Intervista a Peppino Ortoleva: la creazione culturale nell'epoca della sua riproducibilità telematica
a cura della redazione di MEDIAMENTE - 5 gennaio 1998
Può parlarci della produzione culturale su supporto digitale?
Nell'epoca delle reti, a differenza di quella della stampa, sono cambiate moltissime cose nel modo in cui procede la produzione culturale, nel modo in cui è organizzata, nelle varie fasi che attraversa. All'epoca della stampa avevamo una situazione nella quale esisteva una divisione dei compiti molto netta tra diverse figure: l'autore, l'editore - che era il coordinatore di tutte le altre figure -, lo stampatore, il venditore, il distributore. Oggi abbiamo molti momenti di incrocio e di sovrapposizione reciproca tra queste figure; in molti casi è l'autore stesso che manda la sua opera direttamente in rete, facendo da autore di se stesso, addirittura da venditore di se stesso, se chiede un compenso. Abbiamo situazioni nelle quali il distributore di una certa opera, in realtà, la manipola e fa quasi da coautore con colui da cui l'ha prelevata, processo che pone dei problemi di diritto d'autore, di conflitti nuovi. Per prima cosa, quindi, abbiamo una diversa organizzazione delle fasi. Ma c'è qualcosa di ancora più profondo e più intimo, ed è il fatto che in molti casi la stessa costruzione del prodotto culturale è molto più integrata di quanto non succedesse in passato; sostanzialmente abbiamo dei prodotti molto più costruiti insieme, unitariamente, con il computer o la rete o i software ipertestuali, che fanno quasi da integratori di tante diverse intelligenze che lavorano insieme.
In questo contesto Lei come considera la definizione di "intelligenza collettiva" di Pierre Levy?
La definizione di "intelligenza collettiva" di Pierre Levy mi convince abbastanza poco, perché mi pare che lui abbia colto il fenomeno della progressiva integrazione di diverse figure all'interno del lavoro intellettuale, però idealizzandolo; nella sostanza ne viene fuori una sorta di nuovo intellettuale a molte teste; questo concetto produce, una sorta di fascinazione reale del nostro tempo. E' già dagli anni Sessanta, dai Beatles, che noi abbiamo cominciato a essere affascinati all'idea che i prodotti culturali della nostra epoca venivano costruiti da gruppi e non più da singoli individui; tutto il mito dei grandi gruppi musicali, in fondo, si può ricondurre anche a questo aspetto, e non possiamo negare che in questo processo di fascinazione ci sia qualcosa di idealizzante. L'espressione migliore per descrivere tale processo l'aveva, forse, avuta Orson Welles, tempo prima, quando aveva detto che "lo scrittore lavora con la penna e il pittore lavora con il pennello e il cineasta lavora con l'esercito", perché aveva sottolineato che, per quanto riguarda il cinema, si trattava di un lavoro collettivo, ma dicendo "esercito" ci ricordava che questo lavoro collettivo non era fatto di persone tutte uguali, tutte felici di lavorare insieme ma, piuttosto, che si trattava di un lavoro organizzato con dei ruoli, delle gerarchie e anche, come succede in tutti i buoni eserciti, con dei problemi di conflittualità all'interno. In sostanza, la nuova produzione culturale collettiva, a mio avviso, è un fenomeno di grandissimo interesse e fascino, purché ci ricordiamo che questi collettivi non sono idilliaci, non sono una realtà di sogno, sono, viceversa, una realtà umana, sociale, socializzata, anzi, fortemente rispetto al passato, dove avvengono forme di collaborazione e forme di conflitto, forme di creazione comune e forme, invece, di sterilità, dovute anche alla difficoltà di lavorare insieme.
In questo contesto, però, aumenta il carattere collaborativo dell'opera...
Dovrebbe aumentare; fra l'altro, uno dei problemi più affascinanti e più strani, è che la tecnologia stessa è chiamata a garantire la collaborazione, nel senso che il gruppo collabora anche in quanto il software usato, la rete stessa, che collega tra di loro le diverse postazioni di lavoro, consentono una circolazione fluida delle idee e del lavoro. Però, ripeto: la tecnologia aiuta, ma la chimica del funzionamento di un buon collettivo non è più semplice che non in passato, è anche più complicata proprio perché occorre che ciascuno dei membri del collettivo dia il massimo delle sue capacità, accettando contemporaneamente che il prodotto non sia firmato solo da lui, ma che si tratti di un prodotto unitario e globale. Ciò richiede, per esempio, delle capacità organizzative e delle capacità psicologiche di grande complessità, che forse, per certi versi, ci riportano a delle esperienze passate importanti. Pensiamo che, contrariamente al mito diffuso, la pittura rinascimentale, in realtà, era già un'opera molto più collettiva di quanto si pensi perché il grande pittore medioevale o rinascimentale era un grande organizzatore di lavoro, di botteghe integrate dove parecchie persone lavoravano insieme. Noi, per molto tempo, è come se ci fossimo costretti a dimenticare questo aspetto collaborativo per esaltare il mito individualistico dell'autore, per renderci conto, adesso, che siamo di fronte a un'organizzazione del lavoro collettiva. Nelle botteghe medioevali, ripeto, c'erano delle forme di gerarchia molto forti; questi famosi pittori che tanto amiamo a volte frustavano i loro assistenti. Noi non lo possiamo fare e non lo vogliamo fare, ma non è detto che in situazioni di questo tipo sia così facile lavorare insieme, e, soprattutto, che in situazioni di questo tipo le diverse intelligenze riescano a dare il meglio di se stesse o che, piuttosto, non si inceppino l'una con l'altra. La metafora calcistica che viene in mente a tutti è, naturalmente, la squadra, composta di tantissimi grandi giocatori che non riescono a giocare insieme: si tratta di un fenomeno molto diffuso.
Lei realizza degli ipertesti. Come si costruisce un prodotto multimediale?
