Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Il Castello dei Giganti.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Il Castello dei Giganti.
Forse la Tebaide, quella vera e vitale, che impegna cioè l'abitante del deserto a un esercizio quotidiano di santità in lotta con le tentazioni e con gli elementi della natura, in Italia esiste solo in questa plaga garganica. Qui sono ancora possibili quei 'pensieri di libertà che solo possiede il deserto', come ebbe a dire il santo anacoreta orientale, il vecchio Sisoes, contento del deserto.
Altrove i luoghi sacri sono ormai generalmente nella fase di buona amministrazione della santità che fu, non di quella che è o può essere; e il culto si alterna o si fonde con la curiosità turistica.
Qui l'impegno a fare qualcosa, a essere qualcuno, ha ancora tutta l'attualità drammatica di un glorioso medioevo con le sue luci e le sue ombre.
Creano l'ambiente alla necessaria macerazione dello spirito e della carne l'aridità di questa fascia garganica, il silenzio delle acque, la assenza di ogni fiume, di ogni sorgiva; mentre l'immota solennità delle colline è spesso squassata da trasalimenti tellurici, per l'improvvisa tempestiva presenza dell'Arcangelo che mette in fuga il maligno in perenne assedio.
Duole ora vedere salire a questa sdegnosa montagna la pietà motorizzata, e il rammarico è vivo e pungente in chi ricorda tanti romei abruzzesi, molisani, campani e marchigiani venire su a piedi, dai proni campi di Puglia, salmodiando negli odorosi mattini di maggio o nei limpidi cieli di settembre. Venivano su, come usa dire volgarmente, ma col rispetto di una tradizione o meglio di una eredità esemplare e sciupata, sul cavallo di San Francesco.
Il sentimento religioso, vivaddio, è certamente salvo, ma quei motocarri frastornano la poesia o il bei colore del culto.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: San Giovanni Rotondo: Costruzioni ogivali.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: San Giovanni Rotondo: Costruzioni ogivali.
I sapienti romei di un tempo invece - ma ci sono ancora quelli che rispettano il lascito francescano - col venire su a piedi e a tappe esprimono insieme più profondo sentimento e buon gusto: anche il paesaggio dei santi va assaporato, centellinato, vissuto durante un pellegrinaggio. Del resto, cosa starebbero a fare tutti quei santuari scaglionati lungo la valle prima di giungere alla montagna dell'Angelo? E chi sa quante le locande e le taverne disseminate una volta lungo l'itinerario: è leggenda, lo so, pura leggenda il passaggio di San Bernardino da queste parti, ma questo Santo di impetuosa franchezza e sciabolante arguzia potrebbe dirci qualcosa. Solo così il miracoloso passaggio di un suo seguace avrà potuto fare, in San Marco, di una stalla una chiesa.
E San Francesco che direbbe di questi romei di oggi, rumorosi e cattivelli, più svagati turisti che sitibondi di beni dello spirito?
Fu qui che Egli appunto venne, a questa montagna sacra, in questa grotta, per chiedere consiglio al Principe degli Angeli, prima di affrontare disarmato il sovrano dei Turchi. Consiglio per un periglioso viaggio e, ancor più, per una perigliosa e miracolosa avventura. Come Francesco, come i frati minori, fa anche oggi il romeo vero e sensato.
Comunque, romeo o turista che tu sia, non passare distratto per questa valle e per questi monti: sarebbe un'offesa gratuita a luoghi sacri e alla loro parlante natura. E al pellegrino del nord, come anche al buon turista, è d'obbligo giungere alla grotta sacra da San Severo attraverso l'erbosa valle di Stignano e l'aprica piana di Sant'Egidio.
Movendo dunque dai vigneti di San Severo, salutare a destra l'aereo nido di falchi di Rignano, ventoso balcone sulla Puglia; addentrarsi nell'ampia valle di Stignano e prendere una persuasiva familiarità con essa, meriggiando qualche ora all'ombra di un bosco di querce, e confortarsi alla vista della pallida santità degli ulivi o della grazia leggiadra dei mandorli in fiore: a queste cose adempie il sagace visitatore. E gli sarà subito premio scorgere tra il verde tenero dei mandorli e il grigio delle arenarie il caldo color frumento della chiesa di Stignano.
