Da 'La Capitanata' Anno III, 1965, n. 1-6 (genn.-dic.), Pp. 59-64.
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Giacinto de Sivo
Giacinto de Sivo
'Credo di essere io il primo a far cenno di quest'opera e uno dei pochi che, avendola letta e consigliatane la lettura, hanno contribuito a far sì che i rari esemplari che ne avanzano siano ora saliti ad alto prezzo, e se ne renda perfino desiderabile una ristampa'. (Nota 1) L'opera di cui parla il Croce è la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto De Sivo che l'editore napoletano Arturo Berisio, in elegante veste tipografica, ha ristampato con ovvi propositi antiunitari e antirisorgimentali. Perché il De Sivo, letterato e storico di un certo valore, non fu solo un irriducibile legittimista borbonico ma fu soprattutto, e per formazione mentale e per tradizione familiare, un aspro avversario degli artefici dell'unità italiana contro i quali la sua penna attinge sovente vigore nella calunnia e nella maldicenza. Impenetrabile ad ogni idealità liberale e laudator temporis acti non comprende la nuova prorompente realtà storica che egli reputa sovvertitrice di valori morali e negatrice di ogni forma di diritto.
Nato a Maddaloni (Caserta) nel 1815 da agiata famiglia, il De Sivo partecipò alla vita politica della sua provincia così come, per il passato, avevano fatto i suoi antenati. Suo nonno infatti nel 1799 aveva messo a disposizione di Ferdinando IV le sue ricchezze coll'armare un notevole numero di soldati, un suo zio si arruolò nell'esercito sanfedista e suo padre fu un fedele ufficiale borbonico. Nel 1848 a Maddaloni tenne l'incarico di capo provvisorio della Guardia Nazionale, carica che occupò fino al gennaio del '49, quando fu nominato consigliere d'Intendenza. Nel nuovo ufficio, a contatto con una doviziosa messe di informazioni varie, il De Sivo vedeva gradualmente scorrere sotto i suoi occhi il divenire di una realtà di cui non seppe cogliere il valore e il significato, ma che lo infastidiva sempre più, man mano che essa distruggeva le sue illusioni di uomo disposto tutt'al più ad accettare una sia pur lieve modifica del presente, purché tutto ciò accadesse senza violenti trapassi, con costruzioni utopiche basate sulla ragione e sulla tradizione, sostenute dai sicuri pilastri del trono e dell'altare.
Nascono così i sei nutriti volumi sui casi della rivoluzione che il De Sivo non volle pubblicare 'per non parere di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori' e che conservò a Maddaloni, scrivendo sopra la cartella che li raccoglieva 'da stampare dopo la mia morte'.
L'esercito garibaldino. Stampa del 1860.
L'esercito garibaldino. Stampa del 1860.
Senonché nel 1860, coll'arrivo dei 'garibaldeschi' il De Sivo fu arrestato, la sua villa venne requisita e anche i suoi manoscritti caddero nelle mani degli 'sgherri nazionali', che riuscì tuttavia a recuperare.
Liberato e arrestato per propaganda legittimista e liberato successivamente forse anche per autorevole intervento del Settembrini, fu da questo opportunamente consigliato ad abbandonare Napoli e a seguire le orme del suo Francesco. A Roma infatti attese a completare la sua Storia, raccogliendo documenti e interrogando numerosi fuoriusciti sulla fine di un regno di cui era stato iroso e malinconico spettatore.

'Che l'autonomia del regno delle due Sicilie fosse irrimissibilmente finita, che il nuovo stato italiano unitario sarebbe durevole, quegli emigrati, e il De Sivo tra essi, non credevano per niun conto; e perciò il libro, ch'egli scriveva, era indirizzato a servire pel tempo non lontano in cui la patria sarebbe stata ricostruita, come ricordo e ammonimento di scansare gli errori, dai quali i governanti di Napoli fin allora non avevano saputo guardarsi' (Nota 2).