Questo è un tema molto affascinante e io credo che siamo ancora agli inizi, stiamo ancora andando a tentoni. McLuhan diceva che la prima fase dell'automobile era la carrozza senza cavalli. Direi che la fase dell'ipertesto sia il cinema o, forse, adirittura la televisione senza Corrado o senza Maurizio Costanzo, oppure l'enciclopedia senza carta; direi che la grande maggioranza degli ipertesti in circolazione siano enciclopedie senza carta. Ma che cosa si vuole raggiungere con un ipertesto? Io credo che l'ipertesto abbia delle potenzialità straordinarie di tipo mentale; il punto, l'elemento più affascinante dell'ipertesto è la capacità di simulare processi associativi che sono simili ai processi della nostra mente. Eisenstein, grande regista russo, sosteneva che il montaggio consisteva nell'associare, proprio come nella mente umana; l'ipertesto è una macchina per combinare infinite possibilità di montaggio. Dunque esso è una macchina potenzialmente molto simile alla mente umana, con una capacità di stimolo straordinaria, purché sia costruita secondo queste sue potenzialità. E' successo che per molto tempo - e tuttora succede -, costruire un ipertesto significava, per esempio, partire da una sceneggiatura; ma una sceneggiatura è, esattamente, un concetto cinematografico o televisivo che con l'ipertesto ha abbastanza poco a che fare; si rischia di realizzare una sceneggiatura senza telecamera oppure di costruire con lo story-board uno spot pubblicitario senza pubblicità. Quello che sto cercando di dire è che, in sostanza, noi siamo ancora nella fase in cui si costruisce un ipertesto per analogia con vecchie forme di costruzione intellettuale. Se devo dire come io penso che dovrebbe avvenire la costruzione dell'ipertesto, le due metafore più forti che mi vengono in mente sono apparentemente molto contradittorie tra loro: una è quella del saggio; un ipertesto può avere la forma del saggio nel senso migliore del termine, quello della grande tradizione saggistica che nasce con Montaigne. Il saggio che cos'è? E' una costruzione di pensiero molto soggettiva, ma che deve essere condivisa dai lettori. E l'ipertesto può essere questa operazione, dichiaratamente molto di parte, ma che offre grandi possibilità di movimento mentale a chi lo segue. L'altra possibilità interessante della costruzione di un ipertesto è quella di tipo musicale; in fondo un ipertesto è anche un tema con variazioni e quindi è possibile pensarlo quasi come una grande partitura in cui sono possibili una serie di collegamenti tra i diversi temi della partitura stessa. Al di là delle metafore, che possono più o meno funzionare, un ipertesto si costruisce, a mio avviso, fondamentalmente avendo delle idee; si tratta di un progetto conoscitivo complesso, articolato e strutturato al suo interno e che cerca di porsi dal punto di vista di un lettore curioso e intelligente, che, a partire dalle nostre idee, può sviluppare le proprie.
Quali sono gli elementi di novità di un ipertesto?
Io credo che nella tradizione occidentale, dalla stampa in avanti, ci siano essenzialmente tre modelli di organizzazione del messaggio; il primo è quello classico del testo. La caratteristica fondamentale del testo - il libro, e dopo il libro l'opera musicale e, ancora, il film -, è lo sviluppo della storia con un inizio e una fine ben distinti, con un ordine interno che è sempre uguale a se stesso, e ha una sua coerenza nel tempo; l'Odissea è sempre la stessa da ventisette secoli, ormai. In questa prospettiva l'ipertesto non è niente di tutto questo, perché esso ha un inizio, nel senso che noi entriamo nell'ipertesto, ma, viceversa, non ha una fine predeterminata; la fine è quella che scegliamo noi sulla base del tempo che abbiamo a disposizione, come quando spegniamo il televisore, o anche semplicemente sulla base del fatto che il percorso conoscitivo che ci interessava ci sembra di averlo compiuto tutto. Ciò significa che l'ipertesto non è uguale a se stesso, lo è solo oggettivamente; quello che è contenuto dentro il Cd Rom o in rete è sempre lo stesso, ma nella nostra esperienza di lettori l'ipertesto è soggettivamente diverso; inoltre esso, soprattutto, non ha un ordine prestabilito al proprio interno, ne ha infiniti che possono essere scelti a seconda delle diverse occasioni. Tutti questi elementi dei quali sto parlando rappresentano delle novità abbastanza considerevoli, che trasformano l'ipertesto in un testo che, come la rete telefonica, possiede delle centraline di commutazione al proprio interno. La rete telefonica è un sistema fisso che però può essere attivato lungo direttrici ogni volta differenti. L'ipertesto ha i link che svolgono la stessa funzione: sono come delle centraline telefoniche che collegano i vari punti del testo. Non a caso, la centralina telefonica, il sistema telefonico, è, negli ultimi decenni, la metafora più usata per fare un parallelo fisico con la mente umana. L'ipertesto, in certa misura, trasforma ogni testo in una rete potenzialmente attivabile a livello neuronale. Si dice sempre che l'autore dell'ipertesto, il vero autore dell'ipertesto, sia il lettore; questo non è affatto vero. Il lettore, semplicemente, segue alcune delle strade che l'ipertesto gli permette di percorrere, poi segue mentalmente alcune strade sue. L'ipertesto ha tre autori: uno è l'autore dell'ipertesto propriamente detto, colui che seleziona l'informazione e seleziona anche i link; il secondo è il lettore, che può essere paragonato quasi all'esecutore di un'opera musicale, perché, sostanzialmente, ha un testo di base nel quale seleziona la sua modalità di esecuzione; il terzo autore, che si dimentica troppo spesso, è colui che ha costruito il software ipertestuale che permette tutto questo. Il software è, per certi versi, il vero autore di ogni ipertesto.
Non crede che questa quantità enorme di informazioni che si può offrire al lettore, anziché fornirgli un supporto nella scelta delle stesse, rischi, viceversa, di farlo perdere nei meandri degli ipertesti?
