Il quadro così drammaticamente delineato dalla Svimez ripropone, aggiornata quasi solo nei numeri, l’ormai secolare “questione meridionale”. Ne vorremmo qui riprendere i termini storici alla luce di alcuni studi ed in particolare di quello dovuto a Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro.
Questo libro, pubblicato nel 2013, ha riacceso il dibattito sia nell’ambito della ricerca accademica e specialistica che nell’ambito della cronaca e del commento giornalistico.
Secondo gli storici economici V. Daniele e P. Malanima: “… non esisteva, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite. […] Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo […] i divari regionali, assai modesti nell’immediato periodo post-unitario, aumentano nettamente per quasi un secolo riducendosi solo nei due decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale” (Daniele, Malanima 2007, 274-8). Secondo i due storici dell’economia, al momento dell’unificazione nazionale le differenze interne al Mezzogiorno e al Nord sono assai più importanti di quelle esistenti tra le due aree; solo a partire dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento e con il progredire dell’industrializzazione, da un lato si riducono tali divari interni, dall’altro si crea e si allarga il differenziale di reddito tra Nord e Sud; insomma è solo dopo l’Unità che si manifesta una questione meridionale, come divario di sviluppo tra due grandi aree di uno stesso Stato.
Emanuele Felice non ritiene attendibile il calcolo del PIL al 1861 fatto da Daniele e Malanima, perché non sarebbe l’esito di “una stima puntuale, basata su dati reali di quel tempo” (Felice 2013, 33). Non solo, tali stime, che sopravvalutano il reddito per abitante del Sud all’Unità, oltre a non avere fondamento storico, favoriscono di fatto “quei lavori di taglio giornalistico (o propagandistico) che di tanto in tanto, con pretese di revisionismo filoborbonico, si vedono in circolazione” (Felice 2013, 34).
In realtà, il divario, già al 1861 può essere stimato (ma con molte incertezze) al 20-25% a favore del Centro-Nord.
Ma nei primi decenni dell’Italia unita, anche secondo Felice, vi erano importanti differenze all’interno delle due grandi aree, il Nord-Ovest e il Sud: nel 1871 il reddito della Campania oltrepassava la media nazionale, mentre alcune regioni del Nord-Est e del Centro si collocavano al di sotto; solo in seguito si è venuta a creare una netta uniformità all’interno del Nord-Ovest e Nord-Est-Centro da un lato e del Sud dall’altro (Felice 2015, 66).
In ogni caso, i soli dati di reddito non sono adeguati a descrivere la situazione economica di una comunità, e ancor meno a misurare l’effettivo livello di benessere (Felice 2007, 119).
Ed è proprio perché prende in considerazione una varietà di indicatori, e non solo il Pil, che Felice può affermare che il divario Nord-Sud è sicuramente anteriore all’Unità d’Italia. Intanto, fin dal 1848 Piemonte e Regno di Napoli prendono strade diverse: sul piano istituzionale anzitutto, perché il Piemonte, futuro motore dell’unificazione, si avvia a diventare una monarchia costituzionale, la quale, con Camillo Cavour e in sintonia con intraprendenti gruppi imprenditoriali, dispiega una vasta attività riformatrice che modernizza la legislazione, le infrastrutture, il commercio, l’agricoltura, mentre a livello internazionale si mostra capace di rilevanti iniziative diplomatiche. Il Regno delle Due Sicilie, invece, ricollocatosi nell’ambito delle monarchie assolute e isolato nel contesto europeo, si caratterizza per l’assenza di ogni impegno a modernizzare gli apparati fiscali, finanziari, giudiziari, risultando di fatto bloccata ogni azione riformatrice da una bassissima pressione fiscale, bene accetta all’esigua borghesia indigena e ai proprietari terrieri assenteisti.
Il divario delle infrastrutture di trasporto, ferrovie ad esempio, è altrettanto marcato. Nel 1859 gli abitanti del Regno delle Due Sicilie disponevano di 99 chilometri di ferrovia, mentre Liguri e Piemontesi ne avevano 850, i Lombardi con i Veneti 522, i Toscani 257 (Felice 2013, 22).
Già in epoca preunitaria, nelle città di Milano, Torino e Genova, ma anche nei piccoli centri, si sviluppa una vasta rete di intermediazione finanziaria (Banche e Casse di risparmio), con una rapida crescita del numero degli sportelli bancari, che si riveleranno una delle condizioni dello sviluppo economico e industriale successivo (Felice 2007, 170).

L’alfabetismo della popolazione di 12 anni o più negli Stati pre-unitari. Censimento del 1861 Fonte: Vecchi, 161
L’alfabetismo della popolazione di 12 anni o più negli Stati pre-unitari. Censimento del 1861 Fonte: Vecchi, 161
Al 1861 gli abitanti in grado di leggere e scrivere erano quasi il 51% in Piemonte, in Lombardia il 49%, in Campania il 18%, in Sicilia il 13%; complessivamente, nel Regno di Sardegna gli alfabetizzati erano il 42%, nel Regno delle Due Sicilie il 14% (Vecchi, 161).
Al 1861, mentre nel Centro-Nord gli abitanti che vivevano al di sotto della linea di povertà assoluta erano pari al 37%, nel Sud la percentuale arrivava al 52%. Ciò che significa, fra l’altro, che la disuguaglianza interna era molto più alta al Sud che al Nord (Felice 2013, 44).
Altri indicatori non monetari utili per stimare il benessere della popolazione, come la statura e la speranza di vita, ci dicono che le condizioni di esistenza al momento dell’Unificazione erano peggiori al Sud rispetto al Centro-Nord.
Sinteticamente, dunque, secondo Felice, al momento dell’Unità Nord e Sud si presentano già divisi, per il reddito e, in modo anche più marcato, per altri indicatori socio-economici: infrastrutture di comunicazione, sistema creditizio, alfabetizzazione e quindi capitale umano, speranza di vita. Tale divario, per quanto riguarda il Pil, non farà che crescere o mantenersi per oltre 150 anni, a parte la parentesi del ventennio tra il 1953 e il 1973 (si veda qui sotto il grafico sull’evoluzione dei divari regionali).