'Repubblica' del 19.01.2000

di Hans Magnus Enzensberger

Quando Gutenberg creò le sue lettere mobili, non pensava affatto alla distribuzione massiccia di materiale pubblicitario, e neppure ai giornali scandalistici. Voleva soltanto stampare una bella Bibbia. Sembra che quando Bell ebbe l'idea del telefono, pensasse a come risolvere il problema dei deboli d'udito; e Etienne-Jules Marey sviluppò la sua camera per esaminare le sequenze dei movimenti degli animali; la sua mente era lontanissima da Hollywood.
I nuovi media sono costantemente alla ricerca di bisogni ancora sconosciuti. Quello che colpisce nei loro pionieri è una curiosa forma di autonomia. Quando inventano qualcosa, costruttori di modelli, ingegneri e programmatori sembrano interessati esclusivamente alle caratteristiche dei loro giocattoli.
L'eventuale utilizzatore per loro non è altro che un ignorante importuno. I fratelli massoni della tecnologia, analogamente ai medici, si sono creati un gergo, una lingua segreta, per garantirsi il dominio del loro sapere. Del resto, già i tipografi avevano istituito veri e propri riti di iniziazione; e i tecnici dell'alta fedeltà si sono sempre dimostrati fieri dell'ermetismo dei manuali in cui si descrivono le caratteristiche dei loro prodotti.
Ma il primato dell'autoreferenzialità è stato incontestabilmente raggiunto dagli informatici e dagli ingegneri del software.
Mentre in passato i media erano ancora più o meno accessibili (dato che chi conosce l'alfabeto può maneggiare qualsiasi libro) il grado di astrazione delle nuove invenzioni è aumentato a un punto tale da rendere ormai impossibile la trasmissione delle loro applicazioni per via sensoriale. I sistemi operativi degli attuali computer sono inaccessibili a un utente normale, e neppure i tecnici addetti alla manutenzione hanno una formazione sufficiente in campo matematico per poter comprendere ciò che fanno. (...)
Quanto all'utente, non solo è completamente estraneo ai congegni su cui si fonda il sistema, ma è confrontato oltre tutto con una complessità che non tiene minimamente conto delle sue esigenze. E si vede offrire prestazioni delle quali può far uso soltanto in minima parte, descritte in manuali che sembrano opera di marziani.
La ricerca di possibili applicazioni dei mezzi oggi disponibili, che aumentano con ritmo esponenziale, assume talora forme grottesche. Il menu elettronico sostituirà il cameriere, il frigo multimediale farà la spesa automaticamente, la sedicente "casa intelligente" provvederà alla regolazione acustica e così via. Un' industria che si assoggetta alle fantasie dei suoi ingegneri obbedisce da un lato alla legge dell'accelerazione frenetica, ma dall'altro deve subire i più impensati episodi di paralisi. Gli indizi di quest'inerzia strutturale sono visibili nel soggiorno di qualsiasi appartamento. Chi vuole ascoltare musica deve costruire torri composte da sintonizzatori, amplificatori, box, lettori di CD e registratori dei più diversi formati.
Anche il televisore partorisce sempre nuovi cuccioli; ha bisogno di vari videoregistratori, decoder, ricevitori satellitari ecc. Telefoni, fax, segretarie telefoniche ingombrano le scrivanie; il computer esige a sua volta una famiglia di aggeggi: stampanti, modem, scanner e via dicendo; e per ogni componente c'è da studiare un manuale di 100 pagine. Lo stato del cosiddetto settore multimediale si può desumere dall'intrico dei cavi sui quali inciampa la donna delle pulizie. Della fusione, tecnicamente possibile, dei media elettronici nella realtà non si parla neppure.
Se i fabbricanti di automobili avessero preteso che prima di mettersi al volante i loro clienti seguissero corsi specializzati sulla dinamica degli scontri, tenuti in un assurdo tecno-ostrogoto, non saremmo mai arrivati all'ingorgo permanente delle nostre strade. I media digitali sono così poco 'amichevoli' nei confronti dell'utente da escludere dal loro uso due terzi della popolazione. Ci si chiede invano quale possa essere il significato economico di questo sabotaggio.
Obiezioni di questo tipo non possono però mettere in discussione il potenziale futuro dei media; esse dimostrano soltanto che la loro appropriazione comporta un processo lungo e irto di ostacoli. Come è avvenuto anche nelle fasi precedenti della loro storia, ci vorrà molto tempo per scoprire quando e a che cosa il nuovo può servire, e quando non serve a nulla. In questo senso, fanno bene sperare i ragazzini dodicenni, che per lo più non degnano neppure di uno sguardo gli inservibili manuali, ma si mettono a trafficare per proprio conto per scoprire a cosa possa servire tutta quella nuovissima ferraglia.

