Qualesammarco, Nr. Zero, Marzo 1988
C’era una volta
La mietitura
Informatore: Caterina Accadia, anni 72
Quant’è belle a gghj a mète / mo va a magne e mo va arrete”.
Così si cantava prima di iniziare la mietitura. Gli attrezzi principali erano la falce, li cannedde (ditali di canna), lu cappuccie (un cappuccio di suola per l’indice sinistro), lu vraccelarje (il bracciale di stoffa, di cuoio o di pelle animale per il braccio sinistro) e la vandera (una specie di grembiale in “tela di bastimento” per proteggere tutto il corpo).
Si cantava: Mamma mamma, portami in chiesa / avanti al confessore mi voglio confessare.
Appena ci si metteva in cammino si mangiava un pezzo di tarallo o di propato. Arrivati sul posto del raccolto iniziava il lavoro. I mietitori, affiancati a gruppi di quattro da lu lejante (addetto alla legatura), tagliavano li jérmete (manipoli) che raccolti in manocchje (covoni) formavano li acchje (biche). Per trasportare sull’aia il grano tagliato si usavano li ceverre (barre di legno incrociato).
Alle 8 si sostava e si gustava una prima minestra calda.
Si cantava: La padrona vallu pigghje / vallu pigghje lu fiasche.
Finita la raccolta del grano si dava inizio alla pesatura (trebbiatura) che si faceva con l’aiuto di cavalli, muli o asini, singoli o in coppia. Gli animali venivano forniti di paraocchi. Ad essi venivano applicati lu cuddare (il collare), lu capezzone (cavezza), e la ramera (lamiera per sgranare le spighe). Nella ramera si metteva una grossa pietra, tra i 10 e i 15 chili, perché l’attrezzo fosse più aderente al terreno. Con le forche ce vutava, si rivoltava la pesatura, in modo da lavorarla uniformemente. Altri attrezzi necessari erano le pale, li rastedde (i rastrelli), la vìgghjela (una specie di scopaper pulire l’aia).
Alle 11 si addentava un altro pezzo di tarallo o di propato.
Alle 12 si mangiava un’altra minestra calda.
Si cantava: Santa Maria d’ajuste mo’ ce ne veje / chi cagna casa e chi cagna patrone. / Quistu patrone mia non lu cagnarrìa / manche pe ’na borza de denare.
I ragazzi erano adibiti a tenere li panaredde (i panieri) per raccogliere gli escrementi degli animali che avrebbero potuto sporcare il grano. A un certo punto ce arregghiava, si raccoglieva cioè grano e paglia assieme con un pezzo di legno incavato, la marenara. Quindi si passava alla ventilatura per separare il grano dalla pula. Con lu farnarone (crivello metallico sostenuto da tre pali) ce agghjerava, cioe si cerneva del tutto il grano. La paglia veniva accumulata in mete (biche).
Alle 4 scoccava l’ora della mbrennela, cioè merenda a base di formaggio, frittata ecc.
Pulito il grano, lo si misurava con lu muzzette (moggio). Altre misure di capacità erano lu tummele (tomolo, equivalente a due muzzette), lu stuppedde (ottava parte del muzzette) e la mesura (dodicesima parte del muzzette).
La fine della giornata era coronata da una cena calda e abbondante.
...La mamma de Cuncettella la te’ jelosa / e manche a lu muline, la jocchje nera mia, / e manche a lu muline la vo’fa’ ije. /E mo’ che si’ menuta ’na vota sola / mo’ te la facerrìa la farina fina ...