Le risponderò in due modi complementari. Il primo è che il buon ipertesto, in realtà, non solo non è una macchina per distrarre il lettore, ma dovrebbe essere una macchina, in qualche misura, per fargli selezionare l'informazione sulla base delle sue esigenze; e questo succede già in rete. I siti ben "ipertestualizzati" aiutano moltissimo il lettore a trovare l'informazione che a lui serve. Da questo punto di vista l'ipertesto, certo, garantisce moltissima informazione, ma in più dovrebbe fornire delle chiavi di accesso che aiutino il lettore nel percorso che ha scelto. Ciò non toglie che quello che Lei sostiene sia vero, perché, in molti casi, quello che è stato usato di più, finora, dell'ipertesto, prescindendo da una multimedialità spettacolare, un po' televisiva, è proprio il link come piacere in sé: "Oh, quante belle possibilità ho!" Ma è una fase ancora infantile, io credo, dell'ipertesto. In una fase matura i link saranno offerti per aiutare il lettore a selezionare l'informazione che gli interessa e a procedere oltre con la propria intelligenza. Il secondo elemento però, che è profondamente vero, si collega a un tema molto importante quando riflettiamo sulla rete: in una società dell'informazione abbondante, la stessa società dove l'informazione è il bene economico principale - un paradosso ancora irrisolto di questa società (una società dove l'informazione è insieme abbondante e ha valore economico) -, qual è la funzione dei mediatori? Tutte le società attribuiscono funzioni strategiche ai cosiddetti "mediatori"; in questi casi i mediatori sono coloro che dispongono di una serie di informazioni in più rispetto agli altri e consentono all'individuo di accedere al mercato o allo spazio istituzionale di suo interesse, grazie alle informazioni di cui dispone. Oggigiorno noi abbiamo avuto, in una prima fase dello sviluppo della rete, la sensazione che non ci fosse più bisogno di questi mediatori, poiché si poteva accedere direttamente all'informazione che ci interessava, senza alcun bisogno delle loro funzioni. In realtà, la sensazione è che oggi i mediatori siano proprio quelli che ci consentono di accedere all'informazione di cui abbiamo bisogno. Mi spiego: non sono più coloro che si tengono stretta la loro informazione per venderci l'accesso a un bene, ma sono coloro che ci vendono l'accesso all'informazione che serve a noi. Ed è una bella differenza: sono mediatori d'informazione; sono, come dice il francese Bruno Latour, "traduttori" di professione. Oggi tutto il sistema economico in generale, non solo dell'impresa culturale, si sta ristrutturando attorno alla nascita di moltissime nuove figure di traduttore; queste figure di intermediazione sono generalmente gestite da piccoli soggetti, da piccole imprese, e non più da grandissime strutture, le quali a loro volta devono gestire l'informazione al proprio interno con meccanismi molto complessi.
In questo contesto, dunque, cambia il ruolo dell'intellettuale e anche quello dell'insegnante? L'insegnante è un intellettuale, è un intellettuale a cui viene ripetuto continuamente che non lo è, però tale rimane. Al di là dei giochi di parole direi che il ruolo dell'intellettuale in questo contesto è cambiato profondamente e non da oggi, per diversi motivi. Ma per fermarci soltanto al motivo, diciamo, comunicativo, è indubbio che si è avuto prima di tutto una socializzazione ulteriore della funzione dell'intellettuale rispetto all'Ottocento e anche alla prima metà del Novecento, vale a dire una maggiore collettivizzazione del suo lavoro. Ma si è rivelato anche un ulteriore elemento, che io credo rappresenti il processo più importante: cioè per moltissimo tempo l'intellettuale - e questo rispondeva a delle esigenze profonde della nostra cultura -, era considerato un fattore esterno ai meccanismi sociali fondamentali, era un soggetto la cui appartenenza di classe non era chiarissima, era un soggetto che lavorava generalmente per un settore protetto dell'economia - che poteva essere pubblica nella grande maggioranza dei casi, o anche privata, ma sostanzialmente no-profit -, e il fatto stesso di lavorare per il mercato costituiva per questa figura un problema culturale oltre che di identità molto consistente. Oggi questo porsi al di fuori dei processi sociali, che precedentemente costituiva la base del suo potere, presentarsi come colui che osservava il mondo da un punto di vista altro, che già Marx ai suoi tempi aveva messo in discussione nella tesi su Feuerbach, quando sosteneva che: "I filosofi hanno interpretato il mondo. Si tratta di cambiarlo", questo atteggiamento è in crisi profonda, perché oggi l'intellettuale che voglia esercitare fino in fondo la propria funzione, che è anche una funzione di intermediazione nell'universo dell'informazione, deve farsi imprenditore sul mercato, avere conoscenza diretta del mercato e del come esso è organizzato. Ancora lontana è l'ipotesi di una funzione organizzativa del lavoro altrui da parte dell'intellettuale, ma è sempre più importante per la propria funzione prendere coscienza della difficoltà di definire il proprio lavoro in una prospettiva individualistica. Questo significa che sostanzialmente alcune delle caratteristiche fondamentali del lavoro intellettuale nell'ultimo secolo e mezzo, compreso il fatto di dichiarare sempre di lavorare non per i propri interessi, ma per la scienza, per l'arte o per il popolo, queste possibilità cominciano a essere scartate. La categoria dell'intellettuale è divenuta certo più importante di epoche precedenti, e questo ha determinato una maggiore chiarezza sul fronte dei propri interessi. A esempio il problema degli interessi economici e delle caratteristiche organizzative della categoria - problema sul quale gli intellettuali, primo fra tutti Gramsci, già all'inizio del Novecento richiamavano l'attenzione - sta diventando un problema la cui soluzione non è più rinviabile. Gli intellettuali devono dichiarare come intendono agire, anche sul mercato, come intendono organizzarsi e anche come intendono risolvere i problemi di gerarchia e di conflitto, anche sociale, che li riguardano. Una serie di privilegi, dichiarati o meno, sono cauti. A questo punto si tratta di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Non è uno scherzo.
Si può insegnare l'uso delle nuove tecnologie?
