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Da Qualesammarco n. 1 del 1990
In ricordo di Leonardo Sciascia pubblichiamo il dibattito tenutosi a San Marco in Lamis il 10 maggio 1986, con gli studenti del liceo scientifico “E Fermi”.
D. [Antonella Buccaro, classe V B]
La sua opera è una forte requisitoria sull'ingiustizia umana e per questo assomiglia molto al Manzoni dei Promessi Sposi e della Storia della colonna infame. Manzoni però aveva dalla sua parte la fede per continuare a lottare, lei a che cosa si aggrappa?
R. Motta mi ha dato come lettore di Montaigne e allora dirò che in Montaigne c'è un saggio che dice nel titolo già È piuttosto sciocco ritenere non vere le cose che ci sembrano inverosimili.
Questo è il succo dello scetticismo, per cui Pirandello proprio pensando a questo saggio di Montaigne ha scritto una spassosa ma anche profonda novella che si intitola L’Avemaria di Bobbio. Si tratta di un notaio libero pensatore, forse massone, che ad un certo punto è preso da un terribile mal di denti e corre in città per farselo strappare dal dentista. Ma, andando verso la città dalla campagna, vede un tabernacolo con la Madonna delle Grazie, allora gli viene dal profondo, da questo suo tremito di tenerezza per se stesso dolorante, di dire un'avemaria e il mal di denti gli passa. Un anno dopo, mentre legge proprio questo saggio di Montaigne dice - pensando male anche di Montaigne: ma no la cosa è inverosimile, non è possibile che il mal di denti mi sia passato per l'avemaria. E il mal di denti ritorna. E allora questa alleanza che si stabilisce tra la Madonna delle Grazie e Michel de Montaigne è veramente stupefacente, ma è una cosa che ci fa arrestare sulla soglia di quello che ci può essere al di là di ciò che noi giudichiamo o non giudichiamo verosimile coi nostri sensi o col nostro pensiero. La mia posizione è questa: di uno scetticismo assoluto. La conclusione dello scetticismo si può riassumere cosi: “non c’è nessuna certezza ma nemmeno c'è la certezza che non ci siano delle certezze”.
D. [Ritrovato Michele, IV A]
Nella Scomparsa di Majorana lei difende le ragioni di Majorana, che si nega alla scienza nel momento in cui intuisce le gravi responsabilità che la scoperta atomica avrebbe significato per l'intera umanità. Secondo lei, quale rapporto deve correre tra il momento della scoperta che appartiene alla scienza e il momento della sua applicazione che appartiene ai politici e ai governi?
R. Ci vorrebbe una risposta molto lunga. Comunque debbo dire questo: quando apparve questo mio libro in Italia è nata una grande discussione.
Gli scienziati si sono sentiti in obbligo di negare che Majorana potesse avere intuito il cammino della scienza verso la bomba atomica. In effetti non è così.
C’è una prefazione all'edizione tedesca de La scomparsa di Majorana scritta da una professoressa dell’Universita di Münster che si è data la pena di interrogare sia Heisenberg sia la signora Noddack. La conclusione è che Majorana poteva avere benissimo intuito dove si sarebbe arrivati e si sia ritirato o col suicidio o andandosene in un convento (per me c'era l'ipotesi del convento e c’è ancora). È lì che ci si doveva arrestare, invece questi scienziati hanno travalicato questo confine. Il progetto Manhattan, che è poi il progetto della costruzione della bomba atomica, è qualcosa di mostruoso.
E gli scienziati hanno collaborato con le autorità politiche e militari fino al punto da scegliere la città su cui doveva essere lanciata la bomba perche lì poteva fare più male. Questa collaborazione della scienza col potere è assolutamente inammissibile e mostruosa. Se non si riesce a fermare questo processo, l'umanità ha un avvenire piuttosto nero.
D. [Matteo Squarcella, III B]
Se Dante fosse nostro contemporaneo, secondo lei, la società di oggi potrebbe ispirargli di scrivere un capolavoro come la Divina Commedia? E chi sceglierebbe come guida e maestro al posto di Virgilio?
R. Purtroppo la Divina Commedia è una lettura poco frequente nelle scuole. Mi pare che Dante sia uno degli autori italiani più dimenticati e il suo poema è una cosa grande, da leggere.
