Conferenza tenuta a S. Giovanni Rotondo nella Biblioteca 'M. Lecce' il 2 novembre 2012

Il promontorio del Gargano visto dal dal satellite
Il promontorio del Gargano visto dal dal satellite
Parlare del Gargano è, almeno dagli inizi del VI secolo in poi, quasi la stessa cosa che parlare di pellegrinaggi. Qui il pellegrinaggio è cosa antica, persistente da oltre 1500 anni, fortemente inserito nel costume e nella mentalità dei garganici. Si può dire che il pellegrinaggio e i pellegrini qui siano un elemento fondante. Tutto ciò che esiste, città, strutture religiose, buona parte del paesaggio e gli stessi abitanti sono frutto del passaggio dei pellegrini.
La frequentazione religiosa del Gargano è molto più antica della sua cristianizzazione. Alcuni scrittori antichi parlano dei templi di Calcante e Podalirio, che gli storici e gli archeologi invano fino ad oggi si sono affaticati a cercare. A Vieste, nello scoglio di S. Eugenia, una grotta densa di ringraziamenti in greco a Venere Sosandra, salvatrice degli uomini, attesta l’esistenza di un importante santuario frequentato dai maricai. Le più antiche iscrizioni risalgono al III secolo a.C. Nella stessa grotta il Doge veneziano Pietro II Orseolo, agli inizi dello scorso millennio, lasciò una bella epigrafe col ricordo del passaggio della flotta veneziana, di cui era a capo, reduce dall’impresa di liberazione di Bari dai saraceni.
In questi appunti parlerò prima di tutto del ruolo del Gargano nella nostra storia religiosa, poi delle vie dei pellegrini, e infine darò qualche appunto sulla storia e l’evoluzione dei pellegrinaggi.
Il Monte di Dio
La Grotta di S. Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo
La Grotta di S. Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo
Le apparizioni di S. Michele Arcangelo, alla fine del V secolo, sono interpretate dagli studiosi come il limite temporale del paganesimo in queste terre. L’antico Gargano, espresso dal mitico personaggio dell’episodio del toro, starebbe a significare il vecchio paganesimo definitivamente superato dalla nuova energia del cristianesimo.
Da allora il culto di S. Michele, pur conservando il suo stretto rapporto con le forme devozionali dell’oriente greco, si configura con una specificità policomprensiva di tipo universale. S. Michele è l’Arcangelo forte che zela i diritti di Dio: quis ut Deus? Ma anche i diritti dei Figli di Dio e combatte il male qualunque nome esso assuma, sia male fisico che male spirituale. È lo spirito guida che accompagna gli uomini nei meandri dell’esistenza, e li introduce, come psicopompo e avvocato, al cospetto di Dio nel giorno del giudizio.
Con le apparizioni di S. Michele, il Gargano, assume, assieme agli altri grandi santuari della cristianità, vale a dire Roma e la Terra Santa, il ruolo di grande punto di riferimento spirituale.
In questo processo gioca un ruolo importante la particolare configurazione geografica e orografica del promontorio che offre un’abbondante serie di elementi simbolici da cui prendono forma i complessi linguaggi di molte religioni e in particolare della religione cristiana.
La montagna, alta e solitaria, ben visibile da tutti i punti cardinali, saldamente ancorata alla terraferma e profondamente protesa nel mare Adriatico è un naturale e ineludibile punto di arrivo e di partenza per qualsiasi viaggiatore di mare e di terra.
Una antica piantina del Gargano disegnata da Benedetto Marzolla
Una antica piantina del Gargano disegnata da Benedetto Marzolla
L'imponenza del profilo, il suo profondo radicamento nelle viscere della terra, il suo vigoroso slancio verso l'alto, il suo resistere agli eventi e alle tempeste, si coniugano, nella visione religiosa, con la dinamicità della vita, espressa dal fluire dei ruscelli e dalle tempeste che sconvolgono le sue foreste e nello stesso tempo le arricchiscono di nuovi semi e nuove forme di vita portate da lontano. Tra le terre italiane, infatti, il Gargano è una delle più ricche di essenze botaniche portate dal vento da tutta l’area adriatica. Nello stesso tempo la montagna è fortemente radicata nel suo passato e, ancora oggi, è ricca di antichissime forme di vita portatrici di una storia evolutiva notevolmente differente da quelle inserite in altri contesti vitali.
