Fonte: https://www.iconur.it/storia-degli-uomini/27-perche-il-sud-e-rimasto-indietro

Perché il Sud è rimasto indietro
di Vincenzo Medde.
Il Meridione si sta avviando verso il sottosviluppo permanente?
La SVIMEZ nel suo Rapporto 2015 sulla situazione del Meridione delinea un quadro davvero preoccupante: l’Italia risