Cristo tra gli arcangeli Michele e Gabriele, lunetta del Tempietto longobardo di Cividale.
Cristo tra gli arcangeli Michele e Gabriele, lunetta del Tempietto longobardo di Cividale.
Fin dai primi secoli del medioevo un flusso ininterrotto di pellegrini affluì da tutta Europa verso Monte Sant'Angelo, sul Gargano, dimostrando come le vie di pellegrinaggio abbiano saputo far muovere molte persone per l'affermazione del culto del santo cui le stesse si affidavano, diffondendone poi la fama (Nota 86). I longobardi ebbero senza dubbio un ruolo determinante nella diffusione del culto di San Michele, almeno all'interno dei loro confini.
Dopo la fondazione del ducato di Benevento i Longobardi si spinsero più volte sino a Siponto, allora porto bizantino, dove entrarono in contatto con il culto di San Michele.
La guerra, che scoppiò con i bizantini nel 650 e culminò nella vittoria dei longobardi, secondo diversi autori fece divenire San Michele il loro santo protettore. Sovrani longobardi intervennero con lavori di ristrutturazione e ingrandimento del santuario garganico, dove si sono ritrovate numerose iscrizioni altomedievali che fanno riferimento al periodo longobardo.
Il modello garganico fu esportato anche fuori dall'Italia e in particolare in Francia, Spagna, Germania, Paesi Bassi e Inghilterra. Anche per questo molti pellegrini raggiungevano Monte Sant'Angelo lungo un itinerario che dai valichi alpini raggiungeva Pavia, capitale longobarda (o Tortona se dal sud della Francia, o dal Monginevro) e da qui, per raggiungere la Val di Magra e quindi Pontremoli la via più breve era quella di Bobbio, occasione di alta spiritualità per la presenza delle reliquie di un santo di fama europea come Colombano e di un’importante 'spelunca' di San Michele (Nota 87).
Il percorso alto medievale, segue a reticolo gli itinerari longobardi basati sulle vie romane consolari e locali che a loro volta erano basate sugli antichi tracciati degli antichi popoli nomadi.
Durante l'età longobarda sono evidenti i segnali dello sconvolgimento della rete viaria di origine romana. Questo fatto è dovuto alla lunga incuria subita dalle strade nel periodo successivo al crollo dell'impero romano d'occidente (476) ma anche dalla poca attenzione alle bonifiche e al cambiamento climatico, inoltre bisogna tener conto dei nuovi assetti politico-territoriali venutisi a creare con la mancata soggezione da parte dei Longobardi di tutta la penisola. Le varie invasioni e le complesse intersecazioni dei territori longobardi e bizantini, e la compresenza all'interno di questi di territori di gruppi 'nemici' non rese più percorribile per intero i lunghi tratti di tutte le strade romane.
Alcuni studiosi moderni chiamano Via Sacra Langobardorum un percorso di pellegrini che raggiunge Monte Sant’Angelo e attraversa tutta l’Italia dalla Chiusa (Nota 88) in Val di Susa nella zona 'Clausae Longobardorum', (Nota 89) dove è poi stata innalzata la Sacra di San Michele per arrivare poi nella zona di Pavia, capitale longobarda (Nota 90), passando per la Toscana e tramite una via appenninica, passando da Spoleto, si percorrevano le strade dei mercanti che andavano a Aquila e per i tratturi della transumanza si attraversavano i valichi abruzzesi si raggiungeva il santuario garganico oppure si facevano anche le vecchie vie romane per Roma e Benevento.
Bobbio - Abbazia di san Colombano.
Bobbio - Abbazia di san Colombano.
Dall’arrivo nella penisola italiana dei Longobardi (Nota 91), giunti in Italia intorno nel 568, in alcuni anni occuparono il Settentrione e diverse città come Piacenza, Parma, Reggio e Modena furono a lungo contese tra Longobardi e Bizantini. Alla fine del VI secolo il confine tra le aree controllate da questi o da quelli passava un po’ a sud di Parma; nel 643 tuttavia il longobardo Rotari riuscì ad arrivare oltre Modena e si attestò sulla linea del Panaro.
Per potersi spostare dai centri padani del regno ai territori toscani i longobardi non avrebbero potuto percorrere né le vie dell'Appennino tosco-emiliano né la costa tirrenica, almeno fino a quando la Liguria non venne conquistata dai Longobardi. In questa situazione, la maggior parte delle strade che collegavano il centro con il nord della penisola attraverso gli Appennini restarono impraticabili, e fu quindi necessario ricorrere ad alcuni passaggi di montagna.
Il prof. Magistretti (Nota 92) sostiene: In questi ultimi tempi alcuni studiosi hanno affrontato il problema della viabilità della Cisa, affermando che era un percorso 'sicuro' fin dal tempo dei re longobardi e trascurando alcune considerazioni. Infatti, da un lato, la via Francigena viene definita, persuasivamente, la principale via di comunicazione tra Roma e il mondo del Nord dal VIII al XII secolo. L'origine viene fatta risalire all'incirca al VI secolo, quando capitale del regno longobardo era Pavia e quando i collegamenti tra Roma e la Cispadania erano impediti dai bizantini, che controllavano la Cisa, Ravenna con i territori relativi e la costa ligure. Si ricorda nel contempo come i longobardi, per raggiungere i territori di Toscana e centro-sud Italia, dovessero cercare un percorso privo di preoccupazioni, mentre da alcuni autori la via della Cisa viene indicata come un percorso sicuro per i longobardi, non specificando, tuttavia, quando la via della Cisa abbia potuto effettivamente diventare questo percorso sicuro. Non va infatti dimenticato che i bizantini erano in costante guerra con i longobardi ed hanno mantenuto a lungo il controllo della costa ligure e più ancora della zona di crinale della Cisa. Il longobardo re Rotari conquista la Liguria (maritima) solo nel 643: la presa della Cisa si può far risalire ad un periodo ancora successivo (tra il 680 e il 730 essendo le date, per ora, ancora controverse); fino a quando la Cisa rimase in mano ai bizantini era vietato ai longobardi il transito in quel punto dell'Appennino e quindi le loro comunicazioni con i ducati del centro-sud subivano parecchi impedimenti. Quando infatti nel 628, l'abate di Bobbio Bertulfo va a Roma dal Papa, il Monastero non ha ancora fondato la propria rete appenninica di assistenza e il viaggio è tortuoso. Bertulfo non deve farsi vedere dai bizantini, e quindi deve schivare Esarcato e Pentapoli, la Liguria, il sistema montuoso di Monte Bardone e la Lunigiana. L'abate ha ottenuto una scorta dal re longobardo Ariovaldo: passa da Piacenza e Parma, poi devia per Vetto, Castelnuovo nei Monti presso la Pietra di Bismantova e, attraverso il passo di Pradarena, arriva alla fine a Lucca (Nota 93).
