Da 'Repubblica' del 23.12.1999

di Gad Lerner

I risparmiatori lungimiranti che hanno investito sui titoli Internet si godono euforici le plusvalenze della rivoluzione on line che sta sconvolgendo l' economia e i mercati azionari. Grazie a loro Piazza Affari ha clamorosamente snobbato la crisi di governo, considerandola - a torto o a ragione - del tutto ininfluente sulla realtà. Anzi, la politica è diventata 'noiosa, inutile, marginale' a detta dell'economista del Mit, Rudi Dornbusch, intervistato su 'Repubblica' da Elena Polidori:

'L'Euro ha interrotto il legame tra politica ed economia. I ministri finanziari non contano più nulla, e la crisi interessa al massimo la mamma di D'Alema'.

Così parlò l'ex consigliere di Clinton, un estremista della globalizzazione, scettico sulla possibilità che le istituzioni pubbliche possano governare l' avvento della new economy.
In Italia, nel frattempo, gli utenti di Internet sono aumentati del 40% in sei mesi, toccando quota sette milioni, una cifra destinata a raddoppiare. Presto i sociologi dovranno abituarsi a suddividere la popolazione di un paese in cittadini globali, tendenzialmente angolofoni e informatici, e cittadini locali rimasti fuori dalla rete. Si profila di fronte a noi una doppia società di globali e locali intimamente spaccata al suo interno, lacerata da nuove ideologie contrapposte, e dunque si riproporrà anche dentro ogni singolo territorio quella spaccatura planetaria tra paesi ricchi e paesi poveri che di recente ha provocato il fallimento della conferenza di Seattle sul commercio mondiale.
I cittadini globali vivono nel tempo, potendo traversare istantaneamente qualsiasi distanza spaziale; i cittadini locali invece vivono prigionieri dentro uno spazio geografico dominato da entità che sfuggono al loro controllo. Quelli tra noi che stanno inaugurando le proprie caselle di posta elettronica e magari contando i guadagni di Borsa, non si preoccupano certo delle conseguenze travolgenti sulle persone del cambiamento in corso: al massimo faranno attenzione a non inciampare nei numerosi trabocchetti di cui la nuova corsa all'oro web è disseminata. Ma chi avverta la responsabilità di misurarsi con il futuro del Paese, deve porsi una semplice domanda:

in quanti si avvantaggeranno davvero del boom di Internet e della golobalizzazione? E quanti invece ne saranno penalizzati?

I circoli degli aspiranti contestatori globali hanno ormai una diffusione vasta ed eterogenea pure fra noi in Italia, specie dopo che Seattle è stata il palcoscenico di un inedito, straordinario corto circuito tra i vertici delle élites mondiali e i militanti della protesta per una volta sfuggiti al controllo di chi solitamente li tiene a debita distanza. Dopo la conferenza del Wto è come se fra i contestatori fosse cominciato un frenetico passaparola lontano dai riflettori mediatici, sommerso dal fragore del pensiero unico liberista, ma non per questo meno incalzante. La gente non crede ai politici e agli imprenditori che descrivono l'economia mondializzata come il paese del Bengodi e garantiscono a tutti i suoi benefici. Vengono tradotti in fretta e furia, e segnalati su Internet, i libri degli intellettuali ostili alla globalizzazione, da Noam Chomsky a Jurgen Habermas, passando per i polacchi Ryszard Kapuscinski e Zygmunt Bauman, fino ai militanti statunitensi Tim Costello e Jeremy Brecher, senza dimenticare il guru della rivolta: Jeremy Rifkin.

Descrivono un mondo inquietante in cui i nuovi monopoli multinazionali dell'informatica, delle biotecnologie, dell'informazione e degli armamenti schiacciano gli Stati nazionali cui viene delegato solo l'incarico di garantire la sicurezza e la protezione dei cittadini perbene, rinchiudendo i drop out dei ghetti metropolitani in carceri sempre più numerose e popolate.

Nel frattempo oltrepassa i confini francesi il mito contadino di José Bové, nemico giurato della McDonald's mentre quest'ultima compra pagine pubblicitarie su Le Monde in cui sfotte i cowboy americani e garantisce che lei utilizza solo carne di mucche autoctone. Mentre da noi Umberto Bossi cerca invano di capitalizzare a destra le ansie localiste, sull'esempio dell'austriaco Joerg Haider, la sinistra ufficiale ignora del tutto le domande che pure rimbalzano nel passaparola, domande su cui probabilmente si dividerebbe ben più drammaticamente che non su Boselli e Di Pietro.
Capita così che le critiche più esplicite all'ideologia dei globalisti, all'ineluttabilità del mercato mondiale, giungano da fronti inaspettati. Edward Luttwak, il 'falco' della Casa Bianca, non proprio un sessantottino,

sostiene che in verità gli estremisti a Seattle non erano i manifestanti di strada, sindacalisti e ambientalisti, bensì i predicatori del commercio senza barriere seduti al tavolo della conferenza.

