Perché il Sud è rimasto indietro?
Dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri, sembrerebbe che l’industrializzazione in Italia abbia seguito un modello diffusivo (Felice 2007, 175): dalla Lombardia ad altre aree del Nord-Ovest prima e poi al Nord-Est e al Centro. Ma allora, perché tale diffusione non ha continuato a operare fino a includere il Meridione? Perché il Sud è rimasto indietro? Perché negli anni Settanta del Novecento il Sud ha ripreso ad allontanarsi dal Nord-Ovest mentre il Nord-Est-Centro si avvicinava?
Le risposte a queste domande sono state innumerevoli e vale la pena riprenderne alcune utilizzando (con qualche modifica) lo schema di Emanuele Felice (Felice 2013, 9-11, 181-225).
Una prima serie di risposte chiama in causa la natura. Il Sud è rimasto indietro perché, come sostiene Richard Lynn (docente di psicologia nell’università dell’Ulster), i meridionali sono geneticamente diversi dai settentrionali; l’autore sostiene infatti che fra i grandi gruppi umani vi siano differenze nel quoziente intellettivo: a primeggiare sarebbero cinesi, coreani, giapponesi, seguiti dagli europei di pelle chiara; vengono poi mediorientali e nordafricani; mentre in fondo alla lista vi sono neri, aborigeni australiani, pigmei. In Italia, sostiene Lynn, riassunto da Felice, i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali, perché i primi, in epoche passate, si sono mescolati con popolazioni mediorientali (Fenici, Greci, Arabi). La diversa dotazione di intelligenza ha prodotto, e quindi spiega, le differenze di reddito.
Felice rigetta integralmente le teorie neorazziste di Lynn perché prive di fondamento empirico e di contestualizzazione storica. Lynn basa le sue ipotesi sulle differenze nel quoziente intellettivo non su dati diretti ma su quelli del Pisa promosso dall’Ocse, i quali - venendo da sistemi scolastici influenzati da contesti culturali, economici, sociali, familiari diversissimi - esprimono solo i risultati dell’apprendimento scolastico, da cui è del tutto scorretto estrapolare valutazioni sul quoziente intellettivo. Le differenze di apprendimento sono dovute alla diversità dei contesti e non alle differenze nel quoziente intellettivo. In secondo luogo, i popoli che Lynn considera inferiori (Fenici, Greci, Arabi) sono stati per millenni ben più avanzati degli Europei e durante le epoche in cui il Sud è stato sotto l’influenza di questi popoli ha raggiunto livelli di sviluppo e ricchezza maggiori dei popoli che abitavano il Nord.
Nell’ambito delle cause naturali una seconda risposta individua nella posizione geografica sfavorevole del Sud la ragione del suo restare indietro. Questa risposta si muove all’interno di un modello in cui, a partire da un centro iniziale, nel caso l’Inghilterra, l’industrializzazione si diffonde su linee di prossimità geografica: la mappa dell’industrializzazione, europea ed italiana, ricalcherebbe un criterio di contiguità territoriale, espandendosi dall’Inghilterra prima verso le zone più vicine e poi mano a mano verso zone sempre più lontane dall’origine. Secondo questo modello il Sud è naturalmente svantaggiato; il Nord-Ovest, sul finire dell’Ottocento, si è industrializzato perché più vicino all’Inghilterra: “La Rivoluzione Industriale e l’industrializzazione sono avvenute in Inghilterra e poi nell’Europa occidentale. Se fossero avvenute in Africa, le cose per il nostro Mezzogiorno sarebbero state certamente diverse” (V. Daniele e P. Malanima citati da Felice 2013, 201).
Felice muove serie obiezioni alla sostanza dell’argomentazione. Innanzi tutto, esistono aree del mondo quali il Giappone, la California, l’Australia, la Nuova Zelanda che si sono industrializzate pur essendo ben lontane dall’Inghilterra. In secondo luogo, e riferendosi al Meridione, Felice osserva che le regioni più popolose di quest’area - Campania, Puglia, Sicilia - non risultavano affatto svantaggiate dal punto di vista geografico, perché non erano più lontane dai grandi mercati delle regioni settentrionali, quando gli spostamenti a lunga distanza avvenivano soprattutto via mare e quando il commercio internazionale era più importante di quello domestico. Così, Campania, Sicilia e Puglia non avevano un potenziale di mercato inferiore a quello della Lombardia e del Piemonte e se tale potenzialità non è diventata effettuale le ragioni non stanno nella natura e nella posizione geografica in quel momento avversa e sfortunata, ma nell’azione di uomini che tale opportunità non hanno saputo cogliere.
