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Da Qualesammarco, n. 2 del 1989
Capire il brigantaggio per capire il meridionalismo
Colloquio con Franco Molfese

Una cartina del Regno delle Due Sicilie
Una cartina del Regno delle Due Sicilie
In occasione dell'inaugurazione della mostra sul Brigantaggio in Capitanata allestita presso il “Circolo Borazio” di S. Marco in Lamis e curata con il solito impegno e la solita passione dal prof. Tommaso Nardella (il quale ha curato anche il relativo catalogo dal titolo La Capitanata tra reazione e brigantaggio, 1860-1864, pres. di A. Motta, promosso dal CRSEC FGIZ7 e stampato da Leone di Foggia), si è tenuta nell'aula consiliare di S. Marco un incontro-dibattito col prof. Franco Molfese, illustre conoscitore del brigantaggio post-unitario.
Qualesammarco non ha voluto lasciarsi sfuggire l'occasione: ecco cosa ci ha detto l’illustre studioso, parlando di brigantaggio e ... non.
- Il brigantaggio è stato la risposta che il Sud ha dato 130 anni fa alla questione agraria. È stato anche una rivoluzione contadina?
“Non direi che sia stata una rivoluzione; è stata una protesta per una mancata rivoluzione o per una mancata riforma agraria, per essere più precisi. Siccome i governi unitari, invece di attuare la spartizione dei terreni demaniali che erano molto desiderati dai contadini meridionali, passarono alla via repressiva, finirono col favorire la borghesia agraria e i contadini protestarono in questa forma”.
- Oggi lo scenario della questione meridionale passa attraverso forti contraddizioni. Governi che emanano leggi a suon di miliardi (ultima la 64/86) e un territorio che solo per un terzo è ancora fuori del sottosviluppo ed ha un reddito pro-capite pari solo al 60% di quello del Nord. Colpa dei governi o degli enti locali?
Una vecchia illustrazione
Una vecchia illustrazione
“Su questo terreno non vorrei entrare, perché è un terreno di attualità politica, mentre i miei interessi sono stati rivolti alla crisi dell’unificazione. Però vorrei dire questo: studiamo ed abbiamo sempre interesse per la storia del brigantaggio succeduto all'unificazione, proprio perché il trattamento inflitto in generale al Mezzogiorno in quell'epoca costituisce l’avvio a tutta una politica di discriminazione che nei decenni successivi poi verrà chiarita dalla questione meridionale, anche se non sarà risolta, pur nel mutamento profondo di tanti problemi, di tante questioni”.
- Disoccupazione, criminalità, malgoverno, partitocrazia. Cosa possono fare contro tutto questo una politica della programmazione e la partecipazione democratica?
“Qui dovrei ripetere quello che ho detto prima, però penso che la grande questione sia quella di intendersi sulla parola democrazia. In sostanza se veramente significa potere del popolo, c'è la possibilità di risolvere tante cose, se è solamente limitata alle forme istituzionali o giuridiche o parlamentari poco si potrà risolvere di tutto questo, così almeno io la penso”.
- Scienza e storia (cioè consapevolezza storica, storicità), scienza e cultura come possono intervenire oggi per tentare la saldatura tra maturazione civile, autonomia democratica e programmazione economica?
“Questo è un grosso ed ampio tema. Francamente, permettetemi di non dare una risposta in così poche frasi. lo penso che l’occasione che ci ha riuniti qui, cioè quella di approfondire meglio gli aspetti contraddittori, complessi e difficili del brigantaggio, costituisca un grosso apporto in favore della corrente democratica del meridionalismo, perché c’è un meridionalismo retrivo oramai patetico, c'è un meridionalismo conservatore oramai consegnato alla storia della cultura e c'è un meridionalismo democratico che, invece, continua nella sua azione, e approfondire il brigantaggio, cioè le radici di questo meridionalismo, secondo me, contribuisce anche a dare maggiore validità alle posizioni meridionalistiche democratiche”.
- Chi sono oggi i nuovi briganti?
“È difficile dirlo. Secondo me, i nuovi briganti non sono i briganti di una volta, perché i briganti di una volta, abbiamo detto, erano fondamentalmente i contadini senza terra, i braccianti, i salariati che protestando contro l'oppressione e la miseria hanno impugnato anche le armi e si sono battuti per quello che hanno potuto senza consapevolezza, senza direzione, pagando di persona sanguinosamente.
Oggi non credo che ci siano situazioni di questo tipo, ci saranno metodi che possiamo definire briganteschi, ma non più i briganti di una volta. E una cosa completamente diversa, anche il livello a cui avviene tutto questo".
- Un’opinione sulla mostra, sull’operazione culturale che è stata fatta qui a S. Marco con questa mostra.
“Sto constatando, per esperienza diretta, che in determinate zone del Mezzogiorno dove il brigantaggio fu più forte, più virulento, anche dal punto di vista militare, c'è un risorgere di interesse che si manifesta in convegni, mostre, dibattiti a cui ho partecipato anche personalmente e, quindi, questo mi conferma nell’opinione che capire bene che cosa fu la repressione del brigantaggio contadino dopo l’Unità costituisce un buon avvio per la comprensione di tutta la linea meridionalistica successiva che non è nata negli studi o nella mente di pochi illustri scienziati o studiosi, ma è nata proprio sul terreno della repressione sanguinosa di quello che fu il brigantaggio di centoventi anni fa”.