La bella serenità della facciata, che il nobile Pappacoda volle, forse in omaggio ai pellegrini abruzzesi, ha lontana vaghezza di simiglianza con l'aquilana Santa Maria di Collemaggio; né delude la decorosa e linda architettura dell'interno francescano.
I chiostri, poi, conservano l'ossequio alla più ortodossa linea classica, specie in un arguto pozzale al centro di quello più leggiadro e rinascimentale.
Perenne aria di maggio respira questa chiesa con l'annesso convento da una parte e una buona casa di fattori dall'altra; e tutto in una aria di casalinga intimità, odorosa di buone cose, come poste in serbo, anche nel più crudo inverno. O beata e rinnovata 'oasi di Stignano'!
Peccato che i tarli, questi edaci denti del tempo, abbiamo ormai distrutto l'opera del coro di gustosa e originale scuola abruzzese.
Tu ci verrai, così, in un sonoro giorno di maggio, quando ancora i buoni contadini e gli agricoltori del vicinato fanno un po' di festa e molto cuore alla bruna Madonna. Ed è Stignano col suo girotondo di colline giottesche l'estrema punta della vetusta e vasta diocesi di Lucera.
La via subito dopo si inerpica più severa fino a giungere a una strozzatura, a un esempio elementare di gola montana. Ma da una curva proterva, che sottolinea un greppo selvaggio, avrai cura di volgerti indietro per dare un ultimo sguardo alla piana d'oro fra quinte di colline verdebrune, che si perde fino ai cilestri monti del Subappennino, fino alla scintillante Maiella.
E dopo la stretta gola e una conca valliva in cui s'adagiano e s'infoltano, senza respiro, le case di San Marco, ecco il piramidale Celano e da un suo sprone, rugoso ed erboso per una buona metà delle pareti, come sorto dalla roccia stessa, il longobardo e francescano santuario di San Matteo. Tappa d'obbligo e di sicuro ristoro al visitatore e al romeo è certamente San Matteo.
Il sottostante bruno bosco, canoro di usignoli a primavera e acceso dei colori più vari dall'autunno dipintore, sottolineato da una striscia rossa come di sangue a causa della strada intagliata nella roccia in lunghe curve, fà da superbo piedestallo al convento che si afferma e protende con l'ardita potenza di un maniero.Non è facile distinguere dove la dura pietra del greppo finisca e dove cominci la costruzione umana: natura e uomo si sono scambiate le mani. Facile, invece, distinguere le varie epoche dell'opera umana. La parte inferiore, lo zoccolo per così dire, tutta ricoperta d'erba muraria, come la villosa scorza di un gigante saldamente radicato, è indubbiamente d'origine longobarda. La costruzione sovrastante nella sobrietà delle linee, nell'asciutta compattezza dei volumi, appena interrotti dai rettangolari fori delle celle, che obbediscono sempre ad un discreto ritmo spaziale, è del mondo ed elegante gusto francescano. (Chi ha tolto appunto il francescano sagrato che coll'«incerto» del pavimento faceva erbosa la piccioletta soglia della chiesa?). E tutto l'insieme ha una rigorosa linea benedettina, che arieggia il convento cassinate per chi lo guardi tra gli alberi del boschetto.
Il raffinato patito d'impressionismo, di primitivismo e di pittori doganieri avrà di che stuzzicare la sua sensibilità nei numerosi «ex-voto» offerti dalla fedeltà miracolata e dalla cara ingenuità artistica del popolo. Non gli raccomandiamo il distratto e più volte bistrattato barocco della chiesa, ma la bizantina statua dell'Evangelista. Questa e un dente del sinottico biografo di Gesù, sfuggiti ai flutti del tempo come un'arca miracolosa, deposti in uno degli angoli più segreti del Gargano, hanno sempre esercitato un loro fascino sulla fantasia pia e devota. Vi sostò Francesco? Alla mia infanzia attenta era mostrata una pietra dove egli si sarebbe inginocchiato a pregare. Tanto per soddisfare un po' di fame storica, vorremmo dar credito a chi opina in questa sicura fortezza essere avvenuto un decisivo abboccamento fra gli emissari dell'imperatore bizantino e papa Leone IX avanti la battaglia di Civita, fatale a lui e decisiva per la sorgente potenza normanna.