Questo è un problema affascinante, poiché l'insegnamento della tecnologia come una materia di tipo scolastico è un fatto relativamente nuovo nella nostra cultura. Per lunghi anni si è insegnato a parlare, a scrivere, ma non si sono insegnate le tecniche. Queste ultime si imparavano soprattutto attraverso un contatto visivo, vedendo fare, funzione tuttora presente, a esempio, nell'arte culinaria: si acquisisce poco con la teoria e molto di più con la pratica. Ma è stato vero per quasi tutte le tecniche; è solo dall'Ottocento, dalla Rivoluzione industriale in poi, che si è cominciato a insegnare le tecniche con le scuole, coi politecnici, poiché il linguaggio scientifico della fisica, della chimica, consentiva di formalizzare il sapere tecnico che prima era un sapere tipicamente artigianale. Per quanto riguarda le nuove tecnologie il problema è ancora diverso, in primo luogo perché, in molti casi, si tratta di tecnologie che si presentano, come si suol dire, come gli "user friendly", come tecnologie facili da usare; in questo caso l'insegnamento viene delegato, come si suol dire, all'interfaccia. La macchina interiorizza, grazie a software sempre più sofisticati, l'apprendimento della tecnologia. Allora, che cosa bisogna insegnare? Non bisogna insegnare tanto l'interfaccia di Netscape, come si è fatto per troppo tempo: si sono svolti corsi di informatica, corsi di Internet, dove poi venivano insegnati dei passaggi assolutamente banali. Quello che bisogna insegnare è, prima di tutto, la capacità di andar dietro all'interfaccia di Netscape per capire il suo funzionamento e la sua logica, perché, altrimenti, saremmo tutti utenti vittime di queste tecnologie. In secondo luogo - e questo ritengo sia l'aspetto più importante - è necessario insegnare la dinamica stessa di queste tecnologie, in modo che ci si possa preparare al cambiamento. Noi abbiamo una situazione in cui ci sono molte tecnologie che è facilissimo imparare a usare, poi tendiamo, però, a legarci a quelle che abbiamo imparato per prime. Io conosco molte persone che hanno imparato a scrivere la prima volta sul computer usando Word 3, e qualunque evoluzione successiva di Word o qualunque programma di scrittura che non sia Word, per loro è irritante; ciò accade perché, nel momento in cui hanno imparato a usare quel programma, queste persone hanno inserito dei piloti automatici nella loro mente che a questo punto non hanno più voglia di cambiare; questa mentalità va superata per la logica stessa del mercato, e soprattutto bisogna cambiare l'atteggiamento verso le stesse tecnologie di "user friendly", nel senso di capire la logica e la dinamica del loro funzionamento, perché in gioco c'è anche un problema di democrazia.
L'uso e la possibilità di accedere alle nuove tecnologie, in fondo, potrebbe allargare la frattura, in futuro, fra i paesi del Nord e quelli del Sud del mondo, ma anche fra generazioni...
Il problema, senza alcun dubbio, esiste, perché le tecnologie, in particolare quelle informatiche, non sono equamente distribuite. Rischiamo, però, di assistere a una sorta di dibattito ripetitivo se da una parte alcuni ci ricordano il dato materiale della scarsa equità nella distribuzione delle tecnologie, e altri, invece, insistono sulla facilità di accesso all'uso delle stesse. Il problema, io credo che sia un poco più complesso e che riguardi, fondamentalmente, non solo e non tanto l'uso immediato di queste tecnologie, quanto il controllo complessivo di rete. Quando dico che c'è un problema di democrazia sulle tecnologie, intendo sostenere che oggi, la scelta di determinate tecniche, addirittura la forma che si dà alle reti, sta diventando uno dei problemi politici fondamentali della società contemporanea, perché, nella sostanza, a seconda della forma che si dà alla rete, si stabilisce qual è il centro e qual è la periferia della società stessa; in futuro, il fatto di essere in una zona ben connessa o meno ben connessa potrà essere veramente un problema fondamentale, così come potrà essere un problema davvero fondamentale quello di avere la possibilità, per esempio, di accesso, oltre che alla rete di telecomunicazione, a una rete di trasporti funzionante, perché la società delle telecomunicazioni, contrariamente all'apparenza, rende maggiore, non minore, il bisogno di trasporto. E in una situazione in cui si dispone di tutte le telecomunicazioni possibili, ma non si possono utilizzare, si è, in realtà, tagliati fuori anche più di prima. Da questo punto di vista qual è il nodo, chi decide la forma della rete? Questo è un problema politico, insisto, fondamentale, che però non viene presentato come problema politico, ma come problema banalmente tecnico. Solo una cittadinanza che può capire che le scelte tecnologiche sono scelte di portata politica è in grado di intervenire in questo complesso dibattito. Per ora non vediamo l'ombra di tale dubbio, interrogativo, in nessun paese.
A questo proposito un altro problema importante è quello della proprietà della rete, perché è estremamente difficile controllare un sistema ormai internazionale.
Anche questo è un problema molto complesso, perché, in realtà, quando la nostra informazione circola su Internet, per esempio, compie, in molti casi, una serie di passaggi che per certi versi sono incontrollati da chiunque se non da macchine. Il nostro messaggio che arriva a New York, può passare su reti di diversi gestori di telecomunicazioni pubblici in diversi paesi, monopolistici o semi-monopolistici, oppure può passare attraverso una serie di segmenti di rete, messi a disposizione da soggetti privati; noi non lo sappiamo neanche e, ripeto, probabilmente non lo sa nessuno se non il computer attraverso cui passa questo routing del messaggio. In questa prospettiva, il problema è che la rete nel suo complesso non ha un proprietario. Finora il problema è stato relativamente minore, perché la rete, in fondo, è stata il lusso che si è concesso il sistema mondiale delle comunicazioni, e che sta concedendo a noi. Nel momento in cui la rete ha un valore commerciale, come ci si organizza? Qui scatta il grande problema: fino a adesso le telecomunicazioni sono state tipicamente un servizio nazionale, con un servizio internazionale costruito al di sopra di esso, sulla base di convenzioni e di accordi tra i diversi servizi nazionali. Ora abbiamo una tendenza completamente diversa: le telecomunicazioni diventano un servizio globale, però i soggetti sono, in gran parte, ancora costruiti lungo frontiere nazionali, secondo logiche nazionali; non è vero che la rete non ha confini; i confini che ha, per ora, non creano problemi, anche perché l'aspetto economico della rete non è fondamentale. Prima o poi queste convenzioni su cui è regolata la rete verranno ridiscusse. Sostanzialmente noi dobbiamo prepararci a una grande trattativa internazionale sulla rete, dove agiranno stati, compagnie nazionali, compagnie totalmente private, e la cittadinanza degli utenti rischia di non agire affatto. Probabilmente, tra un po' di tempo, ci si dovrà porre il problema di quali saranno gli obiettivi fondamentali della rete. Per esempio: sarà meglio avere costi più bassi e una rete più lenta o costi più alti e una rete più efficiente? Che cosa vorrà dire avere un rete più efficiente? Questi saranno problemi politici di un futuro che ormai sta arrivando o, forse, è già arrivato.