Se non ve lo dà la scuola cercatelo voi, ma bisogna leggere Dante. In quanto a un viaggio tipo Dante io sceglierei Montaigne, sarebbe una bella guida, perché saremmo né nel Paradiso, né nel Purgatorio, né nell'Inferno, ma tra le ombre di coloro che sono stati.
D. [Filomena La Porta, IV A]
Lei è uno scrittore fortemente impegnato sul terreno politico e sociale.
Pensa che un'opera d'arte sia necessariamente legata a queste componenti?
In questo modo non si corre il rischio di fare oratoria, come direbbe Croce?
R. Io non credo che uno scrittore debba attingere a dei temi politici o attuali, o, come si diceva una volta, impegnati. C'è lo scrittore che si sente impegnato sui problemi della realtà, della politica, e c'è lo scrittore che questi problemi non li sente. Proust si chiude in una stanza tappezzata di sughero e scrive Alla ricerca del tempo perduto, Dante scrive la Divina Commedia che è di lettura più impegnata.
Nell”ambito della letteratura c’è posto per tutto. Io non sono cosi intollerante da disprezzare lo scrittore che non si occupa di politica, anzi io trovo molto diletto a leggere questi scrittori che sono così fuori da ogni impegno e sono impegnati con se stessi, e però sempre con la verità dell'uomo. Non credo necessaria l’ispirazione politico-sociale.
D. [Chiara Fornaini, III A]
Lei prima ha parlato di mafia e giustamente è stato definito come lo scrittore che ha affrontato questo scattante e doloroso problema con una appassionata tensione civile. Le chiedo se parlare di mafia non sia pubblicizzare la mafia, facendo in questo modo il gioco da essa voluto, teso a far rilevare la potenza e la capillarità della sua organizzazione, al fine di incutere timore nelle masse.
R. Io penso che parlare di qualsiasi cosa, di qualsiasi problema sia giusto e sia utile. In questi giorni siamo piuttosto stupefatti e irritati del silenzio di informazione dell'Unione Sovietica nei riguardi dell'esplosione della centrale. Il silenzio non serve, bisogna parlare e dibattere. Né credo che la mafia abbia avuto giovamento dal parlarne. Fino al 1961, anno in cui è uscito Il giorno della civetta, della mafia si era parlato soltanto in sede saggistica. Se ne era parlato nell'Inchiesta Franchetti-Sonnino, se ne era parlato anche contemporaneamente nell'Inchiesta parlamentare del 1875, ne aveva scritto un inglese, Hobsbawm, nel libro intitolato I ribelli, libro che vi consiglio sempre di leggere, in cui ci sono trenta pagine dedicate alla mafia, che sono quanto di più chiaro e illuminante sia stato scritto sulla mafia. Ma in letteratura non se n'era mai parlato prima de Il giorno della civetta. C'era stata una commedia intitolata Mafia scritta da Giovanni Alfredo Cesareo, professore dell’Università di Palermo, traduttore di Shakespeare, ma purtroppo è un'apologia della mafia, e una difesa della mafia così come la intende Buscetta. Quando Buscetta depone al processo parla della vecchia nobiltà della mafia, bisogna essere chiari: la mafia non è mai stata nobile.
D. [Celeste Tancredi, V C]
Lei come scrittore, quale impegno si aspetta dai giovani, oltre le ormai superate sfilate e manifestazioni di piazza per la pace?
R. Mi aspetto meno manifestazioni di piazza e più studio.
D. [Rosa Nardella, V B]
So che Morte dell'Inquisitore è uno dei libri più amati da lei. Perché?
R. Forse perché riguarda un personaggio del mio paese di cui ho sentito parlare dall'infanzia, e forse anche perché non è un libro compiuto, perché mi manca il documento risolutivo. ll fatto che debba continuare a pensarci e ad avere la speranza che un giorno o l’altro da un archivio spagnolo venga fuori un documento che dica in che consistesse veramente l’eresia di Fra Diego La Matina. Questo è un libro che mi è vicino, ecco, mentre gli altri non li ho più riletti o li ho quasi dimenticati. Questo e Majorana (che è purtroppo l’attualità a ricordarmelo) mi sono più chiari.
D. [Costanzo Cascavilla, V A]
Nell'Introduzione è stato ricordato dal prof. Motta Aldo Moro, e proprio ieri in uno dei tanti discorsi commemorativi, il presidente della D.C. Flaminio Piccoli non riusciva ancora a spiegarsi il perché di questo orrendo crimine.
