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Da Qualesammarco n. 1 del 1990

Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Da Qualesammarco n. 1 del 1990
All'età di 69 anni, nella sua casa: di Palermo, si è spento, il 21 novembre, Leonardo Sciascia, uno dei più grandi scrittori italiani ed europei. Autore di celeberrimi gialli, di sapore metafisico, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Todo modo e di altrettanti celebrati e amari pamphlets, alla Courier, La scomparsa di Majorana, L’affaire Moro, come di cronache esemplari: Storia della povera Rosetta, Porte aperte. Sciascia aveva anche il raro dono della gentilezza e della liberalità.
Una gentilezza squisita, di altri tempi, che a me dava quel timore confuso, reverenziale, che si prova di fronte a un Maestro. Conoscendolo non lo si poteva che amare: e frequentandolo, scrivendoci, sempre ne ho avuto un senso di liberazione, che sconfinava in una leggerezza profumata, che ora mi manca, come le cose importanti ed eterne.
San Marco in Lamis, che l’ha avuto ospite illustre nel 1986, lo ricorda con questo inserto speciale di Qualesammarco, che la redazione ha voluto dedicargli.
(a.m.)

Da Qualesammarco n. 1 del 1990. Leonardo Sciascia
Da Qualesammarco n. 1 del 1990. Leonardo Sciascia
Quante cose sono rimaste nella penna di Leonardo Sciascia, che nessuno mai potrà diseppellire.
Piccole storie di provincia, ma grandi a trascorrere in essemplo, a illuminare le faglie di questa Italietta assediata da soprusi e ingiustizie. Sciascia aveva fatto appena in tempo a scriverne l'ultima: Il calzolaio di Messina, dalla sua Milano, pensando alla sua Sicilia, premuto dal male oscuro che indeboliva la sua fibra. Un libretto prezioso che Franco Sciardelli, editore in Milano, con passione, ha stampato in pochissimi esemplari. Ed è ancora Sciardelli a fargli dono, nell’estate scorsa, di un piccolo album fotografico: Leonardo Sciascia fotografato da Ferdinando Scianna, circolato soprattutto in Francia, nell'ambito del Cinema Italien 89 di Annecy, che gli ha dedicato un “Ommage”. Appena in tempo aveva fatto ad affidare a Elvira Sellerio Fatti diversi di storia letteraria e civile a far tacere voci malevoli di un incomponibile dissidio.
Una storia semplice, invece, che Adelphi ha mandato in libreria in questi giorni, è un giallo finemente intricato, finemente ironico. La storia, in breve, è questa. Il 18 marzo Giorgio Roccella, ex ambasciatore in pensione, di nobile famiglia siciliana, avverte il vicino Commissariato di polizia di aver trovato nella sua villa di Monterosso una “cosa”. L'indomani viene trovato cadavere. La scoperta è del brigadiere Antonio Lagandara (che aveva preso la telefonata la sera prima) durante il normale sopralluogo. Tutto fa pensare ad un suicidio: è la tesi subito sposata dal Questore e dal Commissario, ma tenacemente rifiutata dal piccolo brigadiere e dal Colonnello dei Carabinieri. A farla vacillare definitivamente sono le rivelazioni del prof. Carmelo Franzò, vecchio amico della vittima, e il duplice omicidio avvenuto nella stazione di Monterosso del capostazione e del manovale.
Consistenti, inquietanti indizi, ma che subito assumono la forza di complicità delittuose, portano al Commissario, legato ad ambienti mafiosi e a traffici di droga, che si svolgevano insospettati e all'insaputa del povero Roccella nella sua villa, che, fiducioso, aveva affidato, perché ne avesse di tanto in tanto preoccupazione, nelle mani di Padre Crocco.
Anch’egli, come il Commissario, il capostazione e il manovale, involto in inestricabili giri di malavita. La storia precipita quando il Commissario, sentendosi scoperto, decide di eliminare il brigadiere, fidando in un colpo partito accidentalmente mentre puliva la rivoltella d’ordinanza. Il corpo partirà, ma sarà il brigadiere, di mira infallibile, e intravedendo nel disegno delittuoso del Commissario, a fulminarlo. La verità ufficiale, quella che l’indomani apparirà sui giornali, mutando di segno, sarà: “Brigadiere uccide incidentalmente, mentre pulisce la pistola, il commissario capo della polizia giudiziaria”.