Varie città italiane videro, in successione cronologica, la stampa dei volumi: Roma (1863), Verona e Viterbo e, mentre il De Sivo era preso dalla compilazione di una monografia storica di interesse municipalistico su Maddaloni, la morte lo colse in Roma il 19 novembre 1867. L'anno successivo, sette anni dopo la caduta dei Borboni, la Storia venne stampata in due volumi a Trieste ma è probabile che essa venne fuori, clandestina, a Napoli ove fiorenti saranno, fino alla vigilia della prima grande guerra, i circoli e le associazioni filoborboniche.
Quali interessi può oggi suscitare, a distanza di un secolo, la sua ristampa? Può essa offrire un contributo per una maggiore illuminazione storica del Sud e del suo plurisecolare stato di narcosi?
Se pur i pregi letterari sono notevoli nell'opera, per cui dilettevole, 'spassosa', ne è la lettura, essa tuttavia ben poco ci dice di nuovo per una distorta valutazione dei fatti cui l'autore, con le sue mille pagine, costantemente perviene. Anche notando gli innumerevoli difetti e disfunzioni di cui era costellata l'impalcatura politica, giuridica e amministrativa borbonica, il De Sivo combatte per una causa definitivamente perduta, animato dall'illusione di far rivivere, epurato ed emendato, un sistema, un assetto politico che proprio nelle sue pagine trova la sua più esplicita condanna. Abuso di poteri, restrizione di libertà, tradimenti, fellonia, corruzione, sono gli incredienti più comuni di questo drammatico capitolo in cui si annidano briciole di verità miste però ad uno sconcertante quadro di miseria morale e materiale.

Francesco II di Borbone. Stampa del 1860.
Francesco II di Borbone. Stampa del 1860.
E se non possiamo trattenere, sul piano morale, un moto di simpatia verso quanti, De Sivo compreso, mostrarono, col cambio di regime, coerenza e carattere, preferendo affrontare le dure vie dell'esilio anzicché uniformarsi al nuovo clima politico, tutto ciò però non ci trova disposti a veder messi 'sulla graticola tutti i padri della Patria' (Nota 3) in nome di un canone storiografico, caro a clericali, marxisti e radicali che ebbero nel De Sivo un illustre predecessore.
Né valgono, pregi letterari a parte, le tesi revanchiste di uno Spada, di un Cacciatore, di un Mack Smith e di un Acton a rifare una storia, meglio un capitolo di storia, poiché sono i fatti e la realtà a comandare il giusto sentimento delle cause. A poco a poco le verità, sostenute dalle umane ragioni e da quelle profonde e, talvolta, oscure della storia, affiorano. E il giusto equilibrio si ristabilisce. A conferma di ciò vale la pena riportare dalla Storia i due soli episodi che interessano la Capitanata e che di per sè testimoniano, sia pure con qualche inesattezza, la cura che il De Sivo poneva nel raccogliere le notizie che gli provenivano dai più remoti angoli del Sud, la validità di una prosa 'tacitesca o collettiana' e, infine, il suo sarcastico disprezzo per quanti professavano idee 'liberalesche'.

Reazione in Puglia

Come era vestito il popolo, da una stampa del 1860.
Come era vestito il popolo, da una stampa del 1860.
'In Puglia le popolazioni, benché inermi e tartassate, reagivano.
Tuffata la reazione nel sangue a Bovino ed Ariano, surse sul finir di settembre (1860) in Montesantangelo, Mattinata, Peschici, Vico, Accadia, Montefalcone, S. Bartolomeo, Apricena, S. Giovanni Rotondo e altri paesi di Capitanata. Calpestavano le immagini del Galantuomo e del dittatore, restituivano quelle di Francesco, e cantavano Te Deum. In S. Marco in Lamis s'era per minacce cantato per Vittorio da due preti soli e dal municipio; il popolo guardollo bieco, e ruminava vendetta. Poco stante una domenica certi garzoncelli altercando dettero a caso il grido di Francesco; incontanente tutta la gente il ripete; e infervorata spezza gli stemmi, alza i gigli e il ritratto di Cristina venerabile, e pregala come a Santa facesse tornare il figlio. Non fecero male, eccetto a un sartore liberalicchio, che per non dire 'viva Francesco' fu morto a furore.
La dimane portano Cristina in processione, e fan cantare il Te Deum dai Frati di S. Matteo sul Piano fuor del paese, nell'atrio dell'Addolorata, non potendo la chiesa capir la moltitudine. Poi nei dì seguenti, sospettando di soldati da Foggia, i villani risoluti s'armarono e stavano sulla sua. A Biccari la domenica 15 ottobre disarmarono i Nazionali e si barricarono. Cotai moti per impeto, senza concerto, senza capi, dove uniti sariano valuti molti, disgiunti partorivano sangue e fuoco. Infatti s'andavan raggranellando garibaldini e camorristi, per ischiacciare uno dopo l'altro quei paesetti. Ma la reazione si ringagliardì a' 21 ottobre, per isdegno del plebiscito, come narrerò'.