Bobbio. Interno della chiesa di san Colombano.
Bobbio. Interno della chiesa di san Colombano.
La domanda, in mancanza di fonti documentarie, da dove passassero i longobardi, prima dell'VIII secolo, per recarsi da Pavia verso il centro-sud e viceversa, e anche i molti pellegrini che pervenivano a Bobbio, ottiene prima un’indicazione evidente guardando una carta geografica della zona appenninica e tracciando una linea da Pontremoli a Pavia: si scopre che la linea attraversa l'Appennino passando nelle zone di Bobbio e di Borgo Val di Taro; una riprova che la fondazione del monastero di Bobbio ebbe anche un significato strategico (Nota 94).
È facile notare come un itinerario da Bobbio a Pontremoli, attraverso la via dei monti, passi da Boccolo Tassi, Bardi, (dove si inserisce nella via dei Monasteri regi) proseguendo poi per Gravago, Borgo Val di Taro, Borgallo, Vignola, Pontremoli, e costituisca la via più breve e sicura per monaci e longobardi soprattutto per le relazioni tra Pavia e la Lunigiana. Tale itinerario non a caso registra, in tutte le località citate, celle o curtes o strutture di ospitalità colombaniane, di varia importanza, attraverso cui si snoda la cosiddetta via degli abati (Nota 95).
Si spiega dunque l'affermazione che 'il percorso transappenninico che si prestava maggiormente a essere usato nella prima età longobarda' era quello 'che da Pavia puntava verso il passo di Monte Penice' e che da Bobbio 'con un tracciato intervallivo metteva in grado di raggiungere la Val di Taro e, per i due passi del Bratello e/o del Borgallo, arrivare in Toscana' (Nota 96).
Ricostruzione virtuale della grotta del Santuario di san Michele a Monte Sant'Angelo - Elaborazione da Marco Trotta, cit.
Ricostruzione virtuale della grotta del Santuario di san Michele a Monte Sant'Angelo - Elaborazione da Marco Trotta, cit.
'Secondo vari studiosi sembrerebbe che i Longobardi abbiano conquistato l'alta Val Taro nel 594, Borgo Val di Taro nel 643, Luni nel 644 (la conquista 'a pelle di leopardo' di re Rotari), mentre i Bizantini avrebbero perso la fortezza della Cisa tra il 680 e il 730 circa (Liutprando regna dal 712 al 744). Fino alla conquista della Cisa, pertanto, i Longobardi, e quindi anche i monaci di Bobbio ed i pellegrini, dovevano passare al di sotto della Cisa, per la più antica e meno faticosa via esistente da Bobbio e cioè attraverso Boccolo Tassi, Bardi, Borgo Val di Taro, passo del Borgallo fino a giungere a Pontremoli, porta della Toscana. L'abbazia di San Moderanno a Berceto, sulla Cisa, viene fondata nell'VIII dal re longobardo Liutprando, mentre il monastero di S. Benedetto di Montelungo (forse fondato da Leodgar), oltre la Cisa verso Pontremoli, è patrocinato da Adelchi, figlio del re longobardo Desiderio nel 772. Si può ritenere che i longobardi, in precedenza, non potessero sentirsi sicuri e che la fondazione e protezione dei monasteri sia avvenuta solo dopo, consolidata, la conquista del passo.
La cronologia e la geografia dei luoghi sembrerebbero dunque confermare l’ipotesi che, almeno inizialmente, i pellegrini diretti al Gargano, visto lo stato di guerra latente esistente tra longobardi e bizantini, fossero obbligati a passare per la via di Bobbio.
L'itinerario descritto, per il tratto Bobbio-Pontremoli, sembra essere stato, dal VI al XI secolo, non solo una via di collegamento per i monaci di Bobbio e per i longobardi, nei loro spostamenti verso la Tuscia e il centro-sud, ma anche una via dì passaggio per pellegrini che, diretti o di ritorno da Roma, passavano per Bobbio per venerare S. Colombano e pregare alla Spelonca di San Michele. Infatti solo dopo che ebbero cacciato i bizantini dall'intero complesso di Monte Bardone Liutprando e Desiderio/Adelchi poterono organizzare, anche sul nuovo itinerario della Cisa, la rete di assistenza e sicurezza dei monasteri, fondando rispettivamente quelli di Berceto e di Montelungo'
(Nota 97).
E’ vero che successivamente, una volta conquistata la Cisa, la via di Monte Bardone divenne la più facile da seguire, anche se più lunga, e divenne preferibile, soprattutto per coloro che andavano a cavallo. Inoltre dopo il XI secolo il monastero di Bobbio, perdendo l'importanza strategica che aveva avuto, iniziò a decadere. Tuttavia la via alternativa dei monti (o francigena di montagna o romea di Bobbio, denominata anche in tempi moderni, allusivamente, via degli abati), ha continuato a mantenere la propria importanza, sia pure in maniera più ridotta, anche successivamente. Lo dimostrano ancora oggi testimonianze e considerazioni ulteriori (Nota 98).
Ricostruzione virtuale del Santuario di san Michele a Monte Sant'Angelo in epoca longobarda - Elaborazione da Marco Trotta, cit.
Ricostruzione virtuale del Santuario di san Michele a Monte Sant'Angelo in epoca longobarda - Elaborazione da Marco Trotta, cit.