Impone dovunque la privatizzazione dei servizi pubblici, anche nei paesi privi di un'autorità antitrust 'dinamica e impavida' come quella statunitense, secondo Luttwak vuol dire solo progettare monopoli privati a spese della comunità. E chissà cosa sarebbe diventata la Microsoft se Bill Gates fosse stato francese, inglese o russo, anziché cittadino di un paese in cui l'antitrust funziona davvero.
Ma è soprattutto il bellissimo libro del sociologo polacco Zygmunt Bauman ('Dentro la globalizzazione', editore Laterza) a consentirci di esaminare le conseguenze sulle persone della rivoluzione in corso, attraverso una serie di domande radicali.
1) Di chi è l'impresa? Il premier francese Lionel Jospin propone di ribellarsi alla 'dittatura dell'azionariato'. Ma intanto la teoria vincente resta quella del famoso razionalizzatore aziendale Albert Dunlap, secondo cui

'l'impresa appartiene alle persone che investono in essa, non ai dipendenti, ai fornitori, e neanche al luogo in cui è situata'.

Qualora gli americani pervenissero al controllo azionario della Fiat, chi potrà impedire loro di chiudere gli stabilimenti torinesi se risultasse più conveniente fabbricare automobili altrove? La volatilità mondiale che caratterizza gli investitori, li sgancia da qualsiasi obbligo sociale nei confronti di un singolo territorio. I nuovi proprietari assenti delle imprese, secondo Bauman, somigliano ai latifondisti di una volta. Ma la politica avrà la forza di vincolare al territorio dell'impresa i suoi azionisti invisibili?
2) Bisognerebbe limitare la circolazione dei capitali, per vincolarli più saldamente al territorio in cui vengono investiti? A dire il vero si tratta di un proposito velleitario e probabilmente anche nocivo per le aree più svantaggiate del pianeta. Ma possiamo rinunciare alla pretesa di governare l'economia solo perché quest'ultima si muove alla velocità dei segnali elettronici mentre la politica si muove a passo di lumaca?
3) Come possiamo giustificare sul piano morale che i capitali, la ricchezza, circolino liberamente senza confini, mentre ciò è precluso a milioni di uomini che pure rivendicano il diritto di inseguirla? I profughi assistiti dall'Onu sono più che decuplicati in vent'anni, ma il passaporto in regola per oltrepassare le frontiere nazionali ce l'hanno solo i cittadini globali.
4) Fino a che punto si può consentire la brevettabilità, cioè la proprietà privata, dei frutti della ricerca biotecnologica? Non corriamo davvero il rischio di creare dei nuovi moloch multinazionali padroni del pianeta?
5) Ha senso imporre per contratto a tutte le nazioni coinvolte nel commercio mondiale regole di tutela sociale minime uguali per tutti? Come è noto la 'clausola sociale' proposta da Clinton è stata rifiutata sdegnosamente dai governi dei paesi poveri, ma nel frattempo il commercio prosegue a senso unico e le disuguaglianze aumentano, così come la piaga del lavoro minorile e del supersfruttamento.
Bauman ci va più pesante contro gli effetti della globalizzazione:

'Derubare intere nazioni delle loro risorse si chiama 'promozione della libertà commerciale'; privare intere famiglie e comunità dei loro mezzi di sostentamento si chiama 'taglio all'occupazione' se non 'razionalizzazione'. Nessuno dei due tipi di azione è mai stato elencato tra i comportamenti criminosi o comunque punibili'.

Riconoscere l'ineluttabilità della nuova integrazione economica mondiale, e anche i suoi vantaggi potenziali, non ci esime però dall' obbligo di rispondere alle drammatiche obiezioni di cui si rendono interpreti sempre più numerosi intellettuali.
Perché se l'ibridazione culturale cosmopolita vissuta dall'élite dei cittadini globali è certamente un'esperienza creativa, non lo è affatto la cancellazione delle culture locali e il frantumarsi dei legami comunitari di cui sono vittime gli altri. Senza andare troppo lontano: hai voglia a spiegare ai valligiani bergamaschi parlanti solo in dialetto che 'multiculturale è bello...'.
Esultiamo dunque per i guadagni in Borsa del popolo di Internet, ma

stiamo attenti perché forse stiamo costruendo senza accorgercene una società più ingiusta, contro la quale già si odono nuovi mormorii di rivolta.

Chissà se l'Asinello e i Ds, tra una rissa e l'altra, troveranno il tempo di misurarsi con queste domande nei congressi del gennaio duemila. O se invece dovremo rassegnarci alla definitiva caduta della sovranità politica, mentre il consumismo natalizio accelera l'invasione dei nuovi totem high tech nelle nostre case.