Qualesammarco, Nr. Zero, Marzo 1988
Il brigante Francesco Nigro
Di Raffaele Nigro (Camunia, Milano, 1987, pp. 60-64)
Il piacere della lettura” vuole essere un incontro con un certo tipo di letteratura. Quella letteratura che, senza venir meno al piacere di essere letta, riesce a stimolare un ricordo preciso, una riflessione sopita, un confronto di epoche.
In questo numero ospitiamo un brano dal romanzo I FUOCHI DEL BASENTO dello scrittore lucano Raffaele Nigro, vincitore del “Premio Campiello” 1987. E’ un’opera notevole per impegno artistico, morale e intellettuale. Esso è ambientato tra Puglia, Basilicata e Calabria negli anni tra il 1784 e il 1861. Narra la storia di quattro generazioni di braccianti che si muovono accanto a grandi personaggi storici, quali i re di Napoli, il cardinale Rufio, Murat e Garibaldi.
Francesco Nigro tornò alla masseria di San Nicola ai principi di aprile del 1799 [...] Baciò la madre e ordinò alle figlie di prendersi Raffaele Arcangelo, poi montato con un salto a cavallo afferrò la moglie per la vita. “Vieni” le disse, “dobbiamo parlare” e sistematala di peso sulle sue gambe fece segno agli uomini di attenderlo sull’aia e spronò la bestia.
Concetta Libera non aveva mai cavalcato, e la durezza della sella agli scarti del cavallo quasi le spaccava l’osso sacro. Si aggrappava al marito che padroneggiava la bestia con l’abilità del potatore che vola sulle cime degli alberi come un falchetto. Ma la foga della corsa le impediva di parlare.
“Hai paura'?” chiedeva Francesco.
Silenzio. Alberi e fogliame correvano indemoniati attorno alle sue vesti e il vento si tagliava come un’anguria, forse correvano più veloci dell’Ofanto e più delle stesse rondini. Doveva essere questa sensazione di leggerezza, questo schiaffo d'aria, il frastuono del galoppo, che animavano un brigante, lo spingevano a correre verso l’imprevisto, a non fermarsi.
Per un istante Concetta Libera pensò che è una fortuna nascere maschi e poter decidere per una vita avventurosa, E un poco perdonò il marito. E lo perdonò di più quando giunsero alla collinetta delle ginestre, dove Pietropaolo giaceva insieme ai bisnonni, agli zii, agli avi, a fianco del fiume. Lui si buttò giù da cavallo e, presa Concetta Libera, la sollevò come un bambino per la vita e la depose al suolo. Era forte, imponente, fatto più alto dagli stivali belli e, bello più che mai proprio lui, in quegli abiti ricchi, in quel mantellaccio tenuto al collo da una catenella d’ottone, la barba riccia e sporca di cenere. Tuttavia non smise il tono imbronciato.
“Tutto quello che facciamo si deposita ai piedi di Cristo, non si paga subito, si paga nel tempo, alla resa dei conti. Non è a me che devi dare spiegazioni, e alla tua anima avvelenata da chissà quante uccisioni, depredazioni, furti”.
Francesco Nigro si amareggiò. Legò il cavallo a un’albanella e si sedette sul tronco di un pioppo secco. “Ho sofferto molto senza te, senza i ragazzi. E ho viaggiato più di una diligenza. Io ora non combatto per rubare e per farmi ricco, ma per l’emancipazione dei contadini, per affrancarli dalle servitù, dalle decime, dai terraggi. Se dovessi raccontarti quello che ho fatto per la rivoluzione non basterebbe un anno. Ho combattuto persino per l’onore di un santo vescovo che ho conosciuto di persona, mi ha stretto la mano, e ho difeso nobili avvocati e medici scienziati. In queste cose della politica l’anima non c’entra. Si uccide per migliorare il mondo, per il bene della povera gente e Dio giustifica”.
Le raccontò dell’assassinio di monsignor Serrao e della richiesta di aiuti venuta da Potenza, le parlò di don Bindi e di Galiani venuti sul Vulture a dargli onore.
Descrisse la città di Potenza e le parlò di don Addone: “Un uomo sottile, col pungiglione sempre pronto, come una Vespa. Ricchissimo, quanto i Doria”. E questo don Addone era suo alleato, e per punire gli assassini di don Serrao, i bravacci del barone Loffredo, aveva pensato a uno stratagemma, aveva invitato nel suo palazzo, a pranzo, questa gentaglia e poi li aveva fatti ammazzare come porci. Qualcuno l’aveva sgozzato, qualcuno decapitato, qualcuno pugnalato alle spalle. E tutto questo in casa sua, in un palazzo che è tre volte casa Galiani.
