La modernizzazione passiva del Meridione
La modernizzazione è un processo economico, sociale, politico trainato dall’industrializzazione che determina un incremento imponente di risorse (espresse soprattutto dal Pil), conoscenze (scolarizzazione), longevità (speranza di vita). L’industrializzazione, e quindi la modernizzazione, si è diffusa in un primo tempo in Inghilterra, per poi espandersi in altre aree nazionali e regionali. I paesi che si sono industrializzati dopo l’Inghilterra e che mancavano delle condizioni presenti in quest’ultima hanno supplito a tale mancanza con dei “fattori sostitutivi” messi in campo dall’intervento pubblico tramite lo Stato e con il concorso dell’iniziativa privata: costruzione di reti ferroviarie, strutture creditizie, scolarizzazione, tariffe protezionistiche, banche miste.
Un ruolo centrale nella modernizzazione hanno avuto e hanno da un lato i gruppi dirigenti a livello nazionale e locale e le istituzioni, quando si pongono alla testa di tale processo per implementarlo, governarlo, favorirne la durata e la consistenza, dall’altro la capacità di intrapresa economica alla base, in grado, autonomamente, di produrre a condizioni competitive per il mercato nazionale ed estero. Si parla in questo caso di modernizzazione attiva e di istituzioni inclusive.
Quando la modernizzazione è incompleta, perché priva di settori strategici decisivi, o indotta solo dall’esterno e con un concorso marginale o subordinato delle forze produttive e dei gruppi dirigenti locali, quando è incapace di generare uno sviluppo autonomo, non sostenuto e finanziato dall’esterno, quando risulta imposta o sovrapposta alla società locale, che non appare in grado di assumerne in modo creativo i valori, quando manca un "protagonismo endogeno" (Felice 2013, 111), allora si parla di modernizzazione passiva e di istituzioni estrattive, volte cioè ad estrarre reddito da una larga parte della società, a beneficio di gruppi ristretti e privilegiati.
Il Meridione costituisce un caso di industrializzazione importata e incompleta e di modernizzazione passiva.
Indubbiamente, durante tutta la storia dell’Italia unita, anche nel Sud si sono realizzati processi di modernizzazione che hanno migliorato le condizioni di produzione e di esistenza della popolazione: il reddito medio dei cittadini del Sud è cresciuto di dieci volte e con esso sono migliorati gli indici di benessere: speranza di vita, altezza, mortalità infantile, alfabetizzazione, incidenza del lavoro minorile, disuguaglianza e povertà (Vecchi, XVI).
Ma tali processi di modernizzazione non hanno modificato un dato di lungo periodo: l’incapacità del Sud di avviare meccanismi autonomi di creazione della ricchezza in grado di promuovere un definitivo processo di convergenza con le aree più sviluppate del paese; nel Sud non si è avuta una crescita economica basata sull’industria locale, mantenendosi di fatto la “scarsa o nulla propensione all’investimento produttivo” (Felice 2007, 193).
Come si è più su accennato, l’unica fase di convergenza in oltre 150 anni di storia unitaria s’è verificata tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta per interrompersi negli anni Settanta. Tale fase era stata innescata dall’intervento straordinario dello Stato (così chiamato perché aggiuntivo rispetto alla spesa ordinaria dell’amministrazione), che attraverso la Cassa per il Mezzogiorno finanziava opere di infrastruttura (strade, reti idriche, sistemazioni idrogeologiche) e imprese industriali, soprattutto nei settori pesanti ad alta intensità di capitale (chimica, siderurgia, meccanica).
Si trattava di un modello di industrializzazione dall’alto che “mirava a creare una terapia d’urto nell’economia meridionale: i grandi impianti capital intensive avrebbero dovuto fungere da puntello e traino alla modernizzazione del Mezzogiorno, favorendo nel breve periodo una rapida convergenza e generando nel tempo - questo almeno si auspicava - un indotto di piccole e medie imprese” (Felice 2013, 111).

Le ciminiere di Ottana, nella Sardegna centrale Fonte: Maurizio Serra. www.viaggioinsardegna.it
Le ciminiere di Ottana, nella Sardegna centrale Fonte: Maurizio Serra. www.viaggioinsardegna.it
L’intervento straordinario produsse l’avvicinamento del Sud al Centro-Nord di cui s’è detto: dal 1951 al 1961, fatta 100 la media italiana, il Pil per addetto crebbe nel Sud da 64 a 89, mentre gli addetti all’industria passarono dal 16% al 26% del totale. Non si ebbe però lo sperato effetto diffusivo; i grandi impianti rimasero isolati - “cattedrali nel deserto” -, come vennero fantasiosamente chiamati, perché attorno non si creò alcun indotto, nessuna rete di industrie locali. Le stesse “cattedrali” vennero poi, negli anni Settanta, spazzate via dalle crisi petrolifere e il Mezzogiorno dovette affrontare anche i problemi di questa industrializzazione interrotta e incompiuta.
Negli anni Settanta l’intervento straordinario dello Stato continuò a operare, ma indirizzato prevalentemente verso l’espansione dell’amministrazione pubblica e parapubblica, degli impieghi improduttivi e dei progetti imprenditoriali sganciati da una logica di economia competitiva e inseriti invece in pratiche clientelari gestite da un ceto politico locale incapace di progetti e strategie di lungo periodo. Fu proprio in questa fase che le istituzioni meridionali rinnovarono antiche pratiche “estrattive”: utilizzare i finanziamenti pubblici per rafforzare posizioni di potere e acquisire risorse a favore di ristretti gruppi di privilegiati (Felice 2013, 113).
Si cercò allora di cambiare direzione d’intervento. La “nuova programmazione” avviata nel 1999, invece di puntare sull’intervento esterno delle grandi imprese, intendeva “contribuire a individuare e a promuovere le dinamiche di crescita che si manifestavano nelle regioni del Mezzogiorno, in accordo con le istituzioni locali, consentendo così alle forze produttive del Sud di emergere e di affermarsi” (Felice 2013, 115). Ma neppure la “nuova programmazione” riuscì ad innescare uno sviluppo endogeno ed autopropulsivo: mancarono all’appuntamento sia le forze produttive locali, che non c’erano, sia le istituzioni e le forze politiche meridionali che non riuscivano neppure ad utilizzare i finanziamenti comunitari.
Insomma, il Meridione, nonostante le ingenti risorse impegnate dallo Stato dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, non è riuscito a decollare implementando uno sviluppo autonomo in grado di autosostenersi in competizione regolata con altre economie del paese, per ristagnare in “un’economia assistita, la cui posizione, se non fosse assistita, risulterebbe ancora peggiore” (Felice 2013, 116).