Nell'Affaire Moro, lei dice delle cose che esulano dalla comune interpretazione che è stata data di quei fatti della primavera del '78. Perché il potere politico avrebbe volato la morte di un uomo così grande?
R. La questione è molto complessa da analizzare. Senza dubbio concorsero molti elementi tra cui quello inconscio dell'uccisione del padre di cui parla Freud. Però è una cosa certa che lo Stato italiano ha trattato con tutti. con i pentiti delle Brigate Rosse, ha trattato con i pentiti della mafia, ha trattato comunque e non ha trattato solo per Moro, la fermezza è stata usata soltanto nei riguardi di Moro. Poi è stato lo Stato che ha trattato contro di lui. Quindi una ragione ci deve pur essere, io la metto così freudianamente come un senso di liberazione nei riguardi del padre, del padre che li giudicava e li guidava, ma può darsi che ci siano state altre ragioni più squallide, più misere. Ma la cosa incredibile è stata l’inefficienza totale di quelle forze che avrebbero dovuto e potuto trovare Moro. L'ho difeso non perché avessi amato mai il personaggio, anzi a me sembrava un elemento tutto sommato negativo nella storia italiana. Ma nel momento in cui fu catturato dalle Brigate Rosse ed era, direbbe Pirandello, una creatura, non più un personaggio, Moro è diventato direi cristianamente il mio prossimo più prossimo. Questo mi è costato anche quattro anni di vita parlamentare, dico costato perché l'ho fatto con rincrescimento, per andare alla Commissione Moro a vedere da vicino come erano andate le cose. La conclusione era proprio questa: che Moro poteva essere trovato. L'inefficienza di quelle forze che avrebbero dovuto trovarlo l'ha portato alla morte. Davvero se dovessimo giudicare le nostre forze di polizia, e tutto ciò che è preposto alla sicurezza della vita sociale, da quello che non hanno fatto per il caso Moro, sarebbe da disperare. Speriamo che altre cose siano un po” meglio. Nel caso Moro sono state di una inintelligenza, di una insipienza, di una inefficacia assoluta.
D. [Michele Gualano]
A Leonardo Sciascia, che è stato deputato per quattro anni, chiedo che gliene sembra del Parlamento italiano.
R. Debbo dire che non è peggiore del paese. In proporzione c’è lo stesso numero di persone intelligenti, di persone capaci, di imbecilli, di onesti, di meno onesti. Proprio e lo specchio del paese.
D. [Anna Maria Bianchi, I Liceo Classico]
Traggo la mia considerazione dalla frase che lei ha pronunciato in risposta alla prima domanda: “non c'è certezza ma nemmeno c”è la certezza che non ci siano delle certezze”. Tale affermazione, penso, se applicata alla vita di ogni essere umano non negherebbe l’esistenza di un principio sacro, e quindi di un fine ultimo, di un ideale in nome del quale l'uomo possa lottare per conseguirlo?
R. Ce uno scrittore inglese, che è considerato uno scrittore cattolico, Graham Greene, il quale una volta ha detto: non è che io sempre creda in Dio. Una volta all'anno andando per le strade alle undici meno un quarto ci ho creduto fermamente, ma poi mi capita di non crederci. Io credo che non esista un uomo totalmente credente, né un uomo totalmente ateo, anzi credo che l’invenzione dell'ateo sia dovuta ai preti. Chi riesce a crederci anche oltre le undici meno un quarto dello scrittore inglese forse è più felice di chi ci crede soltanto qualche volta. Ecco, io sono in questa posizione, ogni tanto ci credo.
D. [Michele Coco]
Lei passa per illuminista, per illuminato, per voltairiano e quindi per un sostenitore della tolleranza nei confronti di chi professa idee diverse dalle sue.
Ma in alcuni suoi scritti: l’Antimonio, il racconto citato da Antonio Motta, o anche L'onorevole, a me pare che lei si accanisca in maniera ostinata nei confronti della Chiesa, della istituzione.
Come si spiega questo accanimento, questa ostinazione nei confronti della Chiesa, quando lei da illuminista, da illuminato, da voltairiano dovrebbe esercitare di più la virtù della tolleranza?
R. Io sono nella condizione che magari lei mi dirà infelice di non identificare la Chiesa con Dio, la Chiesa è un'altra cosa, per quanto bellissime sono le nostre chiese sono sempre troppo piccole per contenere Dio. Poi, non credo di essere proprio intollerante nei riguardi della Chiesa. Per quello che storicamente significa la Chiesa cattolica in Italia certo che io sono accanito. Dobbiamo tante cose al cattolicesimo, persino le Brigate Rosse, persino i pentiti. Il cattolicesimo italiano ha delle responsabilità enormi per questo paese. E allora non si può non tenere conto, non affrontarle, non combatterle. Intollerante!
