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Da Qualesammarco, n. 1 del 1988
Il piacere della lettura
I giorni del brigantaggio a S. Marco in Lamis
Secondo appuntamento con “Il piacere della lettura”.

Giuseppe Tardio
Giuseppe Tardio
Proponiamo le pagine più drammatiche del medico Giuseppe Tardio sui tre giorni terribili dell'occupazione brigantesca di S. Marco, dal 2 al 4 giugno 1861.
Giuseppe Tardio, nato a S. Marco in Lamis il 31 marzo 1836, si laurea a Napoli, da dove, per motivi di polizia, è costretto a rientrare a S. Marco dopo un arresto “per i modi di vestire e per la franchezza di esternare pensieri di libertà”. Protagonista della vita sammarchese, ha lasciato intense pagine di diario (la cui pubblicazione sta curando Tommaso Nardella), da cui sono tratte quelle che seguono. Muore il 17 dicembre 1899.
ll brano riportato è tratto da I giorni del brigantaggio a S. Marco in Lamis, Quaderni de “ll Gargano”, Foggia, 1962 (Prefazione di Pasquale Soccio).
Nella sera del 2 giugno festa dello Statuto Nazionale, la prima che si celebrava in tutto il Regno, verso le ore 23 si sente un fuggi fuggi, un serrar di porte, un rumore indefinito come il tuono che precede l”uragano. Che è che non è, spingendo lo sguardo d’intorno si veggono i punti circostanti al paese occupati da briganti a cavallo che minacciano d’invadere l’interno dell’abitato e dall'altra parte una massa d'uomini e donne pieni dello spirito diabolico e d’uccidere e di rubare che, applaudendo alla mossa di quei cavalieri, l’incoraggiano a proseguire la meta cui accennano con segni e grida di: “Viva Francesco II”.
L’entrare in paese e fondersi con essi è tutt'uno. Donde lo spavento nel cuore dei buoni e l’impotenza a resistere di vantaggio.
Mio padre, come uno dei Capitani della Guardia Nazionale, fa testa quanto può con sette soldati (trovandosi gli altri alla custodia de’ furgoni) tre guardie mobili e pochi militi cittadini, ma vistosi abbandonato da tutti e ridottosi alla insignificante forza di 10 armati, stima bene di trincerarsi nella propria casa, seguito dai soldati e dalle tre guardie mobili. La nostra casa viene immediatamente fatta segno de’ briganti ai colpi, dopo aver occupato il corpo di guardia nazionale, sito sotto il palazzo Villani e gli sbocchi delle strade adiacenti, senz'esser menomamente molestati dai proprietari dei luoghi occupati: anzi vi son taluni che li ospitano subito come gente di buon affare e di civili costumi. Tutta la notte dirigono contro i nostri quando loro vien fatto prenderne di mira qualcuno dei colpi di fucile, mentre altri sono intenti a disarmare gli agiati cittadini e requisir danaro e munizioni. Di guisa che al mattino seguente, tutti disarmati di buona o di mala voglia, fraternizzano coi briganti.
Solo la nostra casa l’era rimasta armata ed intatta, non avendosi il coraggio nemmeno di passarvi d'avanti durante la notte e la dimane. Ora con 12 o 13 fucili la potevan durare per due o tre di contro l’intiero popolo?
Mio padre risoluto a non arrendersi, sperava che la forza regolare fosse venuta presto a liberarci dall’imminente pericolo. Difatti rifiutammo le condizioni di resa proposteci da Agostino Nardella,
sembrandoci vergognoso il capitolar coi briganti. Tra i nostri eravi un tal Antonio Scarpa, comunemente chiamato “Mulo Tardio”, perché allevato da mio zio Francesco Paolo Tardio, cui davasi intiera fiducia come a persona di famiglia. Questi ci tradì aprendo di soppiatto la porta della stalla ed introducendo nell’interno del palazzo i briganti capitanati dal detto Nardella. Questo tradimento avveniva nelle ore del mezzodì del giorno 3, allorché mio padre, stanco per la veglia della notte precedente, riposava un poco. Quale non fu la nostra sorpresa nel vederci improvvisamente assaliti da una orda di assassini dal volto truce e minaccioso. Credemmo esser finita per noi la vita, ridotti come ci vedevamo all'impotenza di resistere...
Erano briganti ed i briganti non sogliono essere due volte generosi: e poi si era certi che la loro influenza, quali capi dell'onda vandalica, saria sempre voluta per opporsi ai disegni assassini della maggioranza, sitibonda del nostro sangue? Sicché dovunque ci volgevamo non vedevamo che inevitabile, certa, la triste fine.
Durò questo stadio di vita, che dico? di agonia, tutto il giorno e la notte ancora, mentre dalla parte nemica si era intenti a compiere l'opera di distruzione col saccheggio, con l'incendio e col disarmo.
Dire quanto patimmo in quelle ore sarebbe ardua impresa per chiunque, per me poi impossibile, non reggendo1'animo alla rimembranza del crudele supplizio. Dirò soltanto che il paese in 24 ore era tramutato in una bolgia infernale. All’ordine succeduta l’anarchia, non si sentivano che orribili favelle, non si vedevano che volti truci dagli occhi sanguigni, non si consumavano che azioni inique.
Il Palazzo di Tardio - San Marco in Lamis
Il Palazzo di Tardio - San Marco in Lamis
In tanta baraonda dai buoni cittadini si presentiva il totale esterminio, giusta il disegno stabilito nella lista di prescrizione. La Provvidenza volle che differissero l’eseuzione dell’iniquo progetto al domani. giorno 4. Ciò che salvò il paese, come si dirà più appresso.