Certo, per riandare ancora nel tempo, doveva essere San Matteo una tappa d'obbligo e ancor più un sicuro ospizio all'antico pellegrino, se credettero opportuno occuparsene con proprio decreto principi e duchi longobardi.
Abazia benedettina, cistercense o semplice convento francescano, ha avuto San Matteo momenti di importante respiro storico, mentre il mare circostante e la piana erano campeggiati da corsari e saraceni. E alla rigogliosa abazia la vicina San Marco deve origine, vita e impulso.
Se il Celano protegge e nasconde la valle e il santuario, dopo appena un passo ventoso, ecco la Puglia piana, su cui il convento, nei tempi incerti, apriva un occhio vigilatore dal tozzo campanile; ecco l'arco del golfo sipontino e l'orizzonte in fuga oltre Bari, fino alla curva della terra.
E la Tebaide è attorno ad esso in un susseguirsi di colline petrose dal colore ferrugigno come il petto dei colombi, come le ali delle pernici che un tempo amarono questi luoghi.
Pietre, pietre e pietre, disperse e disseminate, raccolte a mucchi come tombe provvisorie o allineate ora per inutili muri a secco che hanno perduto la speranza di trattenere il terreno.
I rari mandorli fioriscono forse come il miracolo di una preghiera vegetale. Così per miglia e miglia verso San Giovanni, verso il suo umile convento dei Cappuccini.
Si andava colà, nella nostra infanzia vagabonda, come a un punto estremo del mondo e dove unica vita possibile ci sembrava quella dei santi sotto l'aspetto della più rassegnata e tranquilla pietà francescana. Le meravigliose cose narrate dai Fioretti o dal Cavalca e dal Passavanti, che noi allora leggevamo con crescente interesse, le ambientavamo attorno a questo convento squallido e umile, privo di un pur minimo onore d'arte. C'era, e c'è, un minuscolo obelisco con su una croce che, nei tristi pomeriggi d'inverno, ci sembrava segnasse l'ultimo confine.
Fu così che alla nostra infanzia nutrita di meraviglie quotidiane, pur fra gli orrori della prima guerra mondiale, sembrò naturale che sulle mani di un frate fiorissero un giorno le stimmate.
Uno spontaneo miracolo: come da questa pietra garganica, spaccata di colpo, spiccia un rosso splendente, non sai se di terra o di sangue. E come dalla pietra il mandorlo e il rosso vivo della bauxite, così dalla Tebaide un fiorito giardino di cose miracolose. Qui accanto all'umile chiesetta cappuccina, nel giro di pochi anni è sorta una nuova città pia, vorrei dire una nuova Pienza. E come dagli orti sbocciavano ogni giorno nuovi fiori, così nuove cose meravigliose si susseguivano rapidamente. Il grido del miracolo si propagò per le quattro parti del mondo e, oggi, quella terra polare della nostra devozione vagabonda ha l'eguale clamore di piazza San Pietro per la varietà cosmopolita dei romei e degli incuriositi turisti. E come si rimane stupefatti per le grandiose opere sorte per incanto e miracolo, a conforto della fede e a sollievo della sofferenza, dalla roccia più spietatamente arida e refrattaria (ed è questo il documento, la testimonianza più certa di un miracolo in continuo svolgimento), così ci chiediamo se la nostra stessa vita, dall'infanzia a quest'oggi, è stata testimone di una realtà o si è svolta nella magica luce di una favola.
Inverno del 1919, punto fermo di un estremo tempo disperato e raccolto, di chi ha la certezza di essere effettivamente nella Tebaide; e maggio 1956, quando dagli spalti di una città ospedaliera garrivano le bandiere di quasi tutti gli stati del mondo. E la voce del Padre, celebrante davanti a un'immensa folla, a chi ha buona memoria, è apparsa pur sempre quella: bonaria e lievemente ironica a un tempo, voce di un uomo del popolo con la costanza di una voce di natura, tesa a scandire, con egual tono, le divine sillabe della preghiera latina e mediterranea, ma con un nuovo timbro, con un nuovo colore, quello garganico.
Si scende sempre da queste pendici e colli, una volta ermi e ora sacri alla pietà e alla carità, con un dolce turbamento.