Tutto ciò fa della montagna garganica un elemento importante per la storia dell’uomo e del suo bagaglio culturale, ma anche della complessa comunicazione teologica di tutte le religioni.
La montagna è insieme luogo dove Dio si manifesta, punto alto della terra dove l'uomo tocca il cielo. Qui s’innesta l'asse della terra; è il luogo del silenzio; è la roccia a cui ci si ancora; il luogo della contemplazione dove trovano sintesi e pace il ciclo la terra; è meta del pellegrinaggio da cui si scende rigenerati.
Il nostro P. Michelangelo Manicone da Vico Garganico così dice, agli inizi del sec. XIX nella sua opera La fisica appula (Lib. II, art. XII, pag. 183):

Questo fecondo Promontorio apulo fu chiamato Monte Gargano sino all'anno del Signore 492. Da quell'anno in poi appellossi Montagna dell'Angelo per la miracolosa apparizione del Glorioso S. Michele Arcangelo in una spelonca sita nell'erto di esso Gargano.

Per un rilevante periodo, fino a tutto il sec. XVIII, molte carte geografiche riportarono il profilo del Gargano col nome di Monte dell'Angelo o Monte S. Angelo sanzionando anche a livello linguistico un felice connubio tra elementi fisici e religiosi.
Non credo si vada molto lontano dalla realtà affermando che il Gargano ha una naturale vocazione ad essere un santuario.
Marcello Cavaglieri, domenicano legatissimo al suo confratello Vincenzo Maria Orsini arcivescovo di Manfredonia e poi papa col nome di Benedetto XIII, nel suo Pellegrino al Gargano, pensando a tutta la storia religiosa del Gargano, con seicentesco ardimento, afferma che la montagna stessa, nella sua lunga storia, si è adattata a "ricovero della religione".
Approfondisce poi lo specifico carattere sacro del Monte Gargano. Egli, lasciandosi guidare dalla Sacra Scrittura e specialmente dai Salmi, pensa che il Promontorio fin dalla sua creazione sia stato consacrato da una speciale presenza di Dio per il bene degli uomini. Il Gargano, infatti, è la rappresentazione della casa di Dio, posta in alto, visibile e solitaria perché tutti, da qualsiasi luogo della terra, la potessero scoprire con facilità come promessa e segno di salvezza, come dice il Salmo 90: Altissimum posuisti refugium tuum, hai posto la tua casa nelle altezze.
Quando l'uomo, abbrutito dalla colpa e dagli eventi, scopre la casa di Dio posta sulla cima del monte, nel suo profondo sente germogliare un sentimento vago e indistinto, ma già operante. È l’apertura verso una nuova vita, è il pio desiderio di credere in qualcosa di diverso, di stabile, di appagante.
Così l’uomo diventa un pellegrino, e cammina tenendo ben fissi gli occhi su quel punto fermo che da lontano ha individuato. Egli può realizzare la sua nuova speranza solo in un itinerario di conversione che è simboleggiato dal cammino faticoso verso quel luogo benedetto posto sul Monte: Levavi oculos meos in Montes, unde veniet auxilium mihi, ho alzato gli occhi al monte da dove mi verrà l'aiuto (Ps. 120).
Il percorso verso la casa di Dio, tuttavia, non è facile. L’abitudine al male, gli interessi, le cattive compagnie, il rispetto umano, la pigrizia, e l’oscuro ottundimento della mente e del cuore lo ricattano, lo spingono con prepotenza e inaudita violenza verso altre strade e altre prospettive.