C’è chi sostiene che il passo di Monte Bardone, che collegava Parma con Lucca (Nota 99) attraverso la Lunigiana, era un tragitto importante per mettere in comunicazione Pavia, capitale del regno, con la Tuscia (Nota 100). Gli studiosi, tra cui Stopani (Nota 101) e Moretti (Nota 102), sostengono che i longobardi individuarono questa alternativa nella strada che da Borgo San Donnino, l’attuale Fidenza, abbandonava il tracciato della via Emilia (che proseguiva verso la bizantina Bologna) e saliva verso la Cisa (Nota 103), controllata dai longobardi (Nota 104), come attesterebbe il nome stesso di Monte Bardone, per poi scendere lungo la val di Magra verso la Tuscia (Nota 105). Questi studiosi sostengono che lungo questa direttiva i Longobardi, costretti dai Bizantini ad arretrare nella Pianura Padana, potevano mantenere un collegamento tra il regno di Pavia e i ducati meridionali di Spoleto e Benevento, evitando i territori Bizantini a est, l'antica Via Cassia al centro (troppo vicina ai territori dell'Esarcato), e la Via Aurelia a Ovest rischiosa per gli attacchi dal mare e soggetta a continui impaludamenti della Maremma.
Per la viabilità la presenza dei Longobardi sull’Appennino fu così capillare e forte, e così caratterizzante, che quella catena assunse il nome di Mons Langobardorum (testimoniato dalla 'Historia Langobardorum' redatta da Paolo Diacono) un termine, questo, che probabilmente indicava complessivamente la catena appenninica e non solamente, come molti hanno interpretato, il solo punto di passo che fu poi la Cisa (Passo di Monte Bardone) (Nota 106). Questo passo, invece, ebbe la funzione di punto obbligato di attraversamento dell’Appennino dalla Pianura Padana alla Tuscia. Il percorso utilizzò il passo di Monte Bardone, la nuova via, segnata in un’area di strada che univa da sempre l’alta Valle del Taro, l’alta Lunigiana, la Garfagnana e Lucca e che verosimilmente doveva restare in terre longobarde (Nota 107).
Pavia. Chiesa di San Michele Arcangelo.
Pavia. Chiesa di San Michele Arcangelo.
Nell’VIII secolo, la protezione di alcuni nobili longobardi consentì la fondazione di alcune abbazie, tra le quali quella di Berceto, con l’ospizio per viandanti di Montelungo: di conseguenza, sotto il controllo longobardo si poté passare gli Appennini dall’Emilia alla Toscana al Mons Bardonis, cioè al passo della Cisa, e giungere nella Toscana dominata dai Longobardi. Dal momento che il persistente conflitto longobardo-bizantino impediva di transitare per l’Emilia a sud di Modena, si andava creando a partire da Piacenza un nuovo itinerario, allacciato alle strade transpadane a nord del guado piacentino del Po, che consentiva di evitare le antiche viae publicae romane che scendevano verso l’Urbe costeggiando il Tirreno (l’Aurelia e l’Emilia Scauri) o collegandosi attraverso Bologna alla Cassia.
Per potersi spostare dai centri padani del regno ai territori toscani i longobardi non avrebbero potuto percorrere né le vie dell'Appennino tosco-emiliano né la costa tirrenica, almeno fino a quando la Liguria non venne conquistata. Gli studiosi sostengono che individuarono un'alternativa nella strada che da Borgo San Donnino, l’attuale Fidenza, abbandonava il tracciato della via Emilia (che proseguiva verso la bizantina Bologna) e saliva verso la Cisa, controllata dai longobardi (Nota 108), come attesterebbe il nome stesso di Monte Bardone, che all'epoca portava il nome di Mons Langobardorum testimoniato dalla 'Historia Langobardorum' redatta da Paolo Diacono, per poi scendere lungo la val di Magra verso la Tuscia. 'Quadragesimorum tempore per Alpem Bardonis Tusciam (Grimuald) ingressus' (Nota 109). Altri autori sostengono che Montelungo (Nota 110) etimologicamente deriva da Mons Longobardorum.
Tale strada permette ai Longobardi di 'collegare il regno di Pavia con i loro ducati meridionali, attraverso un corridoio interno, al sicuro da eventuali colpi di mano dei bizantini che, almeno inizialmente, avevano mantenuto il controllo del litorale toscano, delle coste liguri (la 'Marittima'), nonché della VI regio (l'Umbria) e degli sbocchi appenninici orientali' (Nota 111). Con la stessa denominazione di Via di Monte Bardone è ricordata anche dal Muratori 'Verum antiquiores Monte Bardonis appellare consuerunt, per quem a Berceto transitus in Tusciam habetur per Ponte Tremulum, nunc Pontremoli' (Nota 112), e nella memoria del viaggio effettuato dall'imperatore Federico I tra il 1153 e il 1168: 'qui modo mutato nomine Mons Bardonis vulgo dicit' (Nota 113).
Lungo questa direttrice i Longobardi, costretti dai Bizantini ad arretrare nella Pianura Padana, potevano mantenere un collegamento tra il regno di Pavia e i ducati meridionali di Spoleto e Benevento, evitando i territori Bizantini ad est, l'antica Via Cassia al centro (troppo vicina ai territori dell'Esarcato), e la Via Aurelia a Ovest rischiosa per gli attacchi dal mare e soggetta a continui impaludamenti della Maremma. Attraverso l’asse del bacino dell’Elsa, che portava sino a Siena, e più a sud nelle valli della Merse e dell’Orcia, si ricongiungevano nei pressi del lago di Bolsena con l’antica via Cassia.
Museo del santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo.
Museo del santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo.
Il prof. Magistretti (Nota 114) sostiene che 'per i pellegrini provenienti da Oltralpe e diretti al Gargano può apparire scontato che, dopo la conquista della Cisa e l'unificazione completa da parte dei Franchi, fosse più facile, specie per chi andava a cavallo, percorrere la pianura del Po e proseguire fino ai piedi della Cisa, scalare il complesso del Monte Bardone e scendere poi a Pontremoli. Tuttavia è indubbio che, per chi andava invece a piedi e giungeva a Pavia, l'intraprendere il crinale emergente del valico del Penice, con l'idea collegata di San Colombano, dell'abbazia di Bobbio e di un sito importante dedicato a San Michele come quello della Spelonca, forniva l'attrattiva di una prima meta più vicina e a portata di mano e poteva indurre a proseguire per Bobbio, seguendo la via dei monti' (Nota 115).