Ma no, debbo dire anche che questo Papa mi piace, così reazionario che mi va benissimo.
D. [Michele Ferri]
Poco fa Motta sottolineava la sua esperienza di consigliere nel Consiglio comunale di Palermo nella lista del PCI. Vorrei sapere che cosa la portò, ad un certo punto, a dimettersi, e, oggi, corne giudica questa evoluzione del Partito Comunista.
R. Io non sono mai stato comunista, come non sono radicale. Non ho mai avuto una tessera di partito. Io già avevo scritto Il contesto, che è stato severamente criticato dall'Unità, ma ad un certo punto, dopo la campagna sul divorzio, mi sono convinto che il Partito Comunista poteva prendere l'autobus liberale. E allora quando sono stato invitato a far parte della lista comunista a Palermo - è stato un invito preciso: essendoci Guttuso e tu nel Consiglio comunale di Palermo, quello che accade potrà avere risonanza. Accettai. Ebbene io sono stato 18 mesi, non è accaduto nulla. La discussione più seria cui ho assistito è stata per la spesa di 300.000 lire per l’ascensore dei vigili urbani. Ora una città in cui si involavano miliardi ridotta dall’opposizione a discutere sulle 300.000 lire è una faccenda incredibile, per cui me ne sono andato. Riguardo all’evoluzione del Partito Comunista, a me pare, che quell’autobus è stato perso ed è difficile riprenderlo. Oggi siamo alle parole: da ogni congresso vedo uscire la speranza che nel prossimo congresso sarà meglio, e mi pare che siamo sempre allo stesso punto. Io ho tanta stima per la gente che c’è dentro il Partito Comunista, ma fede nel Partito Comunista in quanto partito non ne ho.
D. [Pietro Lauriola]
In precedenza sono stati toccati temi molto importanti e molto scottanti del nostro tempo come il problema della scelta nucleare, e, sebbene di straforo, il problema della Chiesa cattolica: vorrei chiedere a Sciascia cosa ne pensa della teologia della liberazione, se questa teologia può rappresentare un punto fermo, una speranza per tutte le popolazioni oppresse dell'America Latina, e se il fatto storico della presa di posizione della Chiesa filippina, per voce del cardinale Siri, che ha determinato, e su questo, penso, che possiamo essere tutti d'accordo, la caduta di una dittatura efferata, qual era quella di Marcos, possa essere l’inizio di una reazione a catena che faccia cadere le dittature militari nell'America Latina, dal Cile all'Uruguay.
R. Io penso che tutti gli uomini di buona volontà sotto qualunque segno militino possano apportare qualcosa di buono. In quanto alla Chiesa cattolica - ne ho già scritto nelle Parrocchie di Regalpetra e ancora sono di quella convinzione, preferisco vederla nera come era. Perché cosi mi trovo molto confuso. La Chiesa cattolica per come va oggi, per come oggi annaspa, e un pò il pendant del Partito Comunista. C’è un rapporto speculare tra comunisti e cattolici: annaspano tutti e due. Quindi ben venga il cattolico rivoluzionario, ma in quanto alla Chiesa io non vedo che possa essere diversa da come l'ho conosciuta quando c’era Pio XII e da come è sotto questo papa polacco. Che poi i cattolici del Sud America o delle Filippine siano all'avanguardia del buon metodo rivoluzionario non li considero in quanto cattolici, ma li considero come uomini che aspirano alla libertà, che vogliono la libertà.
D. [Piero Lacaita]
La mia non è una domanda. Vorrei ricordare in aggiunta a quanto si diceva sul rapporto tra scienza e politica, lo scambio di due lettere, che io lessi 40 anni fa, tra Einstein e Benedetto Croce a proposito della bomba atomica. Lo scienziato era preoccupato per essere stato il creatore dell'inizio del processo che ha portato all'energia atomica, si rendeva conto che quella scoperta sarebbe stata foriera di lutti per l'umanità. Il filosofo rispondeva dando peso al potere dei politici, i quali si chiamavano grandi, perché possedevano l'atomica. E Croce ribadiva che nessuna scoperta scientifica può essere considerata grande scoperta se la stessa scoperta non è dominata dal pensiero, dalla ragione dell'uomo. E concludeva “grossi possono essere costoro, non grandi, perché grandi sono stati o sono soltanto Gesù, Socrate, Platone, perché essi soli ci crearono interiormente uomini”.