Spazio e tempo anche qui, come in altri luoghi garganici, si sono incontrati miracolosamente; un prodigio che nasce dalla disperazione, di chi tenta e forza l'ordine delle cose per dar loro un nuovo corso. È un comandare al tempo, un soggiogare e domare lo spazio. Era questa l'ambizione di Faust, al quale però fu negato tal dono per i fini egoistici, terreni, per l'ambizione di volgere al male le oscure potenze che ci sovrastano.
Attraversando le vie cittadine di San Giovanni Rotondo, occorrerà avere occhio attento al clima fervido di opere, quasi febbrile, esaltato, in cui ormai gli abitanti vivono.
Ma dai colli al piano varii e fondati sono i motivi. In alto l'alacre vita dei devoti, in basso, nel profondo delle viscere della terra, la industre vita di api operaie, intente nella miniera a estrarre minerali. E poi, tra mezza costa e l'altipiano del primo gradino garganico, la estesa, argentea fascia degli ulivi da cui si estrae il docile olio, tra i più limpidi e odorosi d'Italia.
La pace dei luoghi, e la pace simboleggiata dall'ulivo che trova qui naturale albergo, non contrasta con l'attività industriale.
Pescorosso, Calderoso, Le Mattine e così via con denominazioni fantasiose di contrade pedegarganiche fino alle porte di Manfredonia, sono la confortevole patria del mandorlo e dell'ulivo.
Ma prima di lasciar San Giovanni, merita anche uno sguardo una chiesina dalla facciata occidua e medioevale. In questi luoghi Giano ebbe i suoi tenaci fedeli che l'onoravano di riti purificatori; e ritornano così alla memoria i leggendari luoghi della valle di Stignano e del Celano, dove anche il dio bifronte ebbe culle e pozzi sacri.
E fu certo degli antichi garganici un encomiabile retaggio di fede, tra il vecchio e il nuovo, lungo questa via dei Santuari; la quale, a un dipresso, segue il tracciato di una longobardica 'via sacra', via che ora noi seguiamo con umiltà di cuore ancora per lande deserte e tra squallori potenti. Farà eccezione una vasta piana, ieri putrida di acque morte e oggi fertile di ricercate solanacee.
Campolato! Campolato: ancora una volta fantasia di popolo in cammino nella cui mente è rimasta, con la tenacia già detta della fede, qualche voce di schietto latino. A Campolato tutti i pellegrini, quelli autentici, a piedi, riposano, talora bivaccano, prima di ascendere il sacro Monte.
È forse un dolce sgomento del cuore piegare le ginocchia prima di toccare la terra promessa: è il momento della purificazione, della Canossa, prima del colloquio con un Angelo. Certo, su quel monte dovettero abitare uomini e mostri straordinari: occorrerebbe rievocarli qualche volta dal ciclopico Castello dei Giganti. Ma ne temiamo la tentazione profanatrice perché farebbe tremare la terra. Poiché terribile è questo luogo, casa del Signore e porta del cielo. L'iscrizione latina di tal contenuto, sulla fronte del Santuario, non ci ammonisce invano. Anzi lo fa molto opportunamente e l'ottagonale campanile angioino svetta nell'azzurro come un dito minaccioso dell'Arcangelo ammonitore.
I potenti della terra, i navigatori più avventurosi e fortunati, i santi, i pontefici, i re han qui deposto la loro superbia offrendo doni, lasciando vestigia del loro passaggio e della loro pia volontà di umiliazione. La statua del Vindice giustiziere (ma è proprio del Sansovino?) dal volto apollineo, candida nelle ombre dell'umida caverna, ti appare perentoria e lontana come un incandescente miraggio.
La volta della grotta è un nembo pietrificato di un'antica tempesta, di un'epica battaglia tra il male e il bene, e da cui cadono ancora memori gocce a testimonianza dell'ira e della misericordia. Intingere un dito nel pozzetto dell'acqua lustrale è devota partecipazione all'arcano; portar via un sassolino dilavato è come possedere un talismano rassicurante; uscire alla luce è, dopo la visita, un bisogno fisico, un premio dopo l'espiazione. Una finestrella sull'ampia valle Carbonara è insieme sollievo e promessa d'infinito.