La maggioranza dei siti Internet sono in inglese. Non si corre il rischio di vedere dominare la cultura anglosassone?
La cultura anglosassone è già dominante nell'universo delle telecomunicazioni, perché ha il fascino che le deriva dal suo presentarsi come una forma, io oserei dire, di universalismo concreto: siamo tutti americani, tutti quanti siamo uguali in alcune domande di fondo. Negli anni Cinquanta e Sessanta eravamo tutti americani in nome della lavatrice, della Coca Cola, del fatto che gli Stati Uniti promettevano ai loro cittadini - e, indirettamente, ai cittadini del resto del mondo - consumi considerati appetibili da tutti, perché rendevano la vita più veloce, più piacevole; oggi siamo tutti americani in quanto gli Stati Uniti promettono telecomunicazioni e una rete senza capi e senza margini a tutti. In questo senso, l'identità americana è paradossale, perché nella sostanza è un'identità, per certi versi, postnazionale; è come se ci dicessero: se vogliamo essere globali, basta essere come siamo stati noi dall'Ottocento in poi, considerare il mondo una grande frontiera tutta da conquistare. Questa è una forma di presenza culturale americana. Parlare di imperialismo culturale, a proposito di questa presenza culturale americana, mi sembrerebbe improprio, perché c'è un elemento di condivisione di questi ideali, magari mediocre, banale, da parte di quelli che dovrebbero essere i sudditi. Forse su questo la battuta più straordinaria la fece Suharto, eccitato da Marshall McLuhan negli strumenti del comunicare. Suharto, il presidente indonesiano di sinistra, disse agli americani: "In realtà è Hollywood che ci rende rivoluzionari, perché a furia di vedere i frigoriferi e le lavatrici nei film, li vogliamo anche noi". Possiamo dire che, in realtà, la diffusione della cultura americana e della domanda americana di rete, di informazione, nel mondo, non necessariamente va nella direzione di una subalternità agli Stati Uniti, come è stato, ma neanche necessariamente agli Stati Uniti come modello economico. Certo crea delle aspirazioni che sono americane, ma queste aspirazioni possono creare conflitti, in cui gli Stati Uniti, necessariamente, non sono avvantaggiati.
A proposito di conflitti è interessante analizzare il rapporto fra guerra e nuove tecnologie.
Questo è un tema molto poco studiato. Le tecnologie di guerra condividono con le tecnologie di comunicazione un elemento fondamentale: il fatto che servono entrambe più che a agire sulla natura, a agire sugli altri esseri umani, l'una in modo più costruttivo, l'altra in un modo più distruttivo; però, sostanzialmente, sono tecnologie tra gli esseri umani, tecnologie di guerra per distruggere altri esseri umani. Che cosa comporta lo sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione in questo campo? Una delle illusioni ricorrenti da sempre, quando nascono nuove tecnologie di comunicazione, è che metteranno fine alle guerre, perché l'idea, molto idealizzante, è che le guerre nascono dalle incomprensioni, e se si comunica ci si capisce meglio. In realtà, poi, si è scoperto che, in molti casi, se si comunica ci si capisce peggio e soprattutto si capisce di odiarsi, cosa che prima non si capiva. La conflittualità, nell'epoca delle nuove tecnologie di comunicazione, non è diminuita affatto; è, viceversa, aumentata, ma è una conflittualità nuova. La domanda da porsi è: che tipo di conflitti sono finiti e che genere di conflitti sono sorti nella nostra epoca? E che relazione c'è tra questo e le nuove tecnologie? Il conflitto che è finito è il grande conflitto tra le due super potenze. Una delle due non è riuscita a reggere il ritmo dell'altra e è scoppiata; quest'ultima è l'Unione Sovietica. Su questo non ci possono essere dubbi. Tra i motivi dello scoppio dell'Unione Sovietica c'è il fatto che è rimasta indietro nella rivoluzione tecnologica degli anni Settanta, Ottanta, non è riuscita a seguirla, non poteva seguirla solo sul piano strettamente militare e quindi, di fatto, è rimasta tagliata fuori. Ma c'è un altro genere di conflitto, che, invece, sta esplodendo. Normalmente si sostiene che sia il conflitto etnico. Io direi che non è semplicemente un problema di conflitto etnico, anche perché ci siamo resi conto che in molti casi l'etnicità è una mascheratura di conflitti ben più banali. Nella ex Jugoslavia, al di là degli odi, più o meno atavici, tra Serbi, Croati e Musulmani, si è scoperto che c'erano interventi pesantissimi della criminalità organizzata, interessi di gruppi organizzati. In Algeria, ormai, si sta capendo che, dietro il conflitto tra islamici e militari, ci sono conflitti interni tra diversi gruppi di islamici e diversi gruppi di militari, e così via. Io sarò molto brutale su questo punto, la metterò in questi termini: la tendenza attuale delle guerre - ed è una tendenza spaventosa - è che le guerre non hanno più due contendenti, ma progressivamente sempre di più: tre, quattro, cinque o sei contendenti; non si riesce a far pace perché la mediazione rimane tra due contendenti, non tra quattro cinque o che dir si voglia, nel senso che chi si ritiene fregato dalla mediazione fa riscoppiare la guerra, magari sgozzando bambini, come succede regolarmente in Algeria. Che cosa c'è dietro? Dietro c'è, tra l'altro, il fatto che le nuove tecnologie hanno abbassato il costo della partecipazione a un conflitto - il terrorismo è stato solo il segnale di inizio di questo fenomeno-; hanno abbassato il costo della partecipazione a un conflitto in maniera drastica rispetto al passato. Nell'epoca delle tecnologie di guerra classiche si poteva essere solo in due a combattere, perché i costi, non solo economici, della partecipazione al conflitto erano tali che bisognava stare o con l'uno o con l'altro dei due grandi contendenti. Oggi è possibile partecipare a un conflitto in modo significativo, cambiandone l'andamento, anche con risorse molto limitate e, soprattutto, usando attentamente le risorse di comunicazione o facendo saltare con cura le risorse di comunicazione degli altri: per esempio, facendo saltare le reti. Questo significa che andiamo verso una tendenza a conflitti a quattro, cinque contendenti, che è quello che vediamo nel Terzo Mondo e vedremo, a mio avviso, abbastanza presto anche nel "primo" mondo. E questo, di tutti i temi che stiamo trattando oggi, è quello su cui sono più pessimista.