Il 'sartore liberalicchio' cui fa cenno il De Sivo, con sprezzante terminologia, è il povero sarto Angelo Calvitto ucciso da Matteo Tamburo e Silvestro Ciavarella il 7 ottobre 1860, vicino alla chiesa dell'Addolorata, per non aver voluto gridare 'viva Francesco'. Avendo in ogni occasione e circostanza manifestato sentimenti liberali, il Calvitto si era reso inviso a molti. Lasciava pertanto, nella più cupa desolazione e miseria, la propria numerosa famiglia, composta, oltre che dalla vecchia madre, Giuliani Maria Vincenza di anni 71 e dalla moglie, Orlando Maria Antonia di 47 anni, di cagionevole salute, di ben 5 figlie delle quali solo Maria Vincenza era maritata mentre Rachela di 21 anni, Emanuela di 16 anni e storpia, Celeste di 14 anni, Rosa di 5 anni e cieca dell'occhio destro e Filomena di 3 anni vivevano 'a carico' dell'umile sarto. Gli orfani Calvitto ricevettero in seguito dal Prefetto Del Giudice un 'indennizzo' di ducati 350 (Nota 4).
Vano sarebbe chiedere al De Sivo un atto di pietà storica per il Calvitto che ha pagato colla propria vita e 'con manifesta opinione' (Nota 5) per una causa nella quale sinceramente e nobilmente credeva.

Reazioni sul Gargano

Veduta di S. Marco in Lamis - Il Monte di Mezzo.
Veduta di S. Marco in Lamis - Il Monte di Mezzo.
'La reazione, dove aperta dove larvata, cominciava in ogni parte. Quasi in tutto il Gargano tacque il plebiscito; tacque in S. Marco in Lamis; pochi il vollero in S. Giovanni Rotondo; il popolo guardò torvo. In quella certi sbandati entran nel paese gridando 'Viva Francesco II', ed han seguito immenso; un farmacista italianissimo osa trarre con lo scoppietto e uccide un uomo; è preso, strascinato e sbranato. Poi menati dal furore dan sopra ai votanti; alcuni fuggono; ne agguantano 27, li carcerano e minaccianli di morte, se chiamassero garibaldini in S. Giovanni. Governatore di Foggia era Gaetano Del Giudice di Piedimonte, messovi da D. Liborio; che subito s'era fatto garibaldesco: accozza quanti può liberali, 250 garibaldini, e pur due frati con fasce tricolorate, e accorre. La popolazione al vederli da lontano piglia l'arme, uccide i 27 nelle carceri; ed esce incontro agli assalitori: a' primi colpi il Del Giudice va in volta e ricovra in un convento di campagna. Al rumore si solleva pure S. Marco in Lamis, comune grosso di 16.000 abitanti. Il governatore assalito al mattino, perduta una bandiera, prigioneri e morti, fugge a Manfredonia.
Incisione ottocentesca raffigurante Liborio Romano.
Incisione ottocentesca raffigurante Liborio Romano.
Quivi ha due cannoni, raccoglie faziosi e garibaldini, e fatti 1500 uomini, ottenuto dal dittatore poteri illimitati, sparge il 26 una proclamazione, minacciante a preti e reazionari galere, taglie, ferro, fuoco e fucilazioni.

Il dì stesso a vendetta muove a S. Giovanni, per la via di Rignano, ove avea fautori; ma visto da S. Marco, questa popolazione tumultuando picchia ogni porta, tutta notte aduna arme e munizioni, e assale i garibaldini, che, dormito a Rignano, andavano a S. Giovanni. Questi, trovatisi in mezzo tra le due popolazioni uscite a percuoterli, dopo due ore di zuffa si ritraggono a Rignano.
Ne' seguenti dì avvisaglie lievi.
Il De Giudice, fallita la forza, cercò con arte acchetare S. Marco, terra grossa.
S'interposero i preti; si considerò già i Sardi nel cuore del regno indifeso e inerme, venir forze da tutte parti; e si venne a composizione, per la quale i garibaldini entrarono in S. Marco chetamente. Il comandante, certo Romano [Si tratta del brigadiere Liborio Romano, da non confondere con l'altro Liborio Romano, ministro prima borbonico e poi piemontese, del quale offriamo una incisione del 1860, NdR], per dire d'aver fatto votare il popolo, pretese ciascuno mettesse 'Sì' al cappello; e ai contadini si disse il 'sì' significare la pace. Si contentò di tale finzione. Dappoi imposero la tassa di guerra in seimila ducati; cioè 3000 ai galantuomini, e 3000 al clero. Il Del Giudice potè negli altri comuni vendicarsi meglio: seguirono cacce d'uomini, uccisioni, rapine, e ogni abominio. Fucilò 10 a S. Giovanni; molti condannò ai ferri, moltissimi a carcere; e posevi taglia di 10.000 ducati anche per metà sui preti. Taglia di 4000 a Cagnano. In quella tumultuava Roseto, pur con sangue e fucilazioni represso. Lo stesso ad Ascoli, e fuvvi morto il capitano nazionale. Ma la reazione salì ai monti; e il Gargano lungo tempo fu di rea guerra teatro infelice'.