Altri studiosi sostengono che due grandi itinerari percorrevano il territorio lombardo: quello nord-sud, proveniente dalla Germania, attraverso l'Alto Ticino, Milano, diretto a Roma, e quello ovest-est, proveniente dalla Francia, attraverso il Piemonte, Pavia, diretto verso Piacenza, ai porti adriatici o ancora verso Roma. L’abazia di Novacella (Nota 116) fu fin dalla sua fondazione un luogo di ricovero per i pellegrini provenienti dal nord Europa e diretti verso Roma e la Terrasanta, dopo la dura prova dell'attraversamento dei valichi alpini. Il complesso fortificato, al quale si accede tramite un piccolo ponte coperto, è costituito da diversi edifici di diverse epoche e stili differenti. Il più notevole edificio è la cappella di San Michele, detta 'Castello dell'Angelo' (Engelsburg), una rotonda di epoca romanica, rimaneggiata nel coronamento ma sostanzialmente ben conservata.
Edifici di questo tipo erano frequenti sulle rotte dei pellegrinaggi, richiamandosi sia ai grandi edifici romani sia alla rotonda del Santo Sepolcro di Gerusalemme. In questo caso è probabile anche una identificazione col celebre e quasi omonimo importante castel Sant’Angelo di Roma.
Sinai, Monastero di Santa Caterina: Il miracolo di San Michele a Chonae (prima metà del XII secolo).
Sinai, Monastero di Santa Caterina: Il miracolo di San Michele a Chonae (prima metà del XII secolo).
Bisogna ricordarsi che ognuno di questi itinerari non era un'unica strada, ma era un fluire di strade più o meno parallele, che si intrecciavano tra loro soprattutto in corrispondenza dei ponti e dei guadi sui corsi d'acqua o dei passi montani (Nota 117). Lungo i percorsi dei pellegrinaggi, Pavia era un nodo stradale di grande importanza, era capitale del regno d'Italia e vi convergevano le strade dalle Alpi per diramarsi verso est, al porto di Venezia, o lungo la via Emilia scendere verso Roma o ai porti pugliesi, o verso sud, per imboccare la valle Scrivia e puntare su Genova, o a raggiungere la costa tirrenica attraverso la Val Trebbia e Bobbio.
Questi vari percorsi possono essere considerati come un’unica Via Sacra Langobardorum, asse che arrivando dalla Langobardia Maior raggiungeva la Langobardia Minor per raggiungere con una diramazione Benevento e con un’altra diramazione si conclude nel cuore della Montagna Sacra del Gargano, presso la grotta di San Michele.
Nell’Italia meridionale i Longobardi fondarono con il duca Zottone nel 570 il ducato di Benevento e cercarono a più riprese sbocchi sul Tirreno e sull’Adriatico, per impossessarsi delle fertili pianure campane e pugliesi. Siponto e il santuario micaelico garganico era sotto il dominio bizantino. I Longobardi fecero diverse incursioni sul Gargano e secondo moltissimi autori si dovevano sentire particolarmente attratti da Michele, nel quale trovavano attributi e caratteristiche del pagano Wodan, considerato dai popoli germanici dio supremo, dio della guerra, psicopompo, protettore di eroi e guerrieri: quello dell’Arcangelo era, per alcuni aspetti, un culto congeniale alla sensibilità dei Longobardi. Ma secondo altri autori bisognerebbe finire di studiare il rapporto che avevano gli ariani Longobardi con il culto degli angeli e che connessione ebbe la conversione al cattolicesimo e la devozione agli angeli.
Secondo quanto tramanda Paolo Diacono, i Bizantini, attorno al 650, attaccarono il santuario di San Michele. Il longobardo Grimoaldo I, duca di Benevento (647-671), accorso prontamente sul Gargano, respinse l’attacco dei Greci infliggendo loro una grave sconfitta. Questo episodio ebbe una notevole eco tra i Longobardi, la cui storiografia, da Erchemperto alla Chronica s. Benedicti Casinensis, nel IX secolo ha continuato ad esaltare l’evento come frutto della protezione di San Michele; esso segnò ufficialmente l’inizio del legame tra la dinastia longobarda e il culto micaelico. Dopo il 650 la regione garganica fu di fatto assorbita nel ducato di Benevento e rimase politicamente sottomessa prima ai duchi e poi ai principi sin verso la fine del IX secolo.
Pluteo di Teodote con pavoni proveniente dall'oratorio di San Michele alla Pusterla, inizio VIII secolo. Pavia, Musei civici.
Pluteo di Teodote con pavoni proveniente dall'oratorio di San Michele alla Pusterla, inizio VIII secolo. Pavia, Musei civici.
Il territorio della diocesi sipontina, inoltre, su specifica richiesta del vescovo beneventano Barbato, fu posto dal duca Romualdo I (662-687) sotto la giurisdizione della diocesi di Benevento. Gli studiosi pongono la battaglia del 650 come l’avvenimento che ha influito profondamente sulla storia dei rapporti tra Longobardi e culto micaelico. Quando, nel IX secolo, accanto alla data tradizionale del 29 settembre, cominciò a comparire l’8 maggio come dies festus della dedicazione della chiesa micaelica, la storiografia longobarda fece risalire proprio a quel giorno una delle tre apparizioni di Michele e la vittoria di Grimoaldo sui Bizantini, contribuendo a creare una tradizione protratta nei secoli. Grimoaldo volle e seppe sfruttare l’episodio per fini politici: si presentò come protetto dall’Arcangelo, facendo apparire quella vittoria come voluta da lui, e finì col fare del culto micaelico una unione tra gli ariani e i cattolici in modo da superare le divergenze religiose che erano anche economiche e politiche tra i sudditi ariani e cattolici. Con la sua ascesa al trono di Pavia (662), la devozione per l’Arcangelo si incrementò anche tra i Longobardi del nord dove Grimoaldo fece edificare altre chiese dedicate all’Arcangelo Michele.