La spiegazione geografica e naturale riporta il divario Nord-Sud alla disponibilità di risorse idriche e quindi energetiche nel Settentrione. Felice osserva che si tratta di una condizione facilitante, non necessaria. “Soprattutto, nulla lascia supporre che se anche il Mezzogiorno fosse stato ricco di fonti energetiche (corsi fluviali, o anche prodotti fossili), queste sarebbero state ugualmente ben sfruttate.
Anzi, a quel che sappiamo è probabile il contrario: non ci dice nulla il sostanziale fallimento, nonostante il sistema idrografico appenninico, del grande progetto elettro-irriguo della tarda età liberale? La storia economica mostra tanti esempi di paesi favoriti nelle risorse energetiche che pure non si sono industrializzati, o al contrario di paesi che l’hanno fatto pur senza possederle. I paesi ricchi di risorse ma incapaci di industrializzarsi sono quelli caratterizzati da istituzioni estrattive, le quali si rafforzano proprio in presenza di risorse da estrarre: il Mezzogiorno proprio a questi assomiglia”.
Una seconda serie di risposte chiama in causa la cultura. Già gli studiosi liberali Villari, Franchetti e Sonnino negli anni Settanta dell’Ottocento avevano individuato nella scarsa coscienza civile dei meridionali uno degli ostacoli che impedivano di essere parte attiva e rilevante dello sviluppo economico del paese; mentre il socialista Ettore Ciccotti lamentava che proprio il particolarismo della borghesia e del proletariato nel Sud favorivano le politiche clientelari e conservatrici.
Sul finire degli anni Cinquanta del Novecento il politologo americano Edward Banfield poneva all’origine dell’arretratezza meridionale il “familismo amorale”, la tendenza cioè a massimizzare i vantaggi immediati della propria famiglia a scapito degli interessi della comunità. Tale mancanza di un’etica comunitaria e di una mentalità cooperativa minava l’efficienza delle istituzioni e la solidità della società civile propiziando, ancora una volta, le politiche clientelari e la corruzione. In un libro del 1993 un altro politologo americano, Robert Putnam, rintracciava l’origine di questa mentalità nel basso medioevo, quando nel Centro-Nord si affermò l’ordinamento comunale, che favoriva la cooperazione e la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, mentre nel Sud si consolidava la monarchia normanna, la quale, creando uno stato assoluto, favoriva le relazioni gerarchiche ed escludeva la quasi totalità dei sudditi dal potere politico. Secondo Putnam questi ordinamenti diversi avrebbero strutturato nel corso dei secoli due mentalità assai diverse: al Centro-Nord l’ideale della “vita civile” orientato dal “senso civico” (civicness), al Sud le politiche clientelari.
Le idee di Banfield e di Putnam sono state sottoposte a forti critiche, che Felice almeno in parte condivide, rilevando però che negli ultimi decenni sociologi ed economisti hanno recuperato quei valori cooperativi al centro delle ricerche dei due politologi americani, attraverso l’impiego del concetto di ”capitale sociale” come fattore di sviluppo economico, intendendo con questa espressione “un insieme di credenze e valori che facilitano la cooperazione fra i membri di una comunità”. Felice ritiene però che il concetto sia elusivo nella definizione e soprattutto nella misurazione; in ogni caso tutte le misurazioni indicano un divario Nord-Sud, ciò che poi equivale a confermare nella sostanza l’intuizione di Banfield che nel Meridione rispetto al Centro-Nord vi era meno “capitale sociale” e più “familismo amorale”.
Diversamente da Putnam, Felice non risale fino al medioevo per rintracciare l’origine del divario di capitale sociale; infatti “ancora nella prima metà del Settecento fra il Mezzogiorno e il Nord non si notano sostanziali differenze nel rendimento delle istituzioni […] La rottura andrebbe piuttosto collocata in quella lunga fase di transizione alla modernità che va dalla metà del Settecento all’Unità d’Italia” (Felice 2013, 194-195). È in questo lasso di tempo che il capitale sociale delle regioni del Sud progressivamente si perde, dissipato dall’insipienza, dall’egoismo miope, dall’assenteismo dei gruppi dirigenti meridionali dal regno borbonico fino all’Italia repubblicana.