'Perciò qui fonderemo una città /E le daremo nome Mahagonny/ Che vuol dire: città delle reti./ Sarà come una rete/ Tesa per acchiappare/ Gli uccelli mangerecci./ Dovunque c'è fatica e lavoro/ Mentre noi qui ce la spassiamo. /Perché la voluttà degli uomini/ E' non soffrire/ E permettersi di tutto./ E' questo il succo dell' oro'.

L'ambigua anticipazione di questo testo del 1929 assume oggi un significato che l'autore stesso non poteva conoscere. Così come è avvenuto per il telegrafo, anche nel caso di Internet i militari e i servizi segreti sono stati i primi a rendersi conto della sua utilità. Poi sono arrivati gli scienziati del CERN di Ginevra che hanno creato, innanzitutto per le proprie esigenze, il world wide web. Da allora lo sviluppo della rete è stato esplosivo.
Anche qui i teorici hanno rincorso la prassi da vicino, né sono mancati i tentativi di superarla. Ma il vero evangelista della rete è il capitale. Mai prima d'ora si era investito, in così breve tempo, tanto denaro in un mezzo di comunicazione. Le imprese della tecnologia di rete, che anno dopo anno riescono a spuntare enormi perdite, sono quotate in borsa a livelli astronomici. Il loro valore di mercato supera quello di molti gruppi industriali multinazionali. Internet passa per essere la Mecca degli investitori. (...)
Si è scritto molto anche sugli effetti sociali dei nuovi media. Ecco ad esempio un testo del 1970, molto citato a suo tempo, che oggi colpisce soprattutto per il suo tono perentorio:

'Nella loro attuale configurazione, apparecchi quali il televisore o la cinepresa, anziché favorire la comunicazione, tendono a ostacolarla, dato che non consentono l'interazione tra emittente e ricevente. (...) Questo stato di cose non è motivato dalla tecnica elettronica, che anzi non conosce alcuna contrapposizione di principio tra emittente e ricevente. (...) La terrificante immagine di George Orwell, di una monolitica industria della coscienza, testimonia di un concetto non dialettico e ormai superato dei media. La possibilità di un controllo totale di questi sistemi da parte di un'istanza centrale appartiene non al futuro, ma al passato. (...) Le quarantene dell'informazione decretate dal fascismo e dallo stalinismo oggi sarebbero possibili soltanto al prezzo di un intenzionale regresso industriale'.

E conclude dicendo:

'I nuovi media sono egualitari per la loro stessa struttura. L'accesso è aperto a tutti, mediante la semplice pressione su alcuni pulsanti. I programmi stessi sono immateriali e riproducibili a volontà'.