Le leggi del re longobardo Rachi (Rachis o Ratchis, anno 746) (Nota 118) ci danno indizi certi di nuove turbazioni in Italia, infatti, si prevede di mettere a morte con la confisca dei beni di chiunque, 'senza licenza del Re, ardisse inviare un messo a Roma o a Ravenna, fuori del regno ed anche nel ducato di Spoleto ed a Benevento', i cui ‘Duchi erano divenuti sospetti a quei giorni presso la corte di Pavia’, come anche in Francia, in Baviera ed in Allemagna, ove Rachi temeva di avere nemici in tutti gli aderenti della famiglia di Liutprando. Con questa legge si mise un freno ai cordiali rapporti e al commercio dei popoli Italiani e si sostiene 'che s'abbiano ad esaminare diligentemente in su i confini del regno Longobardo i pellegrini partitisi verso la città'. Certe incomprensioni ci furono anche dopo che Rachi lasciò il comando del regno e andò a farsi monaco a Monte Cassino (Nota 119). Gli storici sostengono che nel periodo medioevale i longobardi stabilirono che il passaggio dei confini poteva avvenire soltanto dalle 'chiuse' (valichi), previo rilascio di un 'signum' da 'epistola regis' per entrare e uscire dal regno dopo accurato interrogatorio. Le chiuse erano vigilate dai 'clausari' sottoposti a un 'Jude' il quale aveva facoltà di concedere un documento detto 'syngraphus', mentre il 'sigillum' dello stesso periodo era concesso ai mercanti inglesi, in seguito ad un accordo tra il sovrano dei Longobardi e il re degli Inglesi-sassoni, attestato in cui l'autorità del paese ospite dotava tutti coloro in entrata nel suo territorio. L'editto longobardo di Rachis stabiliva altresì che nessuno poteva entrare o uscire dal suo dominio senza il 'signum aut epistola regia' con il chiaro scopo di cautelarsi dai fuggitivi, dagli spioni e da coloro che accedevano nel regno con inganno, oppure nei casi in cui malintenzionati tentavano accodarsi ai pellegrini (Nota 120). Stesso trattamento era riservato agli stranieri che imbarcati sulle navi, dovevano raggiungere i posti 'portura legitima'. I pellegrini d'Oltralpe che, alle chiuse di val d'Aosta o di val di Susa, non si fossero muniti di un lasciapassare di origine regia rischiavano, stando alle leggi longobarde, di restare anche due mesi bloccati, in attesa delle relative indagini da parte dei funzionari locali (Nota 121).
Museo devozionale di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo.
Museo devozionale di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo.
I diplomatici e i mercanti nei loro spostamenti da un paese all'altro venivano provvisti di 'lettere o missive di raccomandazione' con funzione di veri e propri attestati di riconoscimento firmati da un personaggio autorevole che era notoriamente conosciuto, erano concessi esclusivamente agli appartenenti della nobiltà e alle classi sociali molto elevate. Questi atti hanno assunto nei secoli diversi nomi con il variare di chi li rilasciava e delle finalità per le quali erano emanate. Queste e altre norme volte a controllare il movimento degli stranieri in Italia e a limitare gli espatri lasciano intendere il timore di rivolte sostenute da altre potenze europee, in particolare da quei Franchi il cui maggiordomo di palazzo, Pipino il Breve (re de facto prima ancora di esserlo de iure dal 751), era figlio adottivo di Liutprando, e dunque potenzialmente ostile all'usurpatore del legittimo successore del grande re al quale, tra l'altro, doveva gran parte della sua legittimazione a regnare.
Nel corpus epigrafico altomedievale longobardo (VII-IX secolo) presente nel santuario garganico 'accanto ad epigrafi ‘di apparato’, dedicatorie e votive, presenta brevi espressioni, semplici antroponimi e una ricca serie di linee, segmenti, nodi, stelle, figure geometriche deformate e diversi simboli, tra i quali prevale il signum crucis, eseguito generalmente in maniera assai semplice. Siamo in presenza di una documentazione ricca e complessa, che si riferisce a pellegrini di alto rango e di bassa estrazione sociale, a uomini e donne, presbiteri, diaconi, monaci e laici, colti e incolti, provenienti dall’Italia. Molto importanti sul piano storico sono due epigrafi, cosiddette ‘di apparato’, nelle quali vengono ricordate alcune iniziative della dinastia longobarda sia di Benevento che di Pavia, miranti a ristrutturare il santuario per adeguarlo alle esigenze dell’accresciuto numero di pellegrini. Una di queste in particolare ricorda esplicitamente il duca Romualdo I (662-687), il quale, ‘spinto dalla devozione, per ringraziamento a Dio e al santo Arcangelo, fece eseguire a proprie spese’ lavori di ristrutturazione all’interno del santuario per rendere più agevole il flusso e deflusso dei pellegrini. Un altro intervento della dinastia longobarda in favore del santuario garganico si deve alla regina Ansa, consorte del re longobardo Desiderio (756-774), la quale, come è scritto nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, adottò alcuni provvedimenti per agevolare il pellegrinaggio a Roma e in Puglia: ‘Ormai sicuro, intraprendi il cammino, chiunque tu sia che, pellegrino dalle terre di Occidente, ti dirigi verso la grandiosa città del venerando Pietro e verso la rupe garganica del venerabile antro. Sicuro per il suo (scil. di Ansa) intervento non avrai da temere né le frecce dei predoni, né il freddo, né le nubi della notte oscura: per te infatti (Ansa) ha fatto approntare spaziosi ricoveri e cibo’. Questo epitaffio testimonia un intervento di evidente impronta evangelica della regina a favore dei pellegrini che si recavano a visitare la tomba di Pietro e la rupe garganica del venerabile antro. Di tale intervento ci sfuggono lo spessore, le modalità e i luoghi precisi. E’ impensabile che l’iniziativa di Ansa abbia riguardato l’intero percorso (ma quale?) o i tanti percorsi che portavano a Roma e sul Gargano. Al di là dell’enfasi del longobardo Paolo Diacono, sembra probabile che l’intervento della regina abbia interessato solo il tratto finale dell’itinerario che portava al santuario garganico e alcuni ambienti dello stesso santuario, dove potrebbe aver fatto costruire ospizi per i pellegrini' (Nota 122). I sovrani longobardi non badavano a spese per creare abbazie regie e molti studi in merito sottolineano come la dislocazione strategica di tali abbazie fosse finalizzata anche al controllo della viabilità di maggior respiro (Nota 123). 'L'idea stessa di donare a un monastero già esistente dei beni oltre il crinale appenninico costringeva i destinatari del dono, operose formichine, a tenere in ordine le strade che servivano per controllare e raccogliere i frutti di tali possedimenti'.