Quali conclusioni se ne ricavano? La giustizia è un relitto di epoche lontane: l’uomo ne ha smarrito il senso. Non la cerca il Commissario, il Questore, il Giudice, l'unico a cercarla è il brigadiere (come in Porte aperte sarà il giudice a latere e nel Cavaliere e la morte il Vice commissario). Sciascia ha sfiducia nella giustizia: quella dei vertici dello Stato, dei corpi separati, dei servizi segreti, dei professionisti dell'antimafia.
Ma crede profondamente nella Legge, nel Diritto, che è un bene supremo, fuori del quale non vi è civiltà, ma barbarie.
Questa grande fede nella Legge lo portò ad essere sempre presente sulle barricate ogni qualvolta i valori civili, la vita stessa erano minacciati. Laddove scorgeva un'umanità debole, vacillante, indifesa: da difendere dai mostri di sempre. Scrittore illuminista, libertario, laico, ma soprattutto alieno da ogni compromesso col Potere, di qualsiasi natura, di qualsiasi forma, affidò alla scrittura il compito immane di opporsi alle “magnifiche sorti e progressive”, di una lotta impari senza quartiere alla Storia con la maiuscola. E per questo crediamo che fu un grande scrittore della speranza e della vita, insegnandoci la dignità della ginestra che soccombe e non si arrende. Questa fu una fede per lui così scettico, la sola che professò in quarantanni di letteratura.
Antonio Motta 

Della giustizia e del giudicare

Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Io parlo di tutto per conversare e di nulla per giudicare”. Questo assunto di Montaigne circola e si propaga nella produzione di L. Sciascia teso tra “quella concezione serenamente pessimistica della vita, senza la quale non si è che avventurieri” ed il pudore per l’adorabilità del bello cui lo slargo della letteratura conduce. E, siffatta tensione non poteva non incontrarsi con personaggi e vicende, ma anche e soprattutto con “tenaci concetti”, che la percuotono e la rendono vibratile, come sono quelli della dignità calpestata, della ragione offuscata, della volontà coatta: tutti temi, questi, che hanno a che vedere con l’idea e l’amministrazione della giustizia.
L’ultima prova di Sciascia, La strega e il capitano, è tratta dalle tante carte, che allo scrittore pervengono, “che dicono di fatti in cui l’ingiustizia, l’intolleranza, il fanatismo (e la menzogna di cui queste cose si coprono) hanno parte evidente e, quel che è peggio, nascosta”; e non si tratta di accondiscendenza verso il proprio pubblico, se è vero che lo scrittore afferma: “È una cosa che mi lusinga molto, e forse la sola di cui dopo più di trent’anni passati a mettere nero su bianco - sono ancora sensibile”.
Caterina Medici, una “povera infelice sventurata” che compare nel XXXI capitolo dei Promessi Sposi, viene azzannata dalla “giustizia”, la cui amministrazione è stata sempre e dovunque “terrificante”, sino a far compiere alla realtà ciò che Manzoni richiedeva all’opera d’arte: renderla verosimile ai giudici attraverso la confessione di reati mai commessi e che mai si potevano commettere, essendo magarie e malefici, come ben si sa, frutto di pregiudizio e superstizione.
Ma, quello che sconvolge lo scrittore, e ci sconvolge, è la constatazione che atrocità allucinanti sono compiute in nome della giustizia, vale a dire: in nome di un principio che voleva e vuole essere la garanzia per ognuno del rispetto di una norma universale di convivenza. Già! Ma, direbbe Rousseau, la convivenza si affida alle catene ed è dato solo al potere di attenuarne la presa. Ed ancora più sconvolgente è la sicurezza che sorregge giudici ed inquisitori, paludati e laureati in utroque, pieni di dottrina teologica e morale.
Se ci avventurassimo nella disamina, senza commozione per il vissuto, del termine giustizia, molto facilmente potremmo liquidare la comprensione di simili iniquità con storicistiche argomentazioni circa il significato ed i contenuti che nelle norme sono compresi. La smentita, però, di una pretesa epurazione dall'errore, autoaffermantesi nel tempo, ci viene proprio dal fatto che la storia ci conferma che, ogniqualvolta il potere decide di “impedire ad un cervello di funzionare”, una norma esiste sempre, a dispetto di conclamati principi.
Perciò, “dalla storia, per quanto possa essere succinta, d'un avvenimento complicato, d'un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini, devono potersi necessariamente ricavare osservazioni più generali, e d'un'utilità, se non così immediata, non meno reale”.
Questa affermazione manzoniana ci pare rendere conto bene della passione di Sciascia, che non vuole né storicizzare né ipostatizzare il termine giustizia. Piuttosto, ragione e storia si drammatizzano in un crescendo di orrore ed ottusità, poiché “è sempre difficile che l'ovvio ed il sensato entrino in un processo”.
Così, giudici, sgherri e giustizieri sono le maschere, i generi fissi di una tragicommedia del potere, che ha sostituito le reali aspirazioni degli uomini con esigenze astratte di dottrina e di ordine. Ed è qui che Sciascia si sente ancor più vicino al cattolico Manzoni, poiché non tutto può essere riportato all'oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, tanto è vero che esiste “una analogia tra i campi di sterminio nazisti e i processi contro gli untori, i supplizi, la morte”.
I giudici e gli aguzzini di Diego La Matina, di Martin Guerre, di Francesco Paolo Di Blasi, di Caterina Medici, della “povera Rosetta” e di quanti sfortunati sono caduti negli artigli della giustizia, nei romanzi e nei racconti di Sciascia, “erano onesti e intelligenti quanto gli aguzzini di Rohmer erano buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali. Quei giudici furono burocrati del male: e sapendo di farlo”.
L'indignazione di Sciascia, ed il “j'accuse” fermo della sua prosa implacabilmente ironica, si rivolgono alla coscienza ipocrita dei giustizieri e di quanti ne hanno reso l’azione un modello a tutela di pigri privilegi e di servilismo cieco ed immorale.
La logica dell’inquisizione è fonte di per sé di infamità ed ingiustizia.
Morte dell’Inquisitore, lo ammette lo stesso Sciascia, è un libro non finito, non solo perché non è svelato il mistero della eresia di Fra Diego La Matina, il quale uccide, con i ceppi che aveva alle mani, monsignor de Cisneros, inquisitore nel regno di Sicilia, ma, soprattutto, perché ci sono ancora “persone e istituti che hanno la coda di paglia o il carbone bagnato: modi di dire senz'altro pertinenti, pensando ai bei fuochi di un tempo”.
Improbabile qualità del giustiziere è la capacità ad ammettere il dubbio, per cui mai un tribunale inquisitoriale adotterà una qualche formula di sentenza che dica: “La corte non ci capisce niente”.
Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Da Qualesammarco n. 1 del 1990
Sarebbe una ammissione imperdonabile per il potere, poiché sempre e comunque un colpevole, anche di un crimine inverosimile, deve esistere, sia pure incarnato con artificio in uno sventurato cattivo, che per storia etimologica è un captivus diaboli, un prigioniero del diavolo. Così le “congetture”, per dirla ancora con Montaigne, sono ridotte a fanatiche e potenti certezze e la verità né viene né va, semplicemente muta l’errore, mutano gli errori. Così ai tempi del viceré Caracciolo, con la condanna del giacobino Di Blasi al patibolo; così nel 1913, nella Milano degli “scapigliati”, la poliziottaglia massacrava di botte la “povera Rosetta”. Ma, anche quando la pena si riduce ad un trasferimento in partibus infidelium; è sempre il prepotere e la congettura dominante gli animi e le istituzioni che determina l’iniquità: monsignor Ficarra, nella Sicilia del secondo dopoguerra, è ribelle, e per ciò stesso reo, perché in lui “’ penetrato il sentimento della giustizia, l’idea della giustizia, la follia della giustizia. Della umana giustizia”.