Un discorso che poteva essere valido in un'epoca in cui ancora non si parlava di Internet. Ma nel suo tentativo di precedere la prassi dei media, l'autore si è abbandonato a ogni sorta di aspettative che oggi appaiono ingenue. Alla rete immaginaria del futuro si attribuivano - in netto contrasto con i vecchi media - possibilità utopistiche. La sua potenza emancipatrice era fuori discussione per il poeta che in piena aderenza alla teoria marxista, coltivava una fiducia illimitata nel famoso 'sviluppo delle forze produttive': una variante materialistica della triade cristiana di fede, speranza e carità. Oggi, soltanto gli evangelisti del capitalismo digitale sarebbero disposti a giurare su anticipazioni del genere. (...)
Questi pronostici si sono però rivelati esatti su un punto, quello della distinzione tra i media pilotati da un centro e quelli concepiti per una gestione decentrata. Basterà considerare i casi più estremi per comprendere l'importanza politica di questa differenza: da un lato l'editto, il messaggio imperiale che presuppone il rapporto diseguale tra il capo e i sudditi; dall'altro, un rapporto di parità tra i partecipanti, libero da qualsiasi 'discorso autoritario'. In questo senso, la rete è effettivamente un'invenzione utopistica, dato che ha abolito la differenza tra emittente e ricevente. Non esiste più alcuna istanza centrale in grado di controllarla.
Ma i media decentrati non sono una novità storica, e la linea divisoria tra la comunicazione unilaterale e quella reciproca è relativa. Anche chi detiene il comando non può fare a meno di un feedback. Un ottimo esempio della labilità di questa distinzione è offerta da uno dei media più antichi, il denaro. La moneta, come dimostra il simbolo e il ritratto dell'autorità che porta impressi, è innanzitutto soggetta alle disposizioni dell'istanza centrale che l'ha coniata. Ma in seguito prende a circolare, fuori da ogni controllo, tra gli attori del mercato. Anche la Posta, nella fase iniziale della sua esistenza, era esclusivamente al servizio della comunicazione tra signori e privilegiati, finché dopo un lungo tira e molla si riuscì ad imporre il suo uso pubblico. (...) E la prima rete planetaria di comunicazione è nata non più tardi dell'installazione dei primi cavi telefonici transoceanici. (...)
Anche dal lato dell'utente, la globalizzazione sta rivelando molti dei suoi lati negativi. Di fatto, il solipsismo e la dissidenza trionfano su migliaia di home page. Non c'è nicchia, né microambiente, né minoranza che non trovi nel web il proprio domicilio. La pubblicazione, che nell' era di Gutenberg rimaneva un privilegio di pochi, assurge al grado di diritto umano elettronico, secondo il motto: samisdat per tutti. Così si spiega la paura che la rete ha ispirato ai manovratori di società dittatoriali quali l'Iran o la Cina.
Ma Internet è anche l'eldorado dei criminali, intriganti, millantatori, terroristi, sobillatori, neonazisti e squilibrati. Qui, tutte le sette e tutti i culti trovano modo di starsene comodamente fianco a fianco. Finalmente, redentori e satanisti possono trovare modo di raccordarsi. Nessuno può meravigliarsi se in questi gruppi sparsi sull'intero pianeta covi la paranoia, e che le teorie della cospirazione fioriscano e prosperino tra i loro innumerevoli indirizzi. Dal momento che non esiste un centro, ciascuno può presumere, come il ragno nella sua rete, di trovarsi al centro del mondo. In breve, il mezzo di comunicazione interattivo non è né una maledizione, né una benedizione, ma riflette semplicemente lo stato mentale dei suoi partecipanti.
Sulle potenzialità intellettuali dei media digitali, le valutazioni non possono che essere provvisorie; e anche qui il giudizio potrebbe risultare ambiguo. A ogni meraviglia che hanno da offrirci corrisponde infatti una perdita fatale. Lo si nota già nella formula più corrente di autocelebrazione: 'la comunicazione è tutto', o in definizioni quali 'la società del sapere e dell'informazione', che non a caso omettono di specificare di che cosa esattamente si tratta. Di comprensione? Di pubblicità? Di puri e semplici dati? Di bla bla bla? Il discorso è inconsistente. Naturalmente, si potrebbe anche sostenere che l'informazione possa essere definita, secondo la teoria di Shannon, come entropia di una grandezza che si realizza in n eventi a un grado di probabilità pari a pi ...pn; ma Dio sa che questa definizione non ha davvero nulla a che fare con ciò che cerchiamo quando vogliamo sapere qualcosa.
La confusione tra dati nudi e crudi e informazione dotata di significato dà vita a curiose chimere. Un esempio relativamente innocuo è quello delle enciclopedie. Ci sono buone ragioni per sostenere che quanto più un'enciclopedia è recente, tanto più è ricca, ma anche inservibile. Il motivo sta nel fatto che le nozioni offerte si suddividono sempre più in voci che sempre più tendono a contrarsi, finché ogni definizione si riduce a pochissimi bit. Al posto del rinvio subentra il link, che attraverso il mouse invita a cliccare all' infinito alla ricerca di un contesto. Al confronto, la vecchia Enciclopedia Britannica del 1911 è un vero miracolo di forza esplicativa. In quei volumi, ad esempio alle voci 'Electricity', 'Song' o 'Anarchysm', si possono leggere trattazioni lunghe e al tempo stesso concise, redatte da esperti di prim'ordine, che forniscono - nei limiti delle conoscenze di allora - tutte le notizie desiderate. Mentre i nuovi media hanno da offrire soltanto detriti, frammenti di dati.
Altrettanto problematica è la quantità stessa del materiale che la rete rende accessibile - ammesso che si tratti di informazioni utilizzabili (un'ipotesi ardita, date le inimmaginabili dimensioni della montagna di sfasciume elettronico). Naturalmente, anche la spesso deplorata alluvione informativa non è cosa nuova. La maggior parte di noi soffre da tempo non per difetto, ma per eccesso di input. L'unica contromisura potrebbe essere una tecnica ecologica di dribblaggio, alla quale si dovrebbe allenarsi fin dalle elementari.
Naturalmente, anche i gestori delle reti hanno individuato il problema e hanno quindi sviluppato motori di ricerca sempre più differenziati. Ormai sono tanti che si ha bisogno di meta- motori di ricerca per trovare il filtro giusto. Tutto questo però non può cambiare il fatto che grazie all'evoluzione disponiamo, oggi come ieri, di un motore di ricerca impareggiabile: il migliore di tutti è ancora il nostro cervello. Un altro punto cardine è l'accesso generale e illimitato alla rete, che rappresenta senza alcun dubbio uno dei suoi grandi pregi. . (...)
Anche l'illimitata capacità di memorizzazione della rete informatica presenta i suoi lati negativi. Il ritmo frenetico dell'innovazione dei media ha infatti la conseguenza di ridurre sempre più il tempo di dimezzamento del loro valore. I National Archives di Washington non sono più in grado di leggere le registrazioni elettroniche degli Anni '60 e '70, perché le macchine in grado di farlo sono estinte da tempo. E gli specialisti capaci di convertire quei dati ai formati attuali sono rari e costosi. Di conseguenza, gran parte di quel materiale deve essere considerato irrecuperabile. Evidentemente, i nuovi media dispongono soltanto di una memoria a breve termine, tecnicamente limitata. A tutt'oggi, non si è ancora preso atto delle implicazioni culturali di questa realtà. Presumibilmente, la conseguenza sarà che