Pittura longobarda a Lagonegro. Affresco dell'VIII secolo.
Pittura longobarda a Lagonegro. Affresco dell'VIII secolo.
Alcuni studiosi vogliono vedere nella conquista longobarda, forse nel 595 ad opera dei longobardi di Benevento, della zona centrale dell’appennino abruzzese un concreto collegamento tra il centro e il sud Italia. La Vallis Regia (Nota 124) si colloca al confine tra i ducati longobardi di Benevento e di Spoleto e il territorio del ducato romano controllato ancora dai bizantini. Questo serviva anche per un sicuro collegamento tra il ducato di Benevento e quello di Spoleto. Gli storici sostengono che in questo contesto, si debbono inserire i monasteri, che diventano presto il principale controllo del territorio, soprattutto in zone di frontiera. Nel Cronichon Volturnense si menziona negli anni 742-751 il monastero benedettino di San Michele Arcangelo di Barrea (terra Sancti Angeli de Barregio). La fondazione del monastero, risalente presumibilmente agli inizi dell'ottavo secolo, era stata promossa dai duchi longobardi di Benevento, con lo scopo di contrastare la fondazione del monastero di San Vincenzo al Volturno sostenuta da Farfa e dal Papato. Il monastero, come molti altri nello stesso periodo, era collocato sul tracciato di una strada antica forse ancora in uso nell’alto medioevo. Sant’Angelo di Barrea fu dotato dai longobardi di estese proprietà e di numerose donazioni e privilegi (Nota 125). Questo monastero e altri abruzzesi coevi sono da mettere in relazione anche alla transumanza, e ai percorsi millenari che le greggi effettuavano per avere pascoli freschi. Anche nei secoli successivi i monasteri abruzzesi avevano dipendenze o monasteri filiani in Capitanata e sul Gargano.
L'Arcangelo San Michele e il diavolo (Tretyakov Gallery, Mosca, Russia)
L'Arcangelo San Michele e il diavolo (Tretyakov Gallery, Mosca, Russia)
C’è chi sostiene che le devastazioni prodotte dalla guerra greco-gotica e l’invasione longobarda, culminata con l’istituzione del ducato di Benevento da parte di Zottone, non incisero sulla rete delle comunicazioni viarie e delle strutture portuali di tradizione romana, che, sebbene in declino, continuavano a incardinare le locali esigenze di traffico e di commercio: la direttrice adriatica sino a Otranto e le strade di adduzione al santuario micaelico furono risparmiate dalle devastazioni conseguenti alle operazioni militari e furono vivacizzate dal transito dei pellegrinaggi. Soprattutto dopo la vittoria sui bizantini nel 650 (raccontata nel secondo episodio dell’Apparitio) i duchi di Benevento Grimoaldo I (647-671) e Romualdo I (662-687), con l’appoggio del vescovo di Benevento, Barbato, tra le iniziative legate alla promozione del culto micaelico, come la sua diffusione nella Longobardia maior e la realizzazione di luoghi di ricovero, resero più sicure le strade di pellegrinaggio in Terrasanta che, in alcuni casi, prevedevano la sosta alla grotta dell’Arcangelo.
Nell’itinerario in Terrasanta del nobile Dauferio nell’817 e, in particolare, quello di Bernardus monachus francus, ricco di dettagli topografici, compiuto tra l’867 e l’870, con due confratelli, Teodemondo del monastero di San Vincenzo al Volturno e Stefano, spagnolo, attraverso i territori del sud Italia sotto la dominazione longobarda e araba in cui il passaggio dei pellegrini era tutelato da un dispositivo della divisio ducatus Beneventani dell’849. Si tratta della comoda via alternativa per raggiungere Benevento rappresentata dall’itinerario Venafro-Alife-Telese-Benevento. Da Benevento, seguendo la direttrice Traiana, i pellegrini Bernardo, Teodemaro e Stefano pervennero prima alla grotta di San Michele sul Gargano, poi a Bari 'civitas Sarracenorum' e, infine, attraverso la Via per compendium, a Taranto, dove s’imbarcarono alla volta di Alessandria per raggiungere la Terrasanta. Dopo la difficile navigazione del viaggio di ritorno da Gerusalemme, i pellegrini, sbarcarono sulle coste salernitane, raggiunsero il Mons Aureus, a Olevano sul Tusciano, dove c’è un’altra grotta dell’Angelo. Il cammino proseguì fino a Roma (Nota 126).
Con la ricostruzione del monastero cassinese da parte dell’abate Petronace (Nota 127) si ebbe una ripresa dei pellegrini in transito perché potevano trovare ospitalità, assistenza e sicurezza, garantita dalle autorità longobarde come viene ricordato dall’epitaffio della regina Ansa, moglie di Desiderio.
Le diverse direttrici dall’VIII secolo furono assistite dalla presenza di diversi monasteri come del ricostruito monastero cassinese, del monastero di San Vincenzo al Volturno (Nota 128) e di un maggior numero di luoghi attrezzati per l’assistenza e il ricovero dei pellegrini.
Dai ritrovamenti delle necropoli presenti nell’esposizione, emerge il carattere guerresco dei Longobardi, la divisione in clan, le sepolture di cavalli e cani, sacrificati per il loro padrone, le offerte alimentari come viatico verso l’aldilà e ci restituiscono raffinati monili e amuleti sia femminili che maschili.
Dai ritrovamenti delle necropoli presenti nell’esposizione, emerge il carattere guerresco dei Longobardi, la  divisione in clan, le sepolture di cavalli e cani, sacrificati per il loro padrone, le offerte alimentari come viatico verso l’aldilà e ci restituiscono raffinati monili e amuleti sia femminili che maschili.
Nei secoli successivi si continuò a utilizzare questo percorso specialmente da chi poteva permettersi il trasporto con animali o in carri oppure carrozze (Nota 129), mentre chi faceva il percorso interamente a piedi preferiva [i] percorsi più brevi della transumanza anche se più aspri e difficoltosi.