“Ma alcuni sgherri di don Loffredo riuscirono a guadagnare la via, corsero a palazzo dal barone e organizzarono la vendetta. Don Addone sarebbe stato perduto se non fosse arrivata la mia banda, se non fossero scesi da Tolve seicento uomini comandati da un prete che ha il coraggio di fra Diavolo in persona, don Oronzo Albanese, fattosi belva da agnello, ferro da piuma. Arrivarono che già avevamo impegnato la truppa di don Francesco Loffredo a Porta Salza. Avanziamo ginocchio a terra con un fuoco di fucileria alternato, prima la fila in ginocchio, poi quella in piedi, per dare tempo ai primi di ricaricare. E poi all’arma bianca. Dicono: melfitani boccaperta. E noi: vi fanno vedere i boccaperta che combinano.
I cornuti di Lavello dicono: vi fanno vedere che polso tengono questi cornuti. Intanto gli aviglianesi ripiantano l’albero della libertà nella piazza dell’Intendenza. E di qua muoviamo tutti insieme verso Oppido, e poi a Irsina e verso altri paesotti di quella zona, combattendo e portando la libertà dappertutto. E in ogni paese ci sono onori per me e per la truppa, paesi poverissimi, dove la gente vive solo di radici, di erbe, e non sa il benessere dell’altra parte della Basilicata dove una patata, qualche legume, un po’ di castagne ogni tanto si assaggiano”.
Tenne nascosti a Concetta Libera i saccheggi, disse del formentone che faceva distribuire e dei bimbi che gli si chiedeva di toccare e benedire, come fosse un Santo, ma non degli eccidi ingiustificati, i nemici sanfedisti fatti chiudere in cantine e in stalle date alle fiamme o delle profanazioni delle chiese. Non le parlò di Ciambrone e Pecorasanta che depredavano gli ori dei santi e delle Madonne, di Tufarello e Vuozzo che impiombavano le donne dei sanfedisti per farsi passare il mal di capo.
“A Oppido ci viene una bella idea. C’è una taverna all’imbocco del paese, con un po’ di posti a dormire e molte mangiatoie per le bestie. Allora portiamo i nobili e i galantuomini, sanfedisti dichiarati, alla taverna, li leghiamo con catene a queste mangiatoie e dentro ci gettiamo paglia, pane e formaggio. E ora mangiate come somari, gli urliamo in testa”.
Concetta Libera non riusciva ad entusiasmarsi. “E chi ti assicura che il re non torna e ti da il benservito?” Ora anche il re avrebbe paura del generalissimo Nigro, la rassicurò il marito; e un re senza soldati, prigioniero di una città lontana, in balia degli inglesi. “La guerra divampa nel regno” concluse. “Ci congiungeremo, scendendo per il Basento, agli insorti delle Calabrie. I municipi si sollevano dovunque, ci mandano emissari. Tempo due mesi e del re e delle servitiù ci sarà solo un ricordo. Allora, sia che resti il governo provvisorio sia che venga Napoleone, si dirà che Francesco Nigro ha combattuto per la libertà e lo manderanno ricco a casa.
Ma oggi io sono venuto per un segreto. Ho raccolto delle sostanze. I libri li ho sistemati in un posto, al sicuro, che nessuno li tocca, e a te ho portato il denaro, perché provveda a comprare una casa in paese, comunque finisca questa tempesta. Ma una casa grande, con due tre piani, che uno lo voglio per i miei figli, uno per noi due e uno, il più alto, dove solo tuo marito può metterci piede, con tanti bei mobili e vetrate, che riempirò di libri, con lanterne e statue di legno, e quando verrà a farmi visita qualcuno tu lo farai entrare in una sala d’attesa, e verrai a chiedermi se posso riceverlo, perché altrimenti gli dirai: il generale é impegnato, sta scrivendo le sue memorie, le memorie di casa Palomba e di casa Nigro, tornate più tardi . “Sei ridicolo” fece Concetta Libera, accostandosi all’acqua, “con tutti questi tuoi sogni. Uno che non sa leggere e scrivere vuole tutti i libri che un prete, che dico, un vescovo, non riesce ad avere”.
Francesco Nigro si accostò alla moglie e la strinse nelle braccia. “I libri sono buoni compagni solo di chi sa leggere. Don Tommaso Bindi mi ha promesso che mi insegnerà, un poco alla settimana, quando ha tempo, appena finisce questo inferno. Ma io l’ho preceduto, sto imparando con padre Fernando, un cappuccino che ha lasciato il convento e vive con noi”.
L’Ofanto scendeva fragoroso, col suo andamento irregolare e torrentizio, la neve sciolta lo aveva arricchito attraverso la Melfia e il Locone. Moglie e marito riuscirono a rappacificarsi. Francesco Nigro la spinse su un manto di equiseti e trifogli, raccolse e sollevò le vesti sul davanti e se ne stettero uniti, carne a carne.