Facendo evidentemente riferimento alla difficoltà che gli antichi viandanti incontravano sulle aspre balze del Gargano, dove spesso perdevano di vista il sentiero e dove i precipizi e le grotte nascondevano pericoli, con ladri e grassatori di strada, serpenti e altre fiere sempre in agguato, il Cavaglieri sottolinea la difficoltà del cammino spirituale. Qui si inserisce la figura di San Michele, di San Pio e degli altri Santi. Per non perdere la dirittura del cammino, e con essa la vita, il pellegrino ha bisogno di una guida. Ecce ego mittam Angelum meum, qui praecedat te, et introducat in locum, quem preparavi (Exod. 23) Ecco io mando l'Angelo che cammini dinanzi a te e ti introduca nel luogo che ti ho preparato. Il pellegrino con tanta guida cammina sicuro in mezzo a difficoltà e pericoli, poggiando indenne il suo piede anche su aspidi e basilischi, come dice il salmo 90: super aspidem et basiliscum ambulabis.

Il Gargano settentrionale. Dintorni di Vico Garganico
Il Gargano settentrionale. Dintorni di Vico Garganico
Senza scomodare La salita al monte Carmelo di S. Giovanni della Croce, potremmo dire che la salita alla montagna del Gargano è una parabola della vita dell'uomo. Che sia credente o non credente, buono o cattivo, piccolo o grande, ogni uomo ha le sue montagne da scalare, le sue difficoltà da superare, le sue guide da cui farsi assistere, la sua meta da raggiungere. È una parabola, quindi, che, oltre alla sua valenza religiosa, rappresenta il bisogno nativo dell’uomo di scoprirsi nella sua interezza e nella sua verità, privo di onori, ricchezze e orpelli, e confrontarsi, povero e nudo come al momento della nascita, con la verità della vita fatta di faticosa salita, ma anche di umile e confidente affidarsi ai compagni di strada, anch’essi mendicanti.
Questa visione del Gargano è sostanzialmente presente nei vari Rituali di pellegrinaggio tutti risalenti ad epoche anteriori al sec. XX.
L'intero percorso, che può impiegare tre giorni come nel caso dei pellegrini di San Marco in Lamis, oppure otto giorni come per i pellegrini molisani, chiude in ampio cerchio una serie di santuari che scandiscono, dandone fisicità geografica, un cammino spirituale rigoroso e consequenziale la cui intenzione esplicita è di attuare, oltre che rappresentare, l'itinerario spirituale della conversione.
Il percorso è percepito come un unico grande santuario di cui la grotta di San Michele è il momento culminante. Il cammino si articola in poco più di cento chilometri. Dal santuario di Stignano, posto alle falde occidentali della montagna, si prosegue per le valli del Gargano meridionale con le visite al santuario di San Matteo a San Marco in Lamis fino alla Grotta dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo. Si scende, passando per Pulsano, a Manfredonia fino a San Leonardo di Siponto e si arriva al santuario dell'Incoronata presso Foggia. La specificità storica e spirituale dei singoli santuari viene vissuta in rapporto all'interezza del percorso come la realizzazione in fasi successive di un unico progetto. Più che a quello di San Michele, il pellegrinaggio è diretto verso il santuario del Gargano identificato dalla tradizione come la montagna dell'Angelo.
A questo punto è necessario fare qualche precisazione sull’itinerario sacro percorso dai pellegrini.
La Via Francigena o Via Francesca
Piantina del tratto garganico della Via Francigena
Piantina del tratto garganico della Via Francigena
Come ormai tutti sanno, con la locuzione di Via Francigena viene designato un fascio di percorsi che, provenienti da oltralpe, attraversano l’Italia settentrionale e centrale diretti a Roma. Molte regioni d’Italia vantano vie con questo nome, scandite da cappelle, abbazie, cattedrali, ostelli che ne sottolineano l’uso religioso. Queste strade sono state intensamente riscoperte e studiate anche sotto la spinta del rinnovato interesse per la storia locale innescato dall’istituzione delle regioni a statuto ordinario. Fra gli studiosi più importanti vorrei ricordare il prof. Renato Stopani e il suo Centro di Studi romei che hanno impostato una ricerca accurata e organica a tutto campo pubblicata nella preziosa collana di studi De Via Francigena.