riusciremo a ricordare sempre più cose per un tempo sempre più breve.

Come è noto, la lotta di classe ha conosciuto giorni migliori. Per il prossimo futuro ha vinto il capitalismo, digitale o meno. Non per questo gli antichi conflitti sono placati; ma esplodono capillarmente, come se proprio i salariati avessero deciso di adottare l'imperativo neoliberista della privatizzazione. Potremmo parlare di lotte di classe molecolari, combattute su ogni possibile piattaforma secondaria.
A ciò si aggiunge un'ulteriore complicazione. Già da parecchio tempo, al posto dei conflitti economici di redistribuzione sono subentrati meccanismi culturali di esclusione di tipo nuovo. Finora, il capitale culturale era distribuito in maniera analoga alla stratificazione delle classi economiche. La borghesia si riservava l'alta cultura e quel patrimonio formativo che ne consolidava l'egemonia; la piccola borghesia investiva nella formazione dei propri discendenti, per migliorare le loro opportunità di ascesa; gli operai specializzati conquistavano le qualifiche in grado di garantire i loro posti di lavoro, e chi non aveva appreso nulla doveva accontentarsi del minimo di sussistenza culturale. Ma questa ripartizione stratificata appartiene ormai al passato. Chi non conosce uomini d'affari analfabeti e tassisti istruiti? La cultura - o ciò che passa per esserlo - non corrisponde più affatto ai livelli di reddito o al tenore di vita. Si può dire che si siano costituite, in senso trasversale alle fasce economiche, nuove classi in relazione all'informazione, per le cui prospettive future non si può più fare riferimento a denominatori semplici. Inoltre, il regime oggi al potere ha adottato un nuovissimo catalogo delle virtù, che ha vanificato tutti i passati codici dell'etica. Si premiano caratteristiche e comportamenti che un tempo erano considerati quanto meno sospetti. La più importante delle virtù cardinali oggi è la flessibilità, immediatamente seguita dalla capacità di imporsi, dalla mobilità e dalla disponibilità ad apprendere rapidamente e per tutta la durata della vita. Chi non riesce a tenere il passo è condannato all' esclusione.
La correlazione con l'attuale stato della tecnologia dei media salta agli occhi. A livello ipotetico, si potrebbe desumere da questi accenni una nuova struttura sociologica. Si esita tuttavia a parlare di un'analisi delle classi, data la forte disomogeneità dei gruppi che si delineano. Peraltro, non si può comunque più parlare di coscienza di classe nel senso tradizionale del termine. Abbiamo a che fare piuttosto con differenziazioni funzionali. Perciò cercherò di caratterizzarle con simboli che si avvicinano al mondo delle fiabe. Il quadro che ne risulta è più o meno il seguente: la sommità delle società digitali è riservata ai camaleonti. Il tipo in questione assomiglia a quello che alcuni decenni fa David Riesman definiva 'teleguidato'; solo che non si tratta di personaggi passivi, portati ad adeguarsi, bensì di veri drogati del lavoro, estremamente dinamici. Una condizione essenziale del loro successo è quella di non avere nulla a che fare con la produzione materiale. A questa categoria appartengono gli agenti, i sensali, gli intermediari, gli avvocati, i consulenti, gli addetti ai media, gli intrattenitori, i manager della scienza, della finanza e dell'informazione. Non trattano hardware, ma solo software puro.
Questa forma di esistenza trova la sua espressione più astratta nelle società finanziarie, i cui prodotti sono puramente virtuali. Ma anche nell'industria informatica, nelle telecomunicazioni e in altri settori affini, già da molto tempo non conta più l'apparecchio concreto e tangibile, bensì il know how. Brillanti naturalisti lasciano l'università per fondare imprese e trasformare in brevetti il loro sapere.