Gaetano Del Giudice (1818-1880) - Governatore di Foggia dal 1860 al 1861.
Gaetano Del Giudice (1818-1880) - Governatore di Foggia dal 1860 al 1861.
Per la verità dei fatti il 21 ottobre 1860, giorno fissato per il plebiscito, fu solo il comune di S. Marco a non votare nella provincia di Foggia, mentre a distanza di una sola settimana, e cioè il 28, anche i sammarchesi, sia pure con le baionette garibaldine alle costole, diedero il loro voto a favore dell'unità; come pure il numero dei liberali barbaramente trucidati nelle carceri di S. Giovanni Rotondo non è di 27 bensì di 24.
Ma a parte tali inesattezze, pur comprensibili nel vasto racconto del De Sivo, un'ultima considerazione resta da fare.
Il Settembrini, che aveva conosciuto la durezza delle prigioni borboniche, sa trovare, nei momenti più tristi della vita del De Sivo, una parola di conforto pur conoscendone l'ostinato attaccamento all'ancien régime, svelando così una dote che al suo collega mancava nella maniera più assoluta: la comprensione.
Il Croce, fin dal 1917, si occupò dello 'storico reazionario' tributandogli, per alcuni suoi lavori letterari, attestati di lode e dimostrando, con generosa magnanimità, di comprendere le discutibilissime tesi che l'illiberale De Sivo sostiene nella sua opera e, dulcis in fundo, fa dedicare a Napoli al suo nome una strada, insegnando così che il culto della libertà arricchisce, tra l'altro, l'animo di un'altra dote: la generosità.
Giovanni Artieri, sulle colonne del quotidiano 'Tempo' (16 settembre 1965) delinea un gustoso profilo del De Sivo con un liberalissimo tentativo di chiarire i motivi della sua avversione per Vittorio Emanuele, Cavour, Mazzini e Garibaldi e, a un tempo, sottolineandone la coerenza politica, virtù questa non sempre riscontrabile in tanti intellettuali di ieri e di oggi che pretendono di fare la storia senza capire le altrui ragioni.
Non resta dunque che 'l'equilibrato giudizio liberale' dopo tante mistificazioni o unilaterali interpretazioni sul Risorgimento, quale valido mezzo di comprensione e di generosità per tutti i protagonisti - di maggiore o minore importanza non interessa -, di un avvenimento storico, siano essi vincitori o vinti.
Tommaso Nardella

Foto del 1860

Napoli - Il Plebiscito di annessione.
Napoli - Il Plebiscito di annessione.

Soldati piemontesi che preparano l'assedio di Gaeta.
Soldati borbonici respinti in Capua.
Castel dell'Ovo a Napoli.
Entrata di Giuseppe Garibaldi a Napoli.
Entrata del Re Vittorio Emanuele II a Napoli.
Veduta di Gaeta.
Incontro di Vittorio Emanuele II con Garibaldi a Isernia del Volturno..
Garibaldi che proclama a Napoli il governo di Vittorio Emanuele II dal palazzo della Foresteria.
Uno squadrone di Ussari Borbonici fatto prigioniero da un corpo di Garibaldini..
Incisione del 1860 raffigurante il porto di Napoli.
Ospedale garibaldino.
Napoli - Il Plebiscito di annessione.
Presentazione a Vittorio Emanuele II, a Napoli, del Plebiscito.
Soldati borbonici fatti prigionieri.
Ingresso del Re Vittorio Emanuele II a Napoli.
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