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Da Qualesammarco n. 1 del 1990
I cassetti di Robinson

Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Quello che convince nel racconto del giovane e inedito Luigi Gravina è il fatto che egli abbia imparato dalle sue molte letture certi caratteri fondamentali del narrare moderno: la preoccupazione di raccontare non necessariamente una storia ma degli stati psichici (come quelli della ragazza che qui narra in prima persona); un certo disincanto, che è inquietudine dei valori tradizionali (qui, il concetto di famiglia); una certa dose di ambiguità che “tira dentro” il lettore (Santa è una psicopatica? È vero ciò che dice, o è solo proiezione di sue alterazioni mentali?).
Ciò che lo scrittore esordiente deve ancora acquisire, invece, sembra essere maggiore economia di linguaggio come dire meno parole, cioè più significato, suggestioni e allusioni in esse. E questa è cosa in cui ci si smalizia con l'uso.
Per ora stiamo a questi risultati, che - chi vorrà leggere forse converrà con noi - sono incoraggianti, e intendiamo incoraggiare nella pur circoscritta sede di questo foglio (Cosma Siani).
Gli antenati
Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Non so come la vedessero i miei antenati: senz’altro gente dabbene, onesta, ma dalle loro facce (dipinte e fotografate) che sembrano, dal fondo di certe occhiaie incavate, sordide ovvero gonfie gialle, concentrato di cadaverici pallori; che sembrano, ripeto, ammiccarti o sogguardarti - dalle loro facce arguisco, dunque, che in fatto d'amore essi dovessero capire granché; e ha un bel dire mio padre – un gran signore - che il segreto delle nostre azioni, dei nostri impulsi reconditi, presenti e, possibilmente anche futuri, conserva una traccia sicura nella storia del nostro sangue.
Ora io, a questo riguardo, ho i miei riveriti dubbi da opporre. Ho parlato di gente dabbene, onesta: ovviamente c'è stata gente onesta - anche preti, monaci, santi - ma quale linguaggio - Diosanto - non mescola al sangue buono il sangue cattivo; quale schiatta è riuscita a sottrarsi all'oscurità, alla morte, all’eternità obliosa senza aver commesso almeno un'azione infame, schifosa.
Dico: almeno un'azione infame.
Nella nostra famiglia, poi, le infamità non si contano certo sulle dita e, a essere sinceri, anche le ultime generazioni - mia madre, per esempio – non si sono condotte proprio onestamente; ebbene, sì, nella nostra famiglia, il diavolo e l'acqua santa hanno sempre convissuto, se non proprio d’amore e d’accordo, certo avendo cura, l'uno e l'altra, di non ledere perlomeno gli interessi reciproci. Un giorno avrei senz'altro salvato mio padre dalla condanna, ma oggi come oggi ritengo che lui sia il più carogna di tutti; non foss’altro perché fa delle affermazioni stupide. Lui vorrebbe che io avessi sempre paura. E non si rende conto, nella sua pazzia, che voglia mettermi paura, facendo proprie - con l'ambizione di farle, un giorno, anche mie - delle affermazioni che cozzano contro ogni logica, contro ogni forma di sano buon senso. Non che io – questo ci tengo a chiarirlo - sia un tipo particolarmente impressionabile. Tutt'altro. E lo dice anche zia Margherita: - Santa? ma Santa è una bambina con la testa sulle spalle! - Santa, ovviamente sono io, ed è vero che sono una bambina; che poi abbia la testa sulle spalle, beh ... su questo non ci sono dubbi; e mi meraviglio, a volte, che io sia la figlia d’un padre così stupido e allocco. Egli vuol solo farmi paura. Mio padre, però, oggi come oggi non vive più.
Per molti anni egli ha prestato servizio nel corpo diplomatico, ha fatto anche una bella carriera. Poi ci furono dei casi tristi ... ed eccolo ora: se ne sta sempre chiuso nel suo studio, suona il violino, legge dalla mattina alla sera, a parte il tempo che dedica alla composizione d'un libro di memorie. Ma per togliervi ogni dubbio sul suo stato reale - morboso, da pazzo – basterebbe che leggeste le sue poesie, specie le ultime. Io non ve ne parlo, le ho lette, ma siccome ho mangiato da poco, taccio. Ogni mattina io e mio padre facciamo sempre delle chiacchierate; parliamo un pò di tutto, di musica, di letteratura, di arte. E’ mio padre, e nonostante tutto gli voglio bene: del resto il suo medico mi ha raccomandato di stargli vicino il più possibile; mio padre è strano, farnetica, dice sciocchezze, ma il tentativo che ultimamente ha compiuto di gettarsi dalla finestrella del suo studio, è una cosa concreta. Ora a quella finestrella ci sono le sbarre e io mi chiedo: come farà ora a vivere? La possibilità del suicidarsi, che gli rimaneva aperta insieme alla finestra dello studio, rappresentava per lui uno stimolo; stimolo che ingigantiva con i miei acuti rimproveri.