Il nome di Via Francigena, insieme al più raro, ma anche più antico Via Francesca, è familiare nelle regioni settentrionali e centrali dell’Italia.
In uno dei suoi studi pubblicati negli anni anteriori al Giubileo del 2000 lo Stopani si chiedeva come mai nell’Italia meridionale questo nome fosse assente. Concluse che il ruolo della Via Francigena nelle regioni settentrionali, per tutto il medioevo era stato svolto nell’Italia Meridionale dalle Vie Consolari, la prima delle quali, la Via Appia, Regina viarum, non solo convogliava verso Roma le comitive dei pellegrini provenienti dalle regioni tirreniche, ma, superati gli Appennini nella Campania orientale, s’incamminava verso le regioni meridionali adriatiche dove raggiungeva i porti d’imbarco per la Terra Santa, continuando così a svolgere il ruolo che le era stato affidato dai Romani, collegare Roma con i porti pugliesi e raggiungere rapidamente le province orientali. Nei pressi di Benevento all’Appia s’innestava la Via Traiana che, superati i pericolosi Valli appenninici, sfociava verso le dolci colline del subapennino dauno fermandosi a Troia e Lucera da dove proseguiva, lungo i tratturi della transumanza, verso il Gargano.
La costa del Gargano a S. Menaio in una vecchia cartolina
La costa del Gargano a S. Menaio in una vecchia cartolina
Lo Stopani attribuì a questo percorso da Roma al Gargano il fascinoso epiteto di Via Francigena del Sud con l’intenzione non tanto di dargli un nome, quanto di sottolinearne il particolare uso da parte dei pellegrini.
In seguito gli studi furono approfonditi anche nel nostro meridione. E così le reliquie di questa antica via e il suo stesso nome impigliate, per così dire, nei grovigli della storia, sono giunte fino a noi custodite in alcuni documenti attinenti il territorio di Troia, l'abbazia benedettina di San Giovanni in Piano presso Apricena, il Monastero di S. Leonardo in Lama Volara presso Siponto e, soprattutto, il Monastero di San Giovanni in Lamis, attualmente Convento di San Matteo a San Marco in Lamis.
Per quanto attiene il territorio di Troia, il Privilegium Baiulorum Imperialium del gennaio 1024, cita il nome di Via Francigena, riferito a un breve tratto della Via Appia-Traiana. Allo stato attuale degli studi questa citazione è in assoluto la prima testimonianza dell’esistenza di questo nome in Italia.
L’altra locuzione, Via Francisca, appare per la prima volta in Italia in un documento relativo a Chiusi in Toscana datato 876.
Nell’Italia meridionale fa la sua prima apparizione in alcuni documenti dell’abbazia benedettina di S. Giovanni in Lamis, attuale convento di S. Matteo a San Marco in Lamis. I documenti accennano alla Strada Francesca come elemento identificativo dei confini dei possedimenti dell’abbazia. Le continue incursioni di signorotti prossimi all'abbazia, infatti, desiderosi di impossessarsi di alcuni suoi ricchi possedimenti, indussero più volte gli abati a chiedere alle autorità bizantine e normanne la verifica dei confini nonché la conferma dei possessi medesimi. Il primo documento, del 1030, a firma del Catapano bizantino Bicciano, cita la Via Francesca relativamente al tratto posto ad est del monastero di San Giovanni in Lamis, fra San Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo. La conferma del normanno Enrico, conte di Monte Sant'Angelo, del 1095, si riferisce al tratto che corre lungo le pendici occidentali del Gargano fra l'imboccatura della Valle di Stignano e l'abitato di Apricena. Gli ultimi due documenti, di Ruggero II, 1134, e di Guglielmo II, 1176, fanno riferimento al tratto della Via Francesca posto ad est dell'abbazia immediatamente dopo l'abitato di San Giovanni Rotondo.
La costa del Gargano a Torremileto in una vecchia cartolina.