Ma, anche i contemporanei giustizieri non risparmiano sevizie e torture per condurre la realtà alla dimostrazione delle proprie congetture. E nel confronto con il presente, nel presente operando, Sciascia ci offre la dimostrazione che la sua non è letteratura di curiosità o di incursione storica, bensì sentimento di quella umana giustizia. Un capitolo allucinante è stato scritto dalle Brigate Rosse e dalla prigionia di Aldo Moro, di cui Sciascia rivela la mostruosa logica e la non meno raccapricciante considerazione che ne ebbero le forze dell'ordine e quelle politiche, con la condotta che ne scaturi: il suo Affaire Moro non è la riscrittura di dimenticati e polverosi documenti, è la successione dei fotogrammi di una tragedia. Allo stesso modo il reiventato Candido non è alle prese con asso1utistiche istituzioni, quali quelle che negavano la semplice libertà di pensiero al suo primo e principale autore, bensì sperimenta l’ostracismo del potere contemporaneo, anche quando questo si definisce democratico e progressista.
Inoltre, paradosso dei paradossi e realta attivissima e presente, persino il potere della criminalità ha le sue regole di giustizia ed i suoi rituali di esecuzione delle pene: le vittime della mafia sono assai simili a quelle dell’Inquisizione; ed identico è il terrore di queste vittime al cospetto di birri che, con o senza l’espressionismo kafkiano, sono anonimi inviati di una potenza la cui epifania è in questo ristabilire regole violate, non avendole mai, i giustiziati, conosciute o scelte.
Se altri scrittori hanno ricercato l’assurdo quale espressione letteraria, Sciascia lo rinviene in quanto di più logico e coerente sembra esserci nella realtà: la giustizia.
La ragione perciò non è autodisvelamento di verità e nemmeno solo metodo per l’eliminazione di errori e pregiudizi, ma è, anche e soprattutto, umana comprensione, dubbio che indaga le debolezze dell’animo, luminosità e gioia del conoscere, nell’accezione semplice di acquisizione di nuove ed inesauribili esperienze. Per questo non ci è dato di “giudicare”, se non per rilevare la miseria e l’immoralità del sopruso e dell’ingiustizia.
Giuseppe Soccio
L'articolo è stato scritto in occasione della venuta di Leonardo Sciascia a San Marco in Lamis.

Tempo di rimozioni
Uno dei racconti più amaramente divertenti di Leonardo Sciascia è senza dubbio La rimozione. Esso fa parte della raccolta *fare color del vino (1973) e narra le vicende parallele di cui sono protagonisti, in un piccolo paese siciliano, Michele Tricò e sua moglie Filomena nel corso di una “storica” serata.
Poco prima Michele aveva giocato a perdivinci con l'amico Nicola Spitale.
Tornato a casa, non trova Filomena. Forse è andata a far visita a sua madre malata, una “vecchia ferrigna, ottantacinque e passa; e cattiva, velenosa di lingua, piena di puntigli e capricci”. Si avvia, cosi, verso la casa della suocera.
Ma la vecchia sta bene, “vivace come una ciaula”. Dove sarà andata mai a quell'ora Filomena?
"Sarà in chiesa”, è la risposta della vecchia. “In chiesa: e che ci fa in chiesa a quest'ora? Che funzione ci può essere alle nove di sera?”.
Si dirige verso la chiesa di Santa Filomena, affollatissima. E dopo aver scambiato qualche battuta con il brigadiere, capisce che tutta quella “rivoluzione” la si fa a causa del decreto pontificio che ha stabilito che santa Filomena non è mai esistita. Le donne si sono asserragliate in chiesa “e non vogliono uscire. Temono che calino giù dall’altare la statua” della santa.
Michele sbotta: “Ma chi glielo fa fare, ai preti? Una chiesa dedicata a santa Filomena, un paese pieno di Filomene, una festa per santa Filomena che dura una settimana intera, con fiera e fiaccolate, processioni, cavalcate, le case che tremano per i mortaretti, i dolci impastati col miele: e di colpo vien fuori il decreto che santa Filomena non è mai esistita”.