Al domani continuava il descritto stato di cose, crescendo nei ribaldi l’ardire, la baldanza di misfare, nei buoni il timore della vita, dell'onore, delle sostanze, quando verso le 7 antimeridiane si sentì battere la generale, chiamandosi il popolo sotto le armi per respingere i bersaglieri che al numero di 200 venivano spediti da Foggia. I bersaglieri si erano avvicinati alle mura circa un tiro di fucile, la massa composta di uomini e donne al numero di più di 4 mila, capitanata da Agostino Nardella, e preceduta a mo' d'avanguardia dai briganti, si slanciò con tanto entusiasmo contro quelli da metterli tosto in fuga. Si apre il combattimento con una viva fucileria, i bersaglieri rinculando sempre, i briganti inseguendo, si caricavano scambievolmente. Durante il combattimento, l’interno dell’abitato rimasto deserto, ci venne fatto l'agio di poter abbandonare la casa e rifugiarci in qualche luogo nascosto.
Noi già non eravamo più in grado di comprendere la situazione, tanta era l’atonia in cui eravamo caduti. Le figlie di don Teodoro Vincitorio e la famiglia di don Michelangelo Pomella fecero le più sollecite premure, questa per riceverci in casa propria, quella per darci un passaggio, onde giungere inosservati al luogo dell’offertoci asilo …
… Circa le 10 antimeridiane sentiamo un rumore di passi e di voci minacciose per la Strada del Ponte, come di una folla agitata da dolore e da spirito di vendetta.
Era il cadavere di Agostino Nardella, colpito da una palla di bersagliere, che veniva portato in trionfo. Gli si fanno dell'esequie al suo grado e nome convenienti, il convoglio funebre scortato dai briganti e preceduti dai preti procede a suon di tamburo scortato per la piazza. Come giungono dirimpetto la chiesa di S. Chiara, una scossa di terremoto si avverte e lo scappa scappa che ne seguì diede luogo ad equivoci che fortunatamente non hanno seguito: i briganti credonsi traditi dal popolo ed i cittadini proscritti credono incominciata la temuta carneficina. Questi equivoci nacquero dacché non fu sentita la scossa dai primi perché presi dall'idea di sterminare, dai secondi perché preoccupati sulla loro sorte; quindi né gli uni né gli altri erano in grado di avvertire qualunque fenomeno. Conosciutasi la causa del parapiglia, i briganti ripresero la salma del loro capo e proseguirono ma i cittadini non si tranquillarono perciò, che la loro fine, se differita, era ugualmente inevitabile. La morte di Agostino fu la vera fortuna del paese perché l’era un capo astuto e sapeva mantenere una certa disciplina nelle sue masnade. E pertanto i briganti, fugati i bersaglieri e fatte l’esequie, si diressero verso Rignano, ove giunti mettono tutto a sacco e gozzovigliano.
Di ritorno da Rignano circa le tre e mezza pomeridiane, mezzo ubriachi, urlando che vogliono vendetta del loro capo Agostino, vanno difilati al nostro palazzo.
Non trovando sopra chi sfogar la loro ira bestiale, bestemmiano, imprecano, rompono, saccheggiano: che se non si portò la totale ruina, fu opera di Nicandro Polignone pregato dalla madre per imporre a quei vandali di desiste re. Continuando a gavazzar tra il saccheggio e il vino ed i succulenti cibi si ubriacano del tutto. A questa provvidenziale circostanza dobbiamo tutti la vita ed il paese la sua salvezza. Imperciocché senza un capo influente, trovandosi in preda esclusivamente dei loro animaleschi istinti, non osservano alcuna disciplina, ognuno agiva per conto proprio, chi briaco fradicio si sdraiava per terra, altri continuavano a bere e bestemmiare, altri ancora non completamente brilli andavano ricattando per le case dei proprietari.
Insomma tutti credendosi in casa propria non curavano di guarentirsi con le necessarie misure contro un probabile attacco. Così, e non altrimenti, si spiega il prodigioso avvenimento sera del 4.
La babelica confusione era giunta al colmo, quando ad una mezz'ora di notte circa si sente una scarica simultanea di fucili.
Noi andammo subito all'idea che l’era quello il segnale della progettata carneficina. Ma quale non fu il nostro stupore, allorché ascoltammo le grida di: Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, con una cadenza regolare fatta e con tuono di voce che indicava non esser del luogo quei che così gridavano. Ciò nonostante per la tema che fosse quello uno stratagemma messo in uso dai briganti per snidare i cittadini che si erano celati, ci mettemmo in guardia e, pria che fossimo usciti dal nascondiglio, mandammo persona di nostra fiducia ad esplorar il terreno. Ritornò poco dopo con la consolante notizia che l'erano soldati i quali, avendo sorpreso il paese senza custodia, lo invasero di botto. Non dando tempo che i nemici si riscuotessero, fecero diversi arresti e fucilazioni, misero in istato di assedio la città, ad ogni sbocco di strada principale situando un soldato in fazione.
Ma lo stato di assedio non fu sì rigoroso da impedire la fuga di malandrini perché la forza era insufficiente per stabilire un cordone militare intorno intorno l'abitato. Finalmente si può respirare, essendo gli amici dell’ordine i padroni della piazza.
Uscimmo dal nascondiglio, prendemmo un po’ di cibo offertoci dalla generosità degli ospiti e ci addormentammo in quella stessa casa, non stimando conveniente rientrare la sera nel nostro palazzo, perché all'oscuro e senz'esser conosciuti potevam esser presi per nemici...
Giuseppe Tardio