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Da Qualesammarco, n. 2 del 1989
Fra agiografia e microstoria locale
L'arciprete copiò: Il pellegrino al Gargano di Marcello Cavaglieri
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Illustrazione presa dal "Pellegrino al Gargano" del 1680
Illustrazione presa dal "Pellegrino al Gargano" del 1680
al suo “Centro residenziale di studi pugliesi” a Siponto, Michele Melillo produce un'opera (per me) inaspettata: la moderna edizione di Marcello Cavaglieri, Il pellegrino al Gargano, uscito nel 1680 e non più ristampato, pare, dopo il 1732 (Lingua e Storia in Puglia, 2 tomi, fascicoli 29-30, 31-32 1985, 1986).
La ragione di simile impresa la spiegano gli stessi curatori, M. Melillo e P. Piemontese: “... dare uno sguardo alle vicende culturali e linguistiche, che, allo spegnersi del Seicento, caratterizzavano il Gargano...”. E questo fanno le quasi ottanta pagine di commenti, note e indici apposte all'opera.
Il domenicano Marcello Cavaglieri (1649-1705), bergamasco, al seguito del suo protettore cardinale Orsini arcivescovo di Manfredonia e futuro Benedetto XIII, fu vicario generale di quella archidiocesi dal 1675 al 1680.
Seguendo l'Orsini a Cesena in quest'ultimo anno, lasciava alla Capitanata un'opera devozionale che è anche un ampio inventario relativo al culto dell’arcangelo Michele: dalle apparizioni sul Gargano ai miracoli, ai pellegrinaggi di papi imperatori e santi nei secoli. Non senza aspirazioni letterarie: egli interpola al testo sei sonetti di propria mano - rime votive, testimonianza di mera abilità versificatoria.
Ma l’erudito secentesco non poteva immaginare che un secolo e mezzo più tardi sarebbe stato oggetto di un singolare plagio nella microstoria religiosa del Gargano. Ai primi dell’Ottocento, infatti, la sua opera venne “a caso” vista da un Francesco Paolo Spagnoli, arciprete di San Marco in Lamis, il quale, trovandola “tediosa per il modo di scrivere di quei tempi”, ritenne “convenevol cosa formarne un ristretto in dodici Capitoli diviso”.
E così fece, disinvoltamente, senza meglio definire la fonte, che chiama “un antico manoscritto”, dando alle stampe un Ragguaglio dell'insigne e venerabile santuario dell'Arcangelo S. Michele nel monte Gargano datato Napoli 1827. E dovette essere un locale best-seller, se ebbe ulteriori edizioni nel 1846, 1858 e 1873. E anonimo, in tutti i sensi, questo Ragguaglio; e non ho spazio, qui, per illustrare l’attribuzione all’arciprete sammarchese. Ma una qualche resipiscenza portava il rifacitore - come vedo nella edizione 1846 - a menzionare in extremis, all'ultima pagina, il Cavaglieri e il suo Pellegrino, senza peraltro riconoscerlo come fonte.
In effetti, l'arciprete manipola con perizia (gli anglosassoni chiamerebbero la sua operetta un abridgment); segue l'originale da vicino, ma lo sfoltisce della secentesca oratoria e di lunghe apostrofi devozionali. Ecco un tratto dell'originaria leggenda. Il Cavaglieri: “Teso l’arco vibra il dardo addosso del Toro: Ma (odi prodigio!) la saetta scoccata rivelò indietro da mezza strada, e ferì nel petto il saettante Cavaliere”. Lo Spagnoli: “Teso l'arco, vibra il dardo contra del Toro; ma la saetta scoccata, rivolta indietro da mezza strada ferì nel petto il saettante Cavaliere”.
Non so se l'arciprete Spagnoli avesse letto i codici degli “Atti dell'apparizione” da cui il Cavaglieri trasse il suo racconto. Li conosceva bene, invece, il dotto sacerdote di Monte Sant'Angelo Francesco Falcone, che nel 1888 pubblicava certe sue Ricerche storico-critiche sull'Apparizione di S. Michele Arcangelo in monte Gargano col proposito di sceverare la storia dell'apparizione da elementi non credibili. E in tale opera “critica” non risparmiava il buon Cavaglieri, che a suo dire fu ampolleso e favoloso (“ampliò... strabocchevolmente gli Atti e confuse peggio gli avvenimenti del Gargano”, p. 12), allo stesso modo in cui si scagliava contro “gli avversari della fede” che negano l'apparizione, e l’esistenza stessa degli angeli (leggi Gregorovius, laico pellegrino al Gargano nel 1874).
Questi sono ottocenteschi fatti locali in margine a grandi rnitologie. Ma mettendo l’accento sull’amplificazione e la favolosità, involontariamente il Falcone accentuava certo carattere del Cavaglieri che può legarne l’opera alla sensibilità moderna. Infatti, la massa di elementi accumulativi la trasforma in un vero e proprio repertorio dell’immaginario collettivo garganico, in cui convivono leggenda, simboli e archetipi. Vedi la comparsa del “dragone” (p. 58), avversario dell’angelo e della gente - è quasi ovvio il richiamo al poemetto dialettale novecentesco Lu trajone del garganico Borazio; oppure tratti popolareggianti, come l’empirica etimologia del toponimo “Pulsano” da “polso sano” (p. 180).
Al di fuori di interessi specialistici e agiografici, sembra essere tale la suggestione di lettura, oggi, del Pellegrino al Gargano.
Cosma Siani