Ora che quello stimolo non c'è più, io mi chiedo con angoscia, dove cercherà d'ora in avanti la valvola di sfogo?
Io temo che la cercherà nelle sue sciocchezze sul sangue, sull'ereditarietà, su tare passate e presenti; e tutto questo, ovviamente, mi fa paura. Egli difatti, da quando alla sua finestra ci sono le sbarre, è diventato più caustico. Vuole mettermi paura.
Quella mattina io glielo dissi, al babbo. Il babbo era prono sulle sue carte, ultimava o meglio limava un capitolo delle sue memorie. In quel capitolo parlava dei suoi - e miei – famosi antenati. Tutta brava gente ma ... chi è senza peccato!
- Ecco, - disse mio padre – Questa nostra trisavola uccise il marito! -
- Tu vuoi mettermi paura! -
- Cosa! - fece mio padre! Voltò la testa e alzò due occhi inquieti su di me.
- Vuoi mettermi paura! -
- Ma cosa dici, cara! -
- Io lo so che tu vuoi mettermi paura! - Ma voi credete che il babbo si meravigliasse davvero! Lui aveva, sì, alzato su di me quegli occhi inquieti (occhi da matto) ma si trattava di commedia perché lo scopo suo era quello di farmi paura, solo questo. E io non potevo credere che egli mi volesse bene.
- Io ti voglio bene. Non vorrei mai farti paura ... ma chi ti ha messo in testa certe idee! -
Ecco: adesso sarei io ad avere in testa certe idee; io sarei la colpevole, e non lui: io sarei l’assassina. Amoruccio mio, se mi ascolti - ti scongiuro - non credere alle parole del babbo, non credere alle truci menzogne. Io sono buona, sono sana. Ti ricordi - amoretto caro - l’altro giorno, in quella radura, ci siamo accarezzati: eppure ne sei uscito vivo. Poi abbiamo fatto anche una bella corsa in bicicletta: ti ricordi?
Che impressione ti ho dato? Ero allegra, vispa. Ci siamo presi anche per mano - o mio specchio di beltà, rammenti, non ti ho fatto schifo, nevvero?
Anzi, ci siamo molto divertiti, entrambi; e la sera, sul tardi, prima di lasciarmi andar via, mi hai regalato a mò di saluto due pizzicotti e quattro baci, si, uno sulla guancia e il resto sulle labbra. Epperò mio padre ...
- Non voglio farti paura! - Quella mattina, insomma, finì che non parlammo nemmeno di letteratura. Mio padre mi aveva scocciato coi suoi piagnistei e, lasciatolo ai suoi scartafacci me ne andai fuori a spasso. Tornai, ch’ero stanca morta, solo all’ora di cena. Avevo molto corso, e perciò ero anche sudata. Correre, del resto, è l’unico sistema che conosco di smemorarmi. Insomma ... quella trisavola era un’assassina: e io dovevo dimenticarla; dovevo dimenticare la bugia del babbo. Correndo nel sole avevo sempre pensato al babbo, all’uomo che vuol farmi paura. La nostra è una splendida vallata e la gente che la popola è ammodo e onesta; basta praticarla per smemorarsi, ma se si corre … corsi, e il sole, nell'orizzonte infuocato, esalava l’ultimo respiro ... ben presto in questa nostra vallata sarebbe calato il buio. Corsi e fui ai piedi della marmorea scalinata; salii cauta, con circospezione. Era il nostro castello, l’avita magione. Tutt’immersa nel verde, nella campagna. Mi trovai nel vasto salone e, per pudore, stornai subito gli sguardi dalle pareti: c’erano i ritratti degli antenati. Facce incartapecorite, truci. Io mi chiedo: che ne sanno quelle facce, quei morti, dell’amore. L’amore è cosa da vivi, è cosa di noi donne e il babbo s'ostina ... m'accorsi che tremavo. La trisavola assassina. Guardai zia Margherita, sedeva sul divano davanti al camino e ricamava; subito mi scorse, alzò due occhi teneri su di me ... - Cara zia - dissi - che ne sanno dell'amore i morti! - Mi veniva da piangere. Però la zia è brava, sa ricamare. Che begli occhi che ha!
- Vieni qui, piccola mia? - dice la zia. Ero sull’ingresso. La mia dolce zia mi chiamava ed io corsi. Le fui addosso, cacciai la testa nel suo grembo, sotto il ricamo. Ero ricoperta di veli. Solo la zia sa ottenere un perfetto punto inglese ed anche un punto intaglio, volendo. - Piccolo amore - diceva la zia, e mi accarezzava. Mi prese le trecce.
Le mie belle treccine bionde. Io ero triste. - Ho solo quattordici anni - dissi - Eppure sono cosi infelice! - dissi ciò quasi senza vergogna. - Piangi piccola, - la zia mi accarezzava - Piangi pure. Però aspetta almeno che tolga il ricamo ...
Luigi Gravina