Ci sarà forse anche una guerra fra tutti i paesi che cercheranno di appropriarsi della rete?
L'idea di una appropriazione bellica della rete non la vedo, anche per le caratteristiche tecniche della rete. In qualunque conflitto ci sarà nel futuro prossimo, il black out delle reti fondamentali di comunicazione sarà una delle armi più usate contro i propri avversari. Così come da Napoleone fino alla guerra dei sommergibili della Prima Guerra Mondiale, l'arma fondamentale, per più di un secolo, è stata quella del blocco navale, perché la Marina era la chiave fondamentale dei commerci; oggi notiamo - si è visto in Iraq -, che la prima cosa che fa una potenza per piegare un'altra potenza è cercare di scombinare le sue reti di comunicazione.
Cosa pensa della censura in rete?
Anche la censura in rete è un problema complesso, quindi, cercherò di essere brevissimo. Ci troviamo qui di fronte a due posizioni molto schematiche, contrapposte, una che dice: nessuna censura; l'altra dice: aiuta i bambini. In realtà, il problema è in parte simbolico, in parte reale. In parte simbolico nel senso che, di fronte a un nuovo mezzo di comunicazione, per di più pervasivo e potente, una delle prime reazioni è preoccuparsi delle conseguenze psichiche, morali che potrà determinare. E, tipicamente, in questi casi, si ha paura per le giovani generazioni. Se noi vediamo i report famosi degli anni Venti negli Stati Uniti, su quello che il cinema provocava nei bambini, troviamo esattamente quello che si dice, adesso, sul videogame da una parte e su Internet dall'altra. Secondo questi report il cinema rendeva epilettici i bambini, era un luogo dove venivano adescati da adulti senza scrupoli. Le stesse cose che sentiamo ora di Internet. Quando arriva un nuovo medium c'è una preoccupazione, non incomprensibile, per gli effetti incontrollati che può provocare. La sensoria, naturalmente, è una facile, e corrisponde alla censura. In fondo, l'idea di curare l'alcolismo col proibizionismo, è americana. Il proibizionismo è stata una risposta sbagliata, ma il problema era giusto. In rete circolano messaggi spaventosi, il problema è come combatterli. La censura, a mio avviso, non funziona. Sostenere, viceversa, che tutte le idee devono essere libere, significa riconoscere lo status di idee a cose che sono immondizia pura. Ma non si tratta di censurarle, si tratta di capire se è possibile combattere delle battaglie di idee contro le idee sbagliate. Questo, invece, è ciò a cui stiamo sempre di più rinunciando, perché siamo in una società della permissività più che in una società del dibattito.
Il telelavoro quali effetti sociali può provocare?
Prima di tutto è necessario verificare se solo il telelavoro stia sfondando la barriera tra casa e lavoro. Ricordiamoci, intanto, che la separazione netta tra casa e lavoro è un fenomeno relativamente recente, nel senso che, per molti secoli, sia in ambiente artigiano, sia in ambiente contadino, la distinzione tra vita domestica e vita lavorativa era molto meno rigida di quanto sia diventata in ambiente operaio e impiegatizio. Alcune categorie hanno sempre continuato a mescolare casa e lavoro, e tra queste, ci sono gli intellettuali. Per l'intellettuale, la distinzione tra momento del lavoro e il momento dello svago è molto meno rigida. Già Adorno diceva che l'intellettuale non conosceva vacanze, perché la sua vera vacanza era pensare. Adesso, col telelavoro sta succedendo un nuovo fenomeno di lavoro a domicilio; però valutiamolo nella sua complessità, perché abbiamo forme di vero e proprio lavoro a domicilio, nel senso che - letteralmente - l'officina, la fabbrica viene spostata in un ambiente della casa, della casa della persona che lavora al terminale, separato dal resto dell'abitazione. In questo caso è chiaro che, più che non semplicemente a un'invasione, assistiamo a una riorganizzazione della vita domestica. Molto probabilmente quello che succederà sarà una riorganizzazione della vita domestica, in cui si dovranno introdurre delle barriere, dei filtri; ciò che va contro la tendenza degli ultimi decenni a unificare la vita domestica: gli open space, la fine della separazione netta tra parte giorno e parte notte della casa. La domanda è: il telelavoro cambierà la struttura di un'abitazione? Ricrederà uno spazio-lavoro separato dallo spazio-vita? E lo spazio-lavoro come si difenderà dallo spazio-vita, semplicemente chiudendo delle porte, insonorizzandosi, o magari creando delle barriere invisibili? Sono domande tutte da porsi. Sicuramente il telelavoro entrerà nella vita familiare e sicuramente avrà degli effetti. Ma non credo che si tratterà di effetti tutti e sempre nuovi, perché, in parte, queste strategie sono già state usate per secoli; in parte, forse, ci saranno strategie nuove di organizzazione del tempo e dello spazio domestico.
Ma avremo meno tempo per noi stessi? E nella vita familiare il tempo dedicato al telelavoro sarà rubato al tempo che dedicheremo ai nostri figli?