La costa del Gargano a Torremileto in una vecchia cartolina.
Il nome di Via Francisca riportato nei documenti citati, attualmente s’identifica col tratto della statale 272 che va dal santuario di Stignano alla Grotta di S. Michele.
Benché il suo percorso sia lungo meno di 60 Km, la Via Francesca ha svolto, e svolge tuttora, uno straordinario ruolo per la storia dei pellegrinaggi al Gargano. Ad essa infatti dalle apparizioni di S. Michele fino verso il 1950 confluivano gran parte delle comitive devote a piedi giunte in prossimità del Gargano seguendo la cosiddetta Via Francigena del Sud e i tratturi della transumanza. Imboccata la Via Francesca nella Valle di Stignano, i pellegrini entravano nel cuore del Gargano sacro e visitavano i santuari maggiori di Stignano, S. Matteo e Monte Sant’Angelo tutti posti sulla stessa via a breve distanza l’uno dall’altro.
Tuttavia, nonostante la ininterrotta frequentazione di oltre 1500, la Via Francesca garganica non è mai stata oggetto di particolari cure. Il fatto che nessuno ne rievocasse il nome ha favorito una certa pigrizia che ha impedito uno studio approfondito e organico del percorso, delle soste, degli ospizi.
D’altra parte qui i pellegrini non sono un fatto straordinario per cui bisogna ricordare percorsi e nomi di strade; fanno parte di un paesaggio quotidiano e domestico come i bimbi che vanno a scuola o le donne che vanno al mercato percorrendo strade e piazze che la lunga abitudine priva di ogni segno di nobiltà.
Per i pastori abruzzesi e i contadini molisani, campani e per gli altri, come per le nostre popolazioni, il pellegrinaggio è una delle più normali occupazioni, parte ordinaria di un progetto di vita. Il grande storico dell’arte Emile Bertaux visitando questi luoghi rimase impressionato dal fenomeno del pellegrinaggio.

Per il contadino, dice, il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita, diventato necessario quanto il lavoro di ogni giorno. Esiste per il pio viaggio un tempo stabilito, come per particolari lavori di campagna. Tra i luoghi di culto, cui le folle di contadini si dirigono, non ce n’è uno solo di recente fama. Tutti sono oggetto di culto da centinaia di anni. .. L’itinerario del grande pellegrinaggio di maggio è così fissato per i gruppi più numerosi, che scendono dal Molise e dall’Abruzzo: prima i santuari del Gargano, cioè, oltre la celebre basilica di Monte Sant’Angelo, l’antico eremitaggio di Pulsano, sulla cresta del promontorio, di fronte alle lagune di Salpi, e il convento di San Matteo, vicino San Marco in Lamis; nella pianura di Capitanata, l’Incoronata, presso il fiume Cervaro, una cappella tra ciuffi d’alberi, dove si venera un’icona cento volte ridipinta, scoperta da un cacciatore su una quercia dell’immensa foresta che si stendeva un tempo intorno a Foggia; poi i pellegrini tornano sulla costa e la seguono fino a Bari.

Veduta interna del Santuario dell'Incoronata a Foggia.
Veduta interna del Santuario dell'Incoronata a Foggia.
Giunta a Monte Sant’Angelo la Via Francesca scende verso la pianura fino al Santuario della Madonna Incoronata nei pressi di Foggia. La Via descrive un semicerchio di circa centoventi Km che inizia nella porta occidentale del Gargano col santuario di Stignano, e dopo aver raggiunto il culmine del pellegrinaggio a Monte, scende nella pianura verso Manfredonia. Qui le comitive degli abruzzesi proseguono verso sud-est diretti a S. Nicola di Bari. Gli altri vanno ad ovest verso Foggia: fanno sosta all’antica abbazia di S. Leonardo e poi proseguono per vie interne fino al grande santuario mariano dell’Incoronata di Foggia che, pur dislocato nella pianura del Tavoliere, è unito indissolubilmente ai santuari montani. Quello dell’Incoronata è, infatti, il santuario dei transumanti di Abruzzo. Qui confluiscono i Tratturi che s’innestano a loro volta con i percorsi montani diretti ai santuari garganici.