L’epopea crociata sostenendo il pellegrinaggio ai luoghi della Terra Santa ne accentua la funzione di terra di transito con la presenza di luoghi di accoglienza e di ricovero per pellegrini.
Una funzione importante lungo l’itinerario meridionale si ebbe con le strutture collegate al monastero di Montecassino, il cui abate Desiderio ne incentivò il pellegrinaggio con la ricostruzione dell’abbazia (1071) e col rinvenimento dei corpi di Benedetto e Scolastica che taluni sostenevano essere stati traslati in Francia dopo la distruzione longobarda di Zottone (577). Con questo ritrovamento si legittima il ruolo di preminenza morale di Montecassino e rilancia di fatto l’importanza di Cassino negli itinerari di pellegrinaggio a lunga distanza. Cassino costituiva, infatti, un punto nodale nel cammino verso Benevento, il Gargano e i porti della Puglia, lungo la direttrice Latina.
La denominazione Via Sacra Langobardorum, che è ormai entrata nella dizione critica moderna, viene sancita con la presenza nel meridione d’Italia e sul Gargano dei Longobardi, che nel corso dei secoli VII e IX secolo, fanno di San Michele il loro santo protettore, ed eleggono il suo santuario a luogo privilegiato e sacro. Del resto, il legame tra i Longobardi e il culto di San Michele è attestato nel santuario garganico da un ricco e consistente corpus di iscrizioni longobarde, che confermano la devozione dei re e duchi longobardi all'Arcangelo Michele. Infatti, i Longobardi favoriscono e incoraggiano i pellegrinaggi al Gargano, rendendo i loro itinerari più confortevoli, e promuovendo il sorgere di alcuni xenodochia. Inoltre, promuovono diversi lavori all'interno del santuario, apportandovi ristrutturazioni e rendendo più idonee le sue fabbriche.
Monte Sant'Angelo: Portale del Santuario di S. Michele.
Monte Sant'Angelo: Portale del Santuario di S. Michele.
L’UNESCO nell’inserire il santuario di San Michele di Monte Sant’Angelo nella 'World Heritage List' con il titolo di The Longobards in Italy, Places of power and worship 568 - 774 A.D. (testimonianze dell’epoca longobarda in Italia, luoghi del potere e della cultura, 568 - 774 aD) (Nota 130), con il n. 1318 (Nota 131). Il riconoscimento del 2011 si è avuto sia per le testimonianze longobarde che principalmente per il fatto che a Monte Sant'Angelo c’era il santuario nazionale longobardo di San Michele, e da qui si ebbe l'origine dei pellegrinaggi dedicati a San Michele (Criterio VI: è molto importante i luoghi dei Longobardi e del loro patrimonio nelle strutture spirituali e culturali nel cristianesimo europeo del Medioevo. I Longobardi hanno notevolmente rafforzato il movimento monastico e hanno contribuito alla creazione di un luogo precursore per i grandi pellegrinaggi, a Monte Sant'Angelo, con la diffusione del culto di San Michele). 'La cultura longobarda sopravvive ancora oggi nella toponomastica, nella lingua e nell’importanza delle loro chiese, come testimonia il pellegrinaggio alla grotta di San Michele. Ciò ha portato alla nascita della Via Sacra Langobardorum. La fede in San Michele Arcangelo è stata trasformata e rafforzata dai Longobardi con la conseguente costruzione di numerose chiese a lui dedicata in tutta Europa' (Nota 132). Il santuario rappresenta il punto più alto e significativo della storia religiosa dei Longobardi sia del Ducato di Benevento che del Regno di Pavia.
La prima richiesta di riconoscere questo itinerario si ebbe dal Ministero italiano per i beni e le attività culturali che in data 1 giugno 2006 avanzò la proposta di inserire nella lista dei beni del patrimonio UNESCO la città di Monte Sant'Angelo e la Via Sacra Langobardorum, cosa che è avvenuta nella lista indicativa ed è iniziata la fase istruttoria (Nota 133).
La denominazione Via Sacra Langobardorum non si trova in nessuna documentazione storica medioevale le prime citazioni per indicare un percorso di pellegrini si hanno nella metà del XX sec. per ragioni turistiche e giornalistiche più che storiche, per rimarcare la devozione micaelica dei longobardi e la diffusione di questo culto in Europa nel periodo longobardo più che nel periodo bizantino. Una campagna d’informazione turistico-culturale ha comportato che nell'immaginario collettivo si creasse l'idea che questa via di pellegrinaggio fosse staccata dagli altri itinerari e ne creasse uno proprio, solo ultimamente per dare maggiore prestigio alla Via Francigena si vuole denigrare questa denominazione e non mettere in luce il fatto che la via dei franchi si è innestata su un precedente itinerario longobardo. In tutti i modi la Via Sacra Langobardorum è una dizione divenuta ormai comune per indicare l'itinerario geoculturale compreso non solo in territorio italiano ma anche il territorio francese tra Mont Saint-Michel e San Michele del Gargano.
Cividale del Friuli. Altare del duca Rachis.
Cividale del Friuli. Altare del duca Rachis.
Di Via Langobardorum si ha menzione a Brindisi in un documento del 1231 che fa riferimento a una Ruga (Nota 134) Longobardorum, come la strada commerciale dell'abitato. In Amplissima donatio Petri ducit & comìtis Ravennatis monasterio sancti Apollinaris novi de Ravenna, anno 973, XI maji, (ex cod. Vaticano Alexandrino n. 378. fol. 135) (Nota 135), si parla di una 'strada petrosa que vocatur Langobardorum' (Nota 136) lungo la valle del Bidente 'che era una via Romipeta e che segue per molti tratti l’attuale via Bidentina' (Nota 137). Forlì si metteva in contatto con Arezzo e, per esteso, la Romagna con Roma con i fasci viari della cosiddetta via Petrosa Langobardorum (Nota 138).