Ciò dipenderà, io credo, dalle persone, dall'organizzazione e anche dai contratti di lavoro. Ciò che dovremmo chiederci è se il tempo del telelavoro sia necessariamente un tempo reale o possa essere un tempo autorganizzato. Per essere più chiari: il tempo del telefono è il tempo reale, io devo essere al telefono quando il mio interlocutore è con me; il tempo della posta elettronica non è un tempo reale, è un tempo autogestito. Quanto tempo io impiego a scrivere o a leggere un messaggio dipende, in parte, da me e dalla mia abilità; il momento in cui io apro i messaggi è una scelta mia, è un tempo differito, e questo tempo differito non è necessariamente un tempo rubato. Oggi, un telefono che squilla e che ci porta messaggi di lavoro in casa è sicuramente tempo rubato alla famiglia, perché crea automaticamente una sorta di bolla temporale separata in cui io mi debbo inserire. La posta elettronica non è necessariamente così, poiché le modalità di gestione del telelavoro possono dipendere da noi stessi. Un'altro aspetto è la quantità di protezione della privacy che il telelavoratore avrà, e questo dipenderà anche dalla organizzazione collettiva dei telelavoratori. Io so che in alcuni esperimenti di telelavoro i sindacati sono intervenuti anche al fine di difendere lo spazio privato dell'abitazione, per esempio opponendosi all'uso massiccio di videoconferenze e videotelefono in casa. Anche questo è un tema molto interessante: il telelavoro col videotelefono o con la videoconferenza. Questi ultimi sono un elemento di intrusività, anche semplicemente perché richiedono che determinati spazi siano a disposizione "visiva" del mondo, e questo è un aspetto che non riguarda la forma attuale di telelavoro, né la posta elettronica. Anche in questo caso le tecnologie vanno in direzioni contraddittorie: la posta elettronica va in una direzione e il videotelefono o la videoconferenza vanno in direzione opposta. La scelta tra queste tecnologie è un problema politico e sindacale e molto spesso viene presentato come un problema puramente tecnico.
Un elemento interessante della rete sta nella creazione di siti dedicati a momenti spirituali, alle religioni: la Chiesa cattolica ha un sito ufficiale, e esistono pagine aperte da diverse Chiese di tutto il mondo. Crede che la tecnologia possa cambiare la spiritualità per crearne una nuova?
Una domanda del genere richiede due risposte; la prima riguarda le forme di spiritualità o pseudo tali, che nascono direttamente in relazione alla tecnologia; la seconda riguarda, invece, le forme di spiritualità già esistenti, e il rapporto in cui si porranno con la tecnologia. Noi assistiamo a un fenomeno curioso, massiccio, un poco inquietante, che è la spiritualità tecnologica, il cosiddetto "new age". Fenomeno massiccio e significativo di questa spiritualità tecnologica è qualcosa che curiosamente, ma forse non tanto, si è diffuso sotto forma di libro, ed è La Profezia di Celestino, con tutto il suo seguito. La Profezia di Celestino è, a mio avviso, un segnale molto forte di questa nuova forma di spiritualità. Qual è la caratteristica fondamentale di questo libro che lo rende veramente simile, per certi versi, alla nuova cultura tecnologica? Che cosa lega insieme lo sviluppo delle nuove tecnologie e l'emergere della spiritualità New Age? A mio avviso, un primo elemento è una forma, se vogliamo, grezza ma molto attraente, di interattività. La religione è un grande testo col quale posso giocare per inserirlo nella mia vita. Vediamo in modo specifico il caso de La Profezia di Celestino, che è molto interessante. Cosa dice La profezia di Celestino? Dice: "c'è una profezia che tu puoi mettere in moto ogni giorno nella tua vita cogliendo le coincidenze strane che la attraversano". E' diverso dall'oroscopo! L'oroscopo era tipico dell'epoca della stampa, poiché, sostanzialmente, si hanno una serie di testi che si può decidere di applicare o no a se stessi sulla base del segno di appartenenza. Nel caso de La Profezia di Celestino è come se mi venisse dato un kit col quale giocare per contribuire a creare questa sorta di megatesto, che è la vera e propria Profezia di Celestino: una profezia in fieri. Io non sono particolarmente attratto da La profezia di Celestino, che trovo assolutamente puerile, ma non è questo il punto. Trovo questo libro (molto) frutto della nostra epoca, con la presenza dell'elemento ludico e dell'elemento interattivo; in questa prospettiva tutti i testi possono essere costruiti e ricostruiti all'infinito: è caratteristico della cultura new age, di questa forma di spiritualità; la musica new age è una musica, sostanzialmente, che sta superando la tradizione testuale per disperderla nell'ambiente, per disperdere i suoni in un ambiente sempre mutevole, però, in fondo, sempre uguale a se stesso. Il discorso è completamente diverso per la tradizione delle grandi religioni e il loro incontro con le tecnologie. Di fronte all'innovazione tecnologica le grandi religioni hanno due atteggiamenti opposti: un atteggiamento che è più tipico del protestantesimo e l'atteggiamento fondamentalista. La parola fondamentalista adesso è usata a proposito e a sproposito, ma non dobbiamo dimenticarci che il fondamentalismo è nato nell'America degli anni Venti. E la tradizione fondamentalista dice: "restiamo al libro; c'è la radio, c'è la televisione, c'è tutto, ma restiamo al libro". Il libro diventa l'elemento fondamentale della nostra vita. L'applicazione letterale della Bibbia, del Corano, del Vangelo, diventa lo strumento di autodifesa rispetto alla modernizzazione tecnologica. Il paradosso è che poi, sul terreno dei valori, abbiamo la parola di Dio che è intoccabile, intangibile e deve essere applicata alla lettera, e sul piano delle pratiche, in realtà, i fondamentalisti sono spesso i primi a usare le nuove tecnologie. Sono quelli che usano la radio negli anni Venti, che usano la televisione negli anni Cinquanta e che usano Internet già nei primi anni Ottanta, perché, per l'appunto, con questa forza di convinzione che gli deriva dal loro attaccamento alla parola, usano le nuove tecnologie per fare proseliti. L'atteggiamento della Chiesa Cattolica è completamente diverso, essa ha delle denominazioni protestanti fondamentali e di parecchi gruppi anche islamici e ebraici. La Chiesa Cattolica ha la consapevolezza di essere una religione nata in un'epoca diversa e in una cultura diversa, però vuole stare al passo col mondo. E' un atteggiamento molto più prudente, è l'atteggiamento per cui il Papa ha scoperto Bob Dylan trent'anni dopo di noi, è l'atteggiamento per cui la Chiesa Cattolica ha scoperto Internet con dieci anni di ritardo rispetto a altre chiese. Però, nel momento in cui lo fa, tenta il compromesso tra le proprie esigenze tradizionali, le proprie esigenze religiose, e il funzionamento effettivo di queste tecnologie. Sa di essere nel mondo, ma non del mondo, e sa che queste nuove tecnologie sono nel mondo e, quindi, man mano, se ne vuole appropriare. La sua prudenza, la sua lentezza, apparentemente del tutto fuori dai tempi della tecnologia, che è molto più veloce, in realtà, conserva in sé anche una profonda saggezza. Tutto sommato, quando noi pensiamo alle tecnologie, forse, ogni tanto, prendere del tempo per ragionarci sopra è davvero essenziale. Rispetto alle nuove tecnologie abbiamo due tempi che ci vengono detti: quello dell'opposizione alla tecnologia e quello della accettazione della tecnologia, istanze riconducibili ai concetti dell'arresto del tempo e del suo inseguimento. La saggezza dei cattolici di prendere tempo è qualcosa che dovremmo assumere anche noi, anche perché di treni che si perdono, davvero, non ce ne sono tanti.