Per comprendere e apprezzare il ruolo della presenza o assenza di un consistente capitale sociale, bisognerebbe, inoltre, entrare nell’immenso mondo agricolo, dove in effetti si radicava la mentalità della stragrande maggioranza della popolazione, e focalizzare l’attenzione sul nesso strutture agrariestrutture familiari-propensione alla cooperazione. Nell’Italia centrale - dalla Toscana, alle Marche, fino a parte dell’Abruzzo - prevaleva il sistema mezzadrile nel quale il padrone assegnava la terra ai coloni che la coltivavano riuniti in gruppi familiari che potevano comprendere anche venti membri. I coloni dividevano con il padrone il raccolto e i prodotti dell’allevamento ed erano responsabili del proprio appezzamento. Queste modalità di conduzione dei fondi e i valori sociali che ne venivano promossi - la cooperazione, la mentalità imprenditoriale, l’assunzione di responsabilità - sembrano essere stati all’origine dello scatto economico dei distretti industriali del Nord-Est-Centro negli anni Settanta. Nelle aree padane il regime agrario già era orientato verso la grande azienda capitalistica che ottimizzava le rese attraverso gli investimenti, le opere di irrigazione, la moderna concimazione chimica, la compenetrazione con le attività di trasformazione. Nel Sud, dove i contadini non possedevano la terra né potevano prenderla in affitto, le famiglie rimanevano mononucleari e la solidarietà e lo spirito cooperativo restavano confinati all’interno del singolo nucleo, mentre la coltivazione del latifondo certo non alimentava né lo spirito di intrapresa né l’assunzione di rischi e responsabilità.

Le donne affrontano i soldati inviati per mietere il grano e far fallire così lo sciopero dei mezzadri. Sequenza del film di A. Lattuada Il mulino del Po, 1949, ambientato nella campagna ferrarese.
Le donne affrontano i soldati inviati per mietere il grano e far fallire così lo sciopero dei mezzadri. Sequenza del film di A. Lattuada Il mulino del Po, 1949, ambientato nella campagna ferrarese.
Tra le risposte di tipo culturale è da includere la tesi assai diffusa che il Sud è rimasto indietro perché sfruttato dal Nord, a partire dalla “conquista” piemontese che ha portato all’unificazioneforzata della penisola. Conquistata l’Italia, i Piemontesi e i Settentrionali hanno occupato lo Stato, imposto una tariffa liberoscambista che ha distrutto l’industria meridionale, compiuto stragi con la guerra al brigantaggio, creato un sistema fiscale che drenava risorse dal Sud per sviluppare il Nord; riducendo, insomma, il Sud a una colonia del Nord.
Felice rigetta integralmente questo complesso di accuse e, attingendo dalle ricerche di Luciano Cafagna e di Stefano Fenoaltea, ribadisce che quello del Nord è stato uno sviluppo autonomo e senza rapporti di interdipendenza con il mancato sviluppo del Sud. Proprio non c’è stato alcun rapporto coloniale di sfruttamento, perché non ve n’era la necessità. Infatti, il Nord non aveva bisogno di utilizzare il Sud come mercato di sbocco per i propri capitali, dato che questi erano ancora limitati e in ogni caso remunerati dagli investimenti nei luoghi di raccolta; né il Sud poteva fungere da mercato di sbocco per le merci settentrionali ancora non competitive con quelle inglesi e francesi; né il Nord aveva bisogno del Sud come riserva di manodopera, visto che le manifatture settentrionali reclutavano le proprie forze di lavoro attingendo dalle campagne locali. Il motore dell’industrializzazione del Nord furono le esportazioni di seta nei mercati dell’Europa del nord; certo vi fu anche l’aiuto dello Stato, che non sarebbe stato però determinante senza l’iniziativa degli imprenditori locali. A rifornirsi di materie prime e forza lavoro nel Sud e a investirvi capitali non era l’Italia del nord ma i paesi più avanzati dell’Europa - Inghilterra, Francia, Germania, Belgio - e gli Stati Uniti. “Nell’Ottocento postunitario, il Nord Italia, con le sue esportazioni di filati di seta, non era nel quadro internazionale sostanzialmente meglio piazzato del Mezzogiorno, che esportava prodotti agricoli e qualche materia prima industriale. Se nel primo caso si è passati dalla bachicoltura all’industria, mentre nel secondo si è rimasti fermi al latifondo, è perché vi era una differenza sostanziale nelle classi dirigenti locali, come anche forse nelle classi popolari (sintomatico il divario di alfabetizzazione) e più in generale nel contesto locale: una differenza che discendeva dalle istituzioni preesistenti” (Felice 2013, 214).
Il modello coloniale non si applica ai rapporti Nord-Sud in Italia anche perché non c’è stata dominazione politica del primo sul secondo. Trascorso il primo quindicennio dall’Unità, le classi dirigenti meridionali sono sempre state ampiamente rappresentate nel parlamento e nel governo; dal 1887 al 1922 ben cinque presidenti del Consiglio furono meridionali: Crispi, di Rudinì, Salandra, Orlando e Nitti. Nell’Italia repubblicana poi l’influenza dei gruppi di potere meridionali è ancora cresciuta, visto che il partito a lungo egemone, la DC, aveva i suoi punti di forza elettorale proprio nel Meridione.