Si gioca a scendere e salire le 'scalette' come bimbi dopo il perdono. Non è sempre facile giocare sul tetto di un santuario.
Ma questa bella e strana città, quasi irreale, nata pur essa per volontà e miracolo di fede, ci dona ancora altro. Per il miscuglio degli evi e delle denominazioni, come a simbolo, c'è la cosiddetta tomba di Rotari o battistero. È il più inquietante monumento architettonico meridionale per la sovrapposizione di stili, tutti di eguale decoro e interesse, e, tuttavia, elastica e luminosa costruzione. Altra scala al cielo o torre di Babele? Ma le graziose viuzze, quasi tutte adorne di qualche portale o finestra, educati da buona mano artigiana, e tra cui prevale un gentile fiorito barocco, menano davvero, in fondo, all'infinito.
Questo monte dona al visitatore uno degli spettacoli più affascinanti del Mediterraneo: un fremito di felicità, tra mare, terra e ciclo, per un immobile volo. Maestà dello spazio: ecco l'Adriatico, nell'ampia falcata sipontina, a perdita d'occhio; ecco la piana della Puglia da mirare e rimirare nell'infinita varietà delle sue opere, delle sue culture e dei suoi colori. Quanti i borghi, le ville, le città, rincorrentisi nella geometrica logica delle vie e delle case. Si amerebbe stare a questo balcone giorno e notte, come lo stilila, per ricavarne un motivo di saggezza nello stare tra gli uomini. Se il sereno svela lontananze, il nubiloso rivela segreti. Se qui conviene l'azzurro per una conversazione con lo spazio, non meno grandiosa appare l'ira degli elementi.
Se laggiù, sul mare, i gabbiani tessono ai rivieraschi un soggiorno più confortevole, l'uccello che si addice a questo drammatico luogo è la procellaria. Perché mai l'Arcangelo avrebbe scelto questo monte?
Agli antichi colonizzatori greci, ai venturosi navigatori, a Diomede e Calcante, dovette certamente spuntare questa fronte del promontorio come meta ideale al loro desiderio di nuovi mondi. Qui l'indovino greco trovò l'estrema pace. E forse Siri accolse come un talismano le ceneri del suo fondatore. Siri, bel nome, dove mai le tue vestigia? E l'eguale tragico fascino della leggenda avvolge Calcante e il disperato eroe Ettore Fieramosca che in questo luogo, seguendo la fantasia del D'Azeglio, volle trovare la morte liberatrice.
Ombre e memorie d'ombre, fugate da un taglio della spada arcangelica per una splendente realtà. E così l'occhio, ama spaziare da questo poggio, dal monte al piano, per scorgervi, al termine della via dei Santuari, altri luoghi sacri alla pietà: Pulsano in alto; giù, lungo la via da Manfredonia a Foggia, il solido e armonioso tempio romanico di Siponto, e, più lontano, il grazioso tempio di San Leonardo dall'incomparabile portale: La gente della mia terra nella sua pia peregrinazione segue un periplo ben determinato su carri e autocarri: è d'obbligo, a maggio, salire a San Michele e poi, scendendo al piano, visitare Siponto e l'Incoronata.
Non mi sembra, ora, superfluo insistere che il mio cuore va a quei romei, a quelle pie donne che compiono il loro pellegrinaggio a piedi: da San Marco a Monte, con una sosta a Campolato per la merenda; il che è una bella passeggiata di una trentina di chilometri, sessanta col ritorno. Si preparano essi di lunga mano, allenandosi spiritualmente e materialmente, raggranellando per mesi i soldi per la locanda e il breve soggiorno nei pressi della Grotta. E vi ritornano una sera del maggio fiorito. Si raccolgono in un punto convenuto, come per la rappresentazione di un'ultima scena sacra; e fanno un bellissimo vedere sfilando con fiaccole e lampioncini lungo le vie del paese; e finalmente si recano nella chiesa madre, per un ultimo omaggio alla statua di San Michele.
In una sera come questa, cantando i romei le loro melodiose laudi all'Angelo, io fui condotto al fonte battesimale e mi si impose, perché nel giorno onomastico, il nome di un santo pastore. Anche perciò mi è caro questo pellegrinaggio più antico e più fedele, che anch'io mi prometto sempre di fare e che certamente mai sempre farò.