Tipologia dei pellegrini
Il modo di vivere il pellegrinaggio al Gargano è rimasto sostanzialmente uguale per oltre un millennio. Fino al 1950 la maggioranza dei pellegrini arrivava a piedi. Erano gli eredi delle grandi migrazioni devote che si mantenevano inalterate da secoli, con tutto il loro complesso organizzativo e rituale. Venivano dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Campania, da tutta la Puglia, dalla Basilicata. Molte comitive abruzzesi visitati i santuari garganici proseguivano per Bari. I molisani, i campani e altri pellegrini compivano tutto il giro della Via Francesca, da Stignano all’Incoronata di Foggia impiegando otto giorni.
Poi si motorizzarono e il pellegrinaggio mutò fisionomia. I tempi furono ristretti a qualche giorno. Le ritualità furono adeguate alle nuove esigenze delle comunità profondamente rivoluzionate dall’emigrazione, dall’abbandono progressivo della terra, e da quant’altro contribuiva a mutare i tradizionali assetti sociali e religiosi. Fra questi bisogna anche considerare l’obsolescenza del linguaggio religioso e la impossibilità, tipica delle comunità chiuse, di adeguarlo alla modernità. Verso il 1980 questo tipo di pellegrinaggio è entrato in grave crisi. Anche lo storico pellegrinaggio a piedi di tre giorni che parte da S. Marco in Lamis a metà di maggio si ridusse a poche decine di persone. Resistevano ancora gli abruzzesi i quali, tuttavia, accorciarono il loro itinerario a piedi iniziandolo da Stignano.
Il nostro convento di S. Matteo, continuando una tradizione secolare, ospitava gratuitamente gli abruzzesi nella data in cui, secondo la loro tradizione arrivano, il 1° maggio e le altre comitive che venivano dalla Campania e dal Molise.
Veduta di S. Giovanni Rotondo
Veduta di S. Giovanni Rotondo
A questi pellegrini, per così dire, antichi, dopo il 1968, anno della morte di Padre Pio da Pietrelcina, si aggiunse la nuova categoria attratta dal fascino di P. Pio. Erano molto diversi dai precedenti. In genere organizzati in contesti urbani e in regime di relativa disponibilità economica, hanno come unica meta la tomba di P. Pio. Fin verso il 1975 si disinteressavano alle altre mete santuariali del Gargano. I flussi dei pellegrini antichi e quelli moderni diretti alla Tomba di P. Pio si scivolavano addosso, ma fra loro non v’era comunicazione. D’altra parte i pellegrini antichi in genere non visitavano la tomba di P. Pio, e, se lo facevano, era più un atto di cortesia che vera devozione.
Poi qualcosa maturò. I nuovi pellegrini diretti a P. Pio cominciarono a percepire la complessità del sistema santuariale del Gargano e il reciproco completarsi dei richiami spirituali. Esaurito l’empito emotivo e la curiosità che lo circondava, P. Pio venne percepito non più come un fenomeno straordinario e isolato, ma ben inserito in un ambiente denso di spiritualità e dalla lunga storia nel campo della santità. Anche questi pellegrini cominciarono a visitare gli altri santuari, aiutati in questo dai frati cappuccini, dai capigruppo e dagli operatori turistici. Oggi il processo non è ancora concluso ma è in fase molto avanzata.
In questi nuovi tempi si assiste al rinnovarsi dei pellegrinaggi a piedi. Alcune compagnie che sembravano esalassero l’ultimo respiro, oggi sono vitali più che mai. Il nostro pellegrinaggio sammarchese a maggio scorso contava circa 350 persone di cui i due terzi giovani e giovanissimi, compresi bimbi in carrozzina accuditi dalle mamme. Anche i pellegrinaggi abruzzesi hanno ripreso vitalità con l’inserimento di molti giovani. Ne sono stati istituiti altri come quello di Vieste, di Sannicandro Garganico ecc.
