loro attività essenzialmente per il trasporto merci da un paese all'altro.
Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Ma era molto utile anche per gli agricoltori, i quali facevano avanti e indietro, dal pese alla masseria e viceversa, caricando uomini e tutto quanto l'azienda aveva prodotto. I paesi di allora venivano forniti di tutto quanto occorreva per mezzo de “li traine": dalla legna e carbone per il riscaldamento domestico, al sale, vino, farina ecc. ecc. Certamente il consumo pro capite di allora era di molto inferiore a quello di oggi, ciò nondimeno i carrettieri erano sempre sulle strade a portare roba da paese in paese.
I carradori, d'estate, lavoravano sempre all'aperto perché all'interno dei locali andavano stretti e scomodi perché la materia prima richiedeva spazio: i travicelli per fare le stanghe erano lunghi quattro-cinque metri, le tavole per il cassone almeno due metri e oltre. E pertanto quando potevano, portavano fuori i banchi da lavoro e li stavano tutto il giorno fino a sera.
Il carretto era lungo in media quindici, sedici, diciotto palmi (dai quattro metri in sù), a seconda dell'utilità, e largo un metro circa o poco più. Diviso in due parti: il cassone vero e proprio lungo un paio di metri, e aveva due sponde per contenere il carico. Sulle sponde c'erano delle sporgenze cosiddette “fusulere” cui il carrettiere, a volte, fissava le briglie. L’altra parte consisteva nelle stanghe tra le quali si attaccava il quadrupede (cavallo, mulo). Alla punta di ognuna delle stanghe era praticato un foro di venticinque-trenta millimetri di diametro entro cui si infilava un pezzo di legno lavorato della stessa misura per trattenere parte dei finimenti della bestia, chiamata “ozza”.
Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Quando la “cassa” era pronta, vale a dire quando era stato costruito il “letto” e le sponde, si metteva mano a rafforzare il tutto con le sette stanghe su cui, poi, veniva montata l'asse che doveva contenere le ruote.
Certamente il lavoro più impegnativo di tutta l'opera era la costruzione delle ruote, soprattutto della “testa” (mozzo). Questo era il gruppo centrale da dove partivano dodici raggi divisi per sei (due raggi per anta). Il mozzo era un grosso tronco di albero che veniva lavorato e tornito ben bene alle cui estremità erano fissati dei cerchi di ferro per evitare le rotture e al centro praticato un grosso foro atto a contenere la “smaina" (un cono di metallo a forma e funzione di guaina al cui interno doveva ricevere le assi del carretto).
Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Da Qualesammarco n. 3 del 1992
Quando l'asse entrava nel mezzo ne sporgeva fuori circa dieci centimetri; alle estremità vi era una consistente fessura dentro cui veniva fatto entrare un pezzo di ferro costruito per l'occasione in modo da impedire l'uscita della ruota. Quell'aggeggio era chiamato in gergo “arzicula”.
Quando tutto era pronto, alla ruota, per essere completa, mancava il “cerchione". Questo aveva minimo sei fori i quali venivano prolungati fin dentro l’anta allo scopo di fissare, e fare tutt’uno, parte legnosa e ferro. Tuttavia prima che il cerchione venisse montato su, era steso per terra e coperto di truccioli ai quali venivano dato fuoco per riscaldarlo e farlo dilatare. Ma prima di montarlo, la parte legnosa era fatta oggetto di molta attenzione da parte dell'artigiano, che ci lavorava attorno, lisciata e ben rettificata per agevolare l'entrata del cerchio. Quando il cerchio era stato sistemato e la ruota sembrava completa mancavano i grossi chiodi da far penetrare nei fori già praticati in precedenza. Il carretto a questo punto era pronto e bastava un pò di grasso tra l'asse e la ruota e poteva essere messo “sotto” il cavallo e via per molti anni sulle strade da e per Sammarco al servizio dell'uomo di quelle società.
Questo era, grosso modo, il carretto costruito con intelligenza e tanta pazienza da quegli artigiani i quali dovevano avere una certa cultura e dimestichezza con i numeri e i principi di geometria, altrimenti come avrebbero fatto a metter su quei mezzi di trasporto allora tanto utili? Una ruota non la si può costruire improvvisando, senza conoscere le basi e la preparazione tecnica e tanta esperienza.
Indubbiamente è un mestiere ormai scomparso e che mai più farà il suo ritorno sulla scena della produzione. Certamente nei secoli passati ha avuto la sua importanza aiutando l'uomo nel suo sviluppo tecnologico, economico e civile.
Sono riuscito a spiegarmi e farmi capire di quanto il signor Gualano mi ha aiutato nella descrizione della parte tecnica e pratica del carretto?
Io me lo auguro.
Michele Ceddia