Accanto al pellegrinaggio devozionale, dal VI - VII secolo, esportato da monaci anglosassoni e soprattutto irlandesi (San Colombano), si era, intanto, diffuso un altro tipo di pellegrinaggio, quello penitenziale. Inizialmente fu introdotto in forma di dura condanna verso una colpa molto grave (dall’omicidio all’incesto), in cui incorrevano soprattutto gli ecclesiastici, i quali non erano sottomessi al giudizio dei tribunali laici (essi erano banditi da ogni forma di partecipazione sociale ed ecclesiale, condannati a vagabondare, come Caino dopo l’uccisione di Abele [Genesi, 4, 12-14], da un posto all’altro, elemosinando un tozzo di pane per sopravvivere). Successivamente la pena venne mitigata, imponendo al peccatore di fare un pellegrinaggio espiatorio verso una specifica meta cui era annessa una qualche indulgenza particolare per i visitatori.
Nel 640, quando Gerusalemme cadde sotto l’Islam, il flusso dei pii viandanti diretti in Terrasanta diminuisce notevolmente, ma, grazie alla politica di Carlomagno in Oriente, tesa a stabilire una cordiale intesa con il califfo di Bagdad, Haroun al Rachid, non si arresta del tutto, per riprendere in pieno nel tardo Medioevo, e, a intervalli, durante le crociate. Dal nord Europa, fin dal IV secolo, l’itinerario principale dei pellegrini per la Terrasanta, dopo aver valicato le Alpi, passava per Roma (Via Francigena o Romea). E quando, a tratti, la politica dell’Islam si manifestava più intollerante, rendendo, per la massa dei pellegrini, più costoso il soggiorno in Terrasanta e i 'cammini' si presentavano meno sicuri e in maggior misura minacciati dalle sempre più aggressive scorribande di predoni e pirati, al punto da sconsigliare un così lungo viaggio, l’Urbe, con le reliquie dei Martiri e con le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, per diversi secoli, diventa la meta preferita del pellegrinaggio. Tra Roma e i luoghi santi della Palestina, a iniziare dall’VIII secolo si inseriscono altre mete di pellegrinaggi tra i quali primeggiano la grotta-santuario di S. Michele sul Gargano e Santiago di Compostela con la tomba dell’apostolo Giacomo. Dopo l’anno Mille, i pellegrini furono uno dei motori della ritrovata mobilità delle persone e affiancarono il rinascere dei commerci. Nel Medioevo, i cristiani pellegrinavano e pellegrinavano per davvero, come non si usa più, per devozione, per voto o per penitenza voluta e imposta. Una pietà che si riscontra in tutti i pellegrini medievali spinti dal devoto desiderio di conoscere e calcare i luoghi santi della Palestina o dalla santa impresa della liberazione del Santo Sepolcro, che li faceva crociati, prima che a essi si affiancassero i mercanti amalfitani, genovesi e veneziani, prima che vi arrivassero anche i curiosi letterati dell’Ottocento e gli inviati speciali del nostro evo contemporaneo.
La Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo.
La Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo.
Pipino il breve sceso in Italia sconfisse nel 755 e nel 756 i Longobardi, costringendo Astolfo a cedere al papa le terre tolte ai Bizantini (Esarcato, Pentapoli, parte del ducato romano), che costituirono il maggior nucleo dello Stato pontificio. Ad Astolfo succedette, dopo alcuni mesi di governo di Ratchis, Desiderio, duca di Brescia (756-774) che, associato al trono il figlio Adelchi, strinse alleanza con i Franchi, sposando la propria figlia Ermengarda, o Desiderata, a Carlo, primogenito di Pipino, e chiedendo per Adelchi la mano di Gisela, sorella di Carlo. Desiderio mosse quindi contro l'Esarcato e la Pentapoli, minacciando, in un secondo tempo, Roma stessa. Dopo la morte del fratello Carlomanno (771), Carlo s’impadronì di tutto il regno franco, ripudiò Ermengarda e, accogliendo l'appello di papa Adriano I, tra il 773 e il 774 scese in Italia, ancora una volta la difesa delle Chiuse fu inefficace, per colpa delle divisioni fra i Longobardi, Carlo pose l'assedio a Pavia e a Verona e piegò la resistenza di entrambe. Adelchi da Verona fuggì a Costantinopoli e Desiderio, arresosi a Pavia, fu catturato e chiuso nel monastero di Corbie in Francia. Finiva così la dominazione longobarda in Italia. Carlo assunse la corona di re dei Longobardi e, in un primo tempo, lasciò sussistere gli ordinamenti del regno, mantenendo i duchi, da cui volle il giuramento di fedeltà.
Ricostruzione virtuale della Grotta del Santuario di san Michele a Monte Sant'Angelo - Elaborazione da Marco Trotta, cit.
Ricostruzione virtuale della Grotta del Santuario di san Michele a Monte Sant'Angelo - Elaborazione da Marco Trotta, cit.
Essendo scoppiata poi una rivolta nel Friuli, Carlo sostituì ai duchi longobardi conti e marchesi franchi e nel 781 cambiò nome al regno stesso chiamandolo regno d'Italia.
Altrettanto vano fu il tentativo di Adelchi di riprendere il regno, così che alla fine del sec. VIII rimasero del dominio longobardo in Italia solo i ducati di Spoleto e di Benevento, vassalli di Carlo Magno. I Longobardi furono i primi a fregiarsi del titolo di re d’Italia, a partire dal 774, anno della vittoria dei Franchi su Desiderio, Carlo si fece chiamare da allora Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum ('Per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi'), i titoli di re d’Italia e di re dei Longobardi furono assunti da Carlo Magno e dai suoi successori.
Non è questo il luogo per tracciare i profondi e lunghi contrasti che si ebbero nei territori dei longobardi tra le fazioni ariane e cattoliche, sia tra i vari re, duchi e capi che nel popolo longobardo e in quello assoggettato. Ma con questo profondo contrasto oltre alle varie politiche di conquista che i governanti longobardi imposero, diventa difficile poter tracciare in brevi note quali fossero le linee guida dei loro spostamenti con tracciati viari o di percorsi tra i vari territori longobardi in Italia. E’ certo che gli studiosi devono ancora focalizzare meglio i vari valichi di passaggio, nei vari periodi dei secoli di potere longobardo, tra la Langobardia maior e la Langobardia minor, ma anche tra La Tuscia longobarda e il ducato di Spoleto, tra il ducato di Benevento e il ducato di Spoleto, ma anche all’interno del ducato di Benevento. In tutto questo bisogna inserire i frequenti contrasti e riappacificazioni con il Papato e con i Bizantini.