R. Si, lo ricordo quell’opuscoletto pubblicato da Laterza con queste lettere.
D. [Antonio Bianchi]
Io trovo una contraddizione tra il suo scetticismo assoluto e le premesse a cui ha fatto riferimento per rispondere al preside Coco. Lei ha detto: Dio è troppo grande perché possa entrare in una chiesa. Io vorrei prima di tutto precisare che la chiesetta non è quella fatta di pietre, sia quella del suo paese che quella di San Pietro con la cupola. Dalla prima lettera di San Pietro, sappiamo che la Chiesa non è quella fatta di pietre, ma di pietre vive e le pietre vive sono i cristiani. Ora questo colpo di spugna che lei dà su 2.000 anni di storia, senza esclusioni di colpi e senza possibilità di appello, mi sembra un po' troppo eccessivo. Per quello che riguarda la Chiesa, la Chiesa non è quella fatta di mura, la Chiesa è la società dei perfetti cristiani, dei battezzati e lasciamo stare il resto della domanda del catechismo. La Chiesa è il corpo mistico di Gesù Cristo. Qui è stato nominato Gesù Cristo, Socrate, altri. Sì, si è andati sulla discesa di un adagio troppo abusato, non possiamo mettere sullo stesso piano Cristo, Socrate, altri. Perché se Cristo fosse come Socrate avrebbe avuto i suoi difetti come Socrate.
Cristo ha detto: “Io sono la vita” ed essendo la vita, ecco che non può essere paragonato ad altri. Quando si parla di vita si parla di assoluto, quell'assoluto che purtroppo non collima col suo scetticismo. Ora dato che quest'incontro non è un incontro di teologia, ma di vita, e qui la vita è rappresentata specialmente dai giovani che si affacciano alla vita, e che vogliono viverla, questi giovani vogliono delle certezze, vogliono delle speranze. Ora questo suo scetticismo assoluto è una posizione di troppo comodo che i giovani non possono condividere.
R. Lei ha la sua bella fede, però debbo dirle che questa Chiesa vivente di uomini, quest’essere cristiani non ha impedito che per 2.000 anni i cristiani si scannassero tra loro.
Replica di Bianchi
Lei è troppo categorico, è tutt'altro che possibilista come è stato presentato all'inizio di questo convegno.
Lei replicava che cosa: “lei ha la sua bella fede”. La sua “bella fede” è una virtù teologale, che bisogna non solamente accettare, e si accetta come dono, ma bisogna anche mantenere. Questa fede non ci esclude, non ci preserva dalle prove di fede, dalle prove del mondo. Quando lei parla di questa fede spara a zero e non ammette eccessive eccezioni. Di 2.000 anni di storia lei parla solamente di massacri, massacri ..., ma cominciamo a mettere in evidenza i massacri che la diffusione di questa fede è riuscita ad evitare, il passo decisivo che è stato fatto tra quello che può essere il mondo pagano e quello che può essere il mondo che sia degno di un uomo. Ci possono essere certamente aspetti negativi, ma quelli non possono essere attribuiti alla fede. E’ bene che si facciano dei nomi di cui non bisogna vergognarsi. Lei dalla Sicilia è salito fino a San Giovanni Rotondo, in Puglia. Ora a San Giovanni Rotondo è stato per 50 anni un certo padre Pio che lei non dovrebbe ignorare. Lei dovrebbe avere il dovere di spiegarsi anche questa Chiesa...
Replica di Sciascia
Insomma lei mi vuole convertire.
Lei ha detto una brutta parola “il dovere”. No, non ho il dovere. Io posso dire “lei ha il dovere di leggere Voltaire”, no, non glielo dico. Lei continua a leggere Sant'Agostino, Sant'Ambrogio. Ma il dovere no, se no siamo alle solite.
D. [Felicetta Baldinetti]
Io sono alquanto emozionata perché è la prima volta che incontro uno scrittore. Siccome sono un'accanita lettrice, devo con profonda umiltà manifestare la mia ignoranza, perché non ho purtroppo letto un'opera di Sciascia (forse sono l'unica stasera qui). Comunque mi ritrovo in molte sue idee e cercherò di colmare questa lacuna al più presto possibile. Vorrei che lei precisasse le responsabilità del cattolicesimo nel fenomeno Brigate Rosse.
