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Da Qualesammarco, n. 1 del 1988
Allora è uscita l’emigrazione...
Questa testimonianza di Francesco Guerra è costituita da stralci del racconto orale registrato il 6-5-87, nel quadro della ricerca sull'emigrazione di cui è stata data notizia nel numero “zero” del giornale, nella rubrica “Progetti”.
Sono Francesco Guerra, nato a S. Marco in Lamis il 2 gennaio 1916, di professione muratore.
Adesso racconto la mia storia.
S. Marco è un paese che [...] ci ha dato i natali, ci siamo imparati il mestiere. Un po' di esperienza l'ho avuta anche durante gli anni di guerra [...] Finita la guerra a S. Marco non abbiamo avuto un'ora di lavoro. Per vivere abbiamo sempre emigrato. Negli Abruzzi c'è stata una forte ricostruzione.
S. Giovanni Rotondo ci ha dato pane per parecchi anni. A S. Marco si viveva a strappi, non si poteva pagare la pigione di casa perché il lavoro non era continuato.
Allora è uscita l'emigrazione, chi se ne è andato in Francia, chi in Germania. Io ho avuto la fortuna di andare in America approfittando di una legge come operaio specializzato [...].
Ho da premettere che la vita degli emigranti è la vita più brutta che esista, perché ti trovi in una terra che non sai la lingua: 1) non hai a nessuno che ti guida, 2) dove vai sei tutto buttato fuori, quindi l'inserimento nella vita come lavoro è molto duro e pesante. Ma poi una volta che ti sei abituato e ti hai messo a lavorare, tutto diventa facile. [...] Per me i primi anni sono passati tristi ... molto ... assai per inserirmi. Ma poi quando sono passati 2 o 3 anni che sono riuscito a inserirmi nel mondo del lavoro, a conoscere qualcuno, ho preso il mio mestiere e tutto è filato bene [...]
Eravamo ingaggiati, quindi passata un'ora, due ore, se non rendevi il padrone ti mandava via e una volta che avevi perso il lavoro per ritrovarne un altro bisognava che passavano settimane e settimane di lavoro. Quindi è stata una vita molto travagliata, però in totale ho avuto delle belle combinazioni, soddisfazioni di lavoro [..] bisognava contentarsi di tanti umili lavori. Io sono stato finanche nei ristoranti a lavare i piatti per poter guadagnare un pezzo di pane, per poter pagare l'affitto della casa. Sono andato a lavorare per umili lavori nelle fattorie dove io non ero abituato [...] Il distacco dalla famiglia è la cosa più terribile che esiste, solo chi è che l'ha passato può sapere che dolore si prova. Poi quando si arriva in un posto nuovo per abituarti a quella temperatura d'aria, a quei cibi che sono tutti differenti dai nostri. Quindi non è una cosa facile, è molto, molto travagliato il fatto [...]
Sono partito a marzo del 1966.
Sono arrivato in America che ci stava la neve e per abituarmi a quella temperatura là, basta pensare che il freddo era talmente forte che la saliva se non ti stavi accorto si ghiacciava. E quindi è stato un po' triste [...] ll giorno prima che ci siamo presentati per le operazioni di imbarco [a Napoli, ndr] alla Compagnia, tutte donne [...] vestiti, oro, borsette [..] Poi la sera che ci siamo imbarcati tutti in mutandine, donne, uomini, non si capiva più niente, la prima sera.
La seconda sera non c'era più nessuno, tutti a letto, mi ricordo che eravamo rimasti una squadra tutti muratori. Singles men, uomini senza moglie. E poi abbiamo girato tutta la traversata a mangiare e bere, perché noi non abbiamo subìto mal di mare, noi subivamo solo mal di mangiare. La prima volta che abbiamo visto quei pranzi, ti presentano una bistecca di quel genere, chi la conosceva! [ll viaggio è durato] 9 giorni [sulla motonave] “Cristoforo Colombo”. La partenza da Napoli è stata, è stata la più brutta [...] Ero solo ma c'era mezza Na poli [..] Poi da New York sono andato in Pennsylvania [...]
Là per 4 o 5 mesi non capisci niente, niente, niente. Stai tutto stordito. La lingua, l'aria, il cibo, tu non capisci niente se non passa un po' di tempo [...] A quei tempi pigliavi 100-135 dollari la settimana [...] Lì lavoravamo nei grandi palazzi 70, 80, 10, 20 piani. Io sono stato sempre nei grandi palazzi di New York dove la gente lavora, c'è un traffico non indifferente [...] Noi eravamo per la rifinitura.
C'erano centinaia e centinaia di impiegati che lavoravano, c'era un palazzo che lavora sempre per le riparazioni, erano una settantina di piani e c'era una trentina di ascensori per portare su e giù le persone [...] Io avevo un club dell'Unione mia. Era 2.000 metri.
Ogni mese ci riunivamo in un ristorante e lì ogni tanto si facevano... come si dice... le feste. Si vendeva il biglietto di ingresso, 10 dollari, 15 dollari. Si poteva andare con la famiglia, da solo [...]
Là quando ingaggiavano prendevano gli ultimi 4 numeri, quando non lavoravi mettevano gli ultimi 4 numeri in una macchina ogni venerdì che c'era la richiesta degli operai. C'era una Compagnia che richiedeva 100 o 200 operai.
[...] Ogni venerdì [l'Unione, ndr] ci portava la busta, la busta-paga e nella busta quando l’aprivi 100 dollari e un soldo, trovavi prima il soldo e poi i cento dollari. Là non ruba nessuno [...] La mattina alle 6 sveglia [...] ti dovevi alzare, fare tutti i bisogni, fare il caffè. Alle 7 andavi a prendere il treno che stava a 300 metri da casa mia e ti facevi quell'ora, quell'ora e mezzo o un'ora e un quarto. Arrivavo sempre dopo le 8 [...] La sera si arrivava verso le 5, 5 e mezzo, le 6. Ti dovevi fare da mangiare, ti dovevi pulire la casa, la biancheria, non avevi molto tempo. La sera ti mettevi davanti alla televisione o andavi a trovare qualche amico per trascorrere qualche ora. Bisognava trovare le forze [...].
È stato molto male per il distacco, però ho avuto una grande esperienza. Come uomo, come mestiere, come tutto, ho avuto un'esperienza, è stata bella numare. Ho fatto il mestiere che qua non valeva niente, mentre, mentre là il lavoro, là era ricercato.
Questa è un'esperienza che la devono vivere tutti i giovani di oggi. Guadagnavi e ti pagavano bene. Se ne dovrebbero andare tutti quanti...
(Testimonianza di Francesco Guerra)