C'è un sito Internet piuttosto curioso, si tratta di un confessionale on-line. E' stato realizzato non da preti, ma da alcuni studenti universitari i quali considerano questo sito come un momento di riflessione e di meditazione. Può offrirci una Sua interpretazione a proposito di questo fenomeno?
Io penso che sia un gioco. On-line si imitano e si scimmiottano tutte le possibili formule della vita sociale. Nella collana che dirigo insieme con Chiara Ottaviano sta per uscire un libro dal titolo Internet dreams, di Mark Stephick. In Internet dreams un saggio di uno psicanalista interpreta i sogni on-line. Questo con la psicoanalisi non ha nulla a che fare, nel senso che i sogni sono interpretati dallo psicanalista vero, jungiano o freudiano che sia, in contesti strutturati, organizzati, con tempi lunghi e via dicendo. In una rete che consuma e che mette in circolo tutti gli aspetti della vita culturale dell'Occidente, gli aspetti della psicoanalisi, come quelli del confessionale, non potevano mancare, purché sia chiara la dimensione ludica di tutto questo. Io, personalmente, non ho niente contro l'uso di metafore di tutti i generi, non ho niente contro il fatto che in uno stesso luogo si possano incontrare culture traizionalmente separatissime. Le culture vivono di fecondazioni reciproche. Le culture muoiono quando vengono poste delle barriere intorno a loro. La difesa di un patrimonio culturale, di cui si parla adesso, come se fosse una specie in via di estinzione, è un modo di uccidere tutte e due le culture: quella che potrebbe essere fecondata e quella che si vuole difendere. Non sono contrario al fatto che la gente usi i confessionali on-line allo stesso modo in cui altri usano la metafora del lettino dello psicoanalista o altro. Deve essere chiaro che si tratta di un gioco, questo è il punto. Se qualcuno pensa che quel confessionale on-line gli offre un'esperienza totalmente sostitutiva del confessionale, che sia un cattolico o che sia un laico, commette un errore; una persona cattolica commette un errore perché sostituisce qualcosa in cui egli dovrebbe credere fino in fondo con qualcosa in cui crede a metà, una persona laica perché crede a metà in qualcosa in cui non dovrebbe credere, se è coerente con le sue posizioni. Questo del credere a metà, questa fiducia sospesa, fiducia ludica del "ti credo", "non ti credo", è forse il male più profondo e più spirituale della rete, è il continuare a gestire un sistema di relazioni in cui l'impegno apparente è altissimo e le responsabilità non ci sono. Ecco: credo che politicamente questo sia il rischio maggiore intrinseco alla rete.
Ma esistono già delle Chiese che hanno aperto dei siti on-line dove il prete dialoga con i fedeli. Lei non vede un futuro tecnologico dove veramente, alla fine, non andremo più in Chiesa, ma ci confesseremo tramite la rete, avremo l'assoluzione on-line?
Onestamente non credo. E sa perché? Perché in realtà, ognuna di queste esperienze è un'esperienza in più, è un'esperienza diversa. Le potenzialità veramente sostitutive in queste situazioni sono limitatissime. Non si va in Chiesa soltanto per parlare col prete, si va in Chiesa per parlare con gli amici, si va in Chiesa perché c'è un quadro a cui siamo particolarmente affezionati, si va in Chiesa per la passeggiata che ci porta fin lì, dove c'è la pasticceria buona e al ritorno si comprano i pasticcini. Si tratta di esperienze complesse, sociali, personali e anche collettive. Non voglio togliere niente all'aspetto religioso dell'andare in Chiesa, ma voglio ricordare che si tratta di un fenomeno sociale complesso, e i fenomeni sociali, in sé, sono complessi. I fenomeni tecnologici, che sembrano sostituirli, in realtà sono aggiuntivi, magari riducono un aspetto e rinforzano l'altro. Che cosa succederà? Così com'è adesso: quand'è che scriviamo lettere? Non è che non scriviamo più lettere, anzi, le lettere continuano a aumentare, ma scriviamo lettere quando abbiamo da dire qualcosa che non possiamo più dire per telefono. Ci sono delle cose che non si possono dire per telefono e neanche via fax, che si scrivono per lettera. Forse, un certo tipo di dialogo banale, quotidiano con il prete, ci sarà via Internet, ma, poi, nei momenti più solenni ci si confesserà sempre di persona perché si vorrà il contatto personale. E credo che questa sia una regola generale per la rete. La rete, io credo, complessivamente sostituirà alcuni tipi di rapporti e ne incentiverà anche altri.