R. Come lei sa le Brigate Rosse cominciano dalla facoltà di Sociologia di Trento, che è nata sotto l’imprimatur cattolico e da cui sono usciti i primi brigatisti. E in loro vi era una forte dose di intolleranza, e poi, ad un certo punto, “cattolicamente” si sono pentiti. Comunque l’origine è la facoltà di Sociologia di Trento che nasce sotto gli auspici di Piccoli: i Curcio e compagni vengono da lì, e il loro metodo era quell'intolleranza propria dell’origine cattolica, l’intolleranza dell’assoluto. Come si bruciava 1'eretico, così i primi brigatisti concepivano che si dovesse ammazzare il padrone, l'industriale, l'uomo politico le cui idee non corrispondevano alle loro, e così via. Ci sono dei movimenti politici altrettanto sanguinari ecc., però il rigore, quel certo puritanesimo ideologico che professavano i brigatisti è di estrazione cattolica.
D. [Michele Schiena]
Lei è stato insegnante elementare per molti anni, e continua ad essere maestro di molti di noi. Ma lei da studente che tipo di scolaro era?
R. C’è stata una delle mie figlie che è stata afflitta dai professori che le dicevano: suo padre ... Ma io a scuola ero pessimo alunno, lavoravo poco, facevo quello che mi piaceva, devo dire che per anni sono andato a scuola senza libri, perché li portavano i miei compagni. Ho avuto in verità un paio di professori molto comprensivi che mi facevano leggere Dos Passos, mi facevano leggere allora gli scrittori americani, e non si curavano molto del profitto, come si usava dire. Insomma sono stato a scuola molto libero. Posso dire che non ho lavorato molto, nelle materie scientifiche qualche volta sono stato rimandato. Io spero che la scuola, sia così, che consenta un margine di ozio, di libertà, perché ciascuno si scelga anche i propri maestri al di fuori della scuola.
D. [Lucia Ritrovato, III A]
Il successo di alcuni scrittori, come ad esempio Piero Chiara, Festa Campanile, Luca Goldoni, Enzo Biagi, è derivato in gran parte dal fatto di essere legati a giornali a grande tiratura, alla televisione o a importanti case editrici.
Il successo dei suoi libri da che cosa è scaturito?
R. Non lo so. Non mi sono mai posto questo problema, non ho mai fatto questa analisi. Ho pubblicato il mio primo libro nel 1956, allora Laterza ne tirò 2.000 copie, la seconda edizione è venuta nel `58-’59, ci sono voluti due o tre anni prima che si esaurissero 2.000 copie. Poi ho pubblicato Gli zii di Sicilia, Einaudi ne tirò 1.000 copie, la seconda edizione è del '62, ci sono voluti quattro anni perché si esaurissero mille copie. Poi improvvisamente è venuto un più largo interesse degli italiani per la lettura e credo che questo passaggio sia segnato dal Gattopardo. Finalmente gli italiani si trovavano di fronte a un libro leggibile, godibile, interessante e da quel momento hanno preso affezione per la lettura, per cui gli scrittori hanno avuto un certo successo. Quattro o cinque scrittori - io ritengo - sono arrivati al traguardo delle migliaia di copie.
Quali interessi abbiano mosso i lettori particolarmente verso di me, non so: il problema della giustizia, il problema del Meridione, avranno avuto la loro parte, ma non saprei esattamente.
D. [Ivano Melito, V A]
Lei, con Le parrocchie di Regalpetra, si è inserito in un filone letterario che ha avuto in Sicilia un precedente e un esempio illustre ne I fatti di Petra di Nino Savarese, mostrando una dolente coscienza delle carenze e delle colpe delle classi dirigenti di ieri e di oggi. E’ veramente così sfiduciato?
R. Non è sempre che io metta alla gogna la classe politica. Naturalmente il fatto che io ne continui a scrivere vuol dire che non sono totalmente sfiduciato. Scrivere è anche un atto di fiducia. Ho scritto Le parrocchie di Regalpetra allora per dare un quadro della vita di un paese, della ingiustizia e della mancanza di libertà, di cui questo paese soffriva. Io passo per pessimista, ma il vero pessimista è quello del non fare, quando uno fa non è del tutto pessimista, piuttosto è la realtà che è pessima, non lo scrittore pessimista.