Cerca di farsi largo tra la folla, finché non raggiunge la balaustrata del coro. È stremato. Finalmente scopre sua moglie. Le si avvicina “traboccante di collera ma in apparenza calmissimo”. “Andiamo a casa”, le dice. “Non posso”, risponde Filomena, “staremo qui finché l'arciprete non ci fa giuramento che la Santa resterà sull'altare”.
Per vincere l'opposizione della moglie, a Michele non resta che inventare “un piccolo inganno”, quello di farle credere che sua madre ha avuto un insulto improvviso.
Michele Tricò è un comunista convinto, segretario della Federterra, e non avrebbe voluto che sua moglie si mettesse in quella “cagnara”. Ma Filomena non desiste: “Le cagnare sono quelle che fai tu ... La nostra era una cosa muta: ci vogliono togliere la Santa e noi ce ne stiamo in chiesa a guardarla...”.
Michele vorrebbe persuadere la moglie che quella sua devozione è fondata su di un falso: “Un tizio aveva letto nelle catacombe una lapide, l'aveva capita per il verso sbagliato: che sotto c'erano le ossa di una vergine di nome Filomena; e non era vero niente, l'iscrizione voleva dire un'altra cosa ...”
E i miracoli? Dove li mette i miracoli Michele? I miracoli non li può negare nessuno.
I cavoli e l’uovo bollito sono pronti. Michele si accinge a consumare la cena. Come ogni sera tira fuori dalla tasca il giornale. Finalmente potrà leggersi in pace l'Unità. Ma un titolo in particolare colpisce la sua attenzione: “Al XXII Congresso del PCUS decisa la rimozione di Stalin dal mausoleo." Grida a Filomena di portargli subito gli occhiali. S’immerge nella lettura: “se accaduto per colpa di Stalin .... che sia riconosciuto come irrazionale conservare la tomba di Stalin nel mausoleo ... La risoluzione è messa ai voti. l delegati alzano il mandato rosso. La proposta di rimozione della salma di Stalin è approvata all’unanimità”.
É come una doccia fredda. È il crollo improvviso di un mito.
“Violentemente la mano di Michele Tricò lanciò il giornale verso il soffitto; i fogli planarono parte sul pavimento, parte sulla macchina da cucire. “Che c'è?” domandò Filomena. Michele affondò la forchetta nel piatto dei cavoli. La moglie lo guardava, preoccupata che si riprendesse la questione della Santa. “Niente - disse Michele - niente”.
Si conclude così la storia ironica e amara di due rimozioni parallele, guardate da Sciascia con il suo consueto relativismo scettico.
La vicenda di Michele Tricò, tuttavia, è una sorprendente prefigurazione dell'esperienza che lo scrittore siciliano farà come candidato nella lista del partito comunista italiano a Palermo. Nelle elezioni comunali del giugno 1975 egli sarà candidato come indipendente, e sarà eletto con un numero di voti di poco inferiore a quelli del capolista Occhetto.
Un'esperienza della quale rimarrà sommamente deluso. Egli, dimettendosi da consigliere nel 1977, dirà: “In questi mesi, non s'è fatto niente, né in bene né in male”.
Candido, scritto nell'estate di quellostesso anno, racconterà, a modo suo, di quella-delusione.
La vicenda di Michele Tricò assume, inoltre, i contorni di una vera e propria profezia. La rimozione di Stalin, guardata a posteriori, appare come la prima di tante altre rimozioni che ancora oggi si verificano negli stati di quella che un tempo si chiamava oltre cortina. Gli eredi di Stalin sono travolti dalle folle assetate di libertà e di democrazia a Budapest, a Varsavia, a Sofia, a Berlino, a Praga. Il volterriano Sciascia ha avuto appena modo di intravedere la rivoluzione in atto nei paesi dell’Est europeo. Non ha potuto assistere, purtroppo, al trionfale ritorno di Dubceck, al quale nel 1969 aveva dedicato la sua Controversia liparitana.
Lo stalinismo, con le sue imposture, sta fallendo dappertutto. La confusione di Calogero Schirò, vittima paradigmatica' dell’impostura staliniana, si sta finalmente diradando. E l’illuminista Sciascia, amante della verità, se fosse ancora vivo, non potrebbe, pur nel suo indefettibile pessimismo, che rallegrarsene.
Michele Coco