Ciò che tutte queste attività hanno in comune è l'appartenenza a una sfera un tempo definita sovrastrutturale. I suoi profitti sono saliti a livelli che l'industria tradizionale può soltanto sognare. La classe dei camaleonti oggi in ascesa ha sviluppato anche i suoi meccanismi di reclutamento. Chi ha talento e presenta le caratteristiche richieste, oggi non si dedica più alla politica né all'insegnamento, ma all'imprenditoria nel campo del software.
Una seconda categoria con buone probabilità di sopravvivenza è il porcospino. La sua caratteristica è per l'appunto la mancanza di flessibilità. Alligna nel guscio delle istituzioni, che offre tuttora un sicuro rifugio ai sedentari. La categoria dei funzionari degli organismi locali, nazionali e internazionali delle amministrazioni, dei partiti, delle associazioni, dei sindacati, delle varie Camere e Casse di tutti i tipi - in una parola: la tanto deprecata burocrazia, si è rivelata a tutt'oggi resistente a tutte le trasformazioni del mondo del lavoro. La richiesta di regolamentazioni aumenta inevitabilmente con la crescente complessità. Non è quindi il caso di preoccuparsi del futuro del nutrito esercito che si dedica a questo tipo di compiti.
Al contrario, il numero di tutti gli altri detentori di un posto di lavoro è probabilmente destinato ad assottigliarsi ulteriormente. Il loro simbolo potrebbe essere il castoro. I settori classici della produttività si contraggono grazie all'automazione, alla razionalizzazione e alla delocalizzazione nei paesi a più bassi salari. Nel settore agricolo, questo processo è ormai talmente avanzato che l'intero settore può essere mantenuto in vita soltanto grazie a massicce sovvenzioni.
La quarta categoria potrebbe essere definita una sottoclasse, se questo concetto non risultasse troppo generico. Non è possibile trovare un animale simbolico che la rappresenti, per la semplice ragione che in natura non esistono specie superflue. Si tratta infatti di gente che non trova posto nel catalogo delle virtù del capitalismo digitale, e di conseguenza risulta del tutto inutile nella sua ottica. Senza alcun dubbio, la fascia dei superflui rappresenta a livello mondiale la stragrande maggioranza, e anche nei paesi ricchi è in continuo aumento. In questo vasto esercito vi sono certo anche i volontari: persone che hanno fatto una scelta consapevole, sottraendosi alla pressione di una società dominata dalla produttività e dalla ricerca del successo. Si tratta però di un'opzione possibile solo per pochi, che presuppone l'esistenza di uno stato sociale ancora intatto, nonché una sana fiducia in se stessi. Esistono sicuramente i virtuosi dell'autoesclusione, che trovano modo di sopravvivere nelle più diverse pieghe e nicchie del regime capitalistico; e sarebbe ridicolo pretendere di giudicarli sulla misura di un'etica del lavoro che non ha ormai più valore, se non altro data la mancanza di impieghi sicuri.
Normalmente, la sorte di chi è stato dichiarato superfluo è tutt'altro che invidiabile. La maggior parte dei disoccupati, dei richiedenti asilo, dei non qualificati e delle donne sole con figli a carico - e l'elenco potrebbe continuare - trovano, nel migliore dei casi, posti di lavoro precari e mal pagati, oppure cercano di sbarcare il lunario con il lavoro nero o la prostituzione, quando non approdano nella criminalità. Il capitalismo digitale - per attenerci a questo termine - non può che inasprire queste tendenze, poiché gran parte della popolazione semplicemente non è all'altezza delle sue esigenze. Ciò non dipende soltanto dagli sbarramenti che impediscono l'accesso (non tutti riescono a frequentare la Harvard Business School o il MIT) ma consegue dal teorema gaussiano della distribuzione normale. Nei paesi del cosiddetto terzo mondo (ma il secondo dov'è rimasto?) non si può comunque nemmeno pensare all'integrazione della maggioranza nel ciclo economico globale. E le conseguenze politiche di questo sviluppo sono impossibili da prevedere.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
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