Dal nostro piccolo osservatorio di S. Matteo abbiamo notato un altro interessante fenomeno: quello dei pellegrini isolati e delle piccole comitive. Sono i pellegrini più autentici che, lasciata ogni cosa, vanno per le vie del mondo attirati da una prospettiva vitale in cui Dio è tutto.
Un pellegrino nel Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Un pellegrino nel Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Liberi e soli per le strade del mondo. Un bastone, una scarsella, un cappello; un grande cero e la Bibbia nello zaino. I loro passi ritmano in sintonia con i suoni della natura e la preghiera del cuore: Gesù. Figlio di Dio, abbi pietà di me. Come Abramo, vanno dove li porta il Signore. È facile accostarli ai russi pazzi per Dio e al loro interminabile peregrinare per le steppe. Il loro pellegrinaggio non è un momento grave della vita, e neppure uno strumento di revisione, né la ricerca della pace. È la vita stessa del cristiano, dono ricevuto e offerto, cammino lungo e faticoso che inizia dal momento della nascita e si consuma quando finalmente si entra nella beata pace del giorno del Signore. Essi sono il vertice del pellegrinaggio.
In questo scorso anno ne sono passati tanti. Oltre agli italiani sono arrivati anche francesi, tedeschi, spagnoli, olandesi, lettoni. Quasi tutti non portano alcun mezzo di sussistenza. Mangiano quel che viene loro donato, dormono dove possono e si lavano quando possono. Ad onor del vero, raccontano che mai hanno sofferto la fame e solo qualche volta hanno dormito all’adiaccio avendo trovato sempre conforto nei conventi, nelle parrocchie e nelle famiglie.
Tutti nel nostro convento di S. Matteo ricevono accoglienza gratuita. Molti di questi proseguono il pellegrinaggio fino in Terra Santa.
È un pellegrinaggio duro e radicale a cui non siamo abituati, vera espressione di fede. A volte è un ringraziamento per il dono di un figlio, come ci ha rivelato un signore spagnolo, diretto in Terra Santa, senza un euro in tasca, benché fosse un uomo facoltoso. La maggior parte di essi sono giovani. Tutti si mettono a disposizione per pagarsi in qualche maniera l’ospitalità ricevuta.
Chiudo con un rammarico e un auspicio. In questi ultimi tempi molte cose stanno cambiando, o, meglio, si tenta di cambiarle. Sotto la spinta di richiami turistici e di altro tipo si è sviluppata una pericolosa commistione linguistica tra pellegrinaggio, turismo lento e attività camminatoria, intesi come termini assolutamente univoci e intercambiabili.
Immagine di pellegrini molisani in visita al Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Immagine di pellegrini molisani in visita al Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
L’evasione estetizzante; il diverso dal quotidiano; il contemplare un mondo sconosciuto agli attuali orizzonti culturali; vivere emozioni forti, rese inconsuete dalla schiavitù delle regole e dai rigidi schemi produttivi; vacanza del corpo e dello spirito dove si aprono panorami di regola preclusi alla vita ordinaria sono certamente dei bisogni a cui è necessario e opportuno rispondere. Anche all’interno dei percorsi religiosi si possono sviluppare interessi scientifici, di conoscenza generica, sportivi o turistici, ma, credo sia necessario mettere ordine nei concetti. Il pellegrinaggio, infatti, è un’altra cosa, che convive fraternamente con tutte le legittime esigenze dell’uomo, ma è un’altra cosa.
Infatti, qualche volta, l’elaborazione superficiale e imprudente di questi elementi ha dato origine a strani prodotti il cui involucro conserva la ritualità e persino il nome di pellegrinaggio, ma dai contenuti diversi, quando non diametralmente opposti.
Sarebbe necessario che da parte dei Pastori del Popolo di Dio dedicassero maggiore attenzione al pellegrinaggio per salvaguardarne il suo fondamento religioso e l’alto valore formativo.
P. Mario Villani
S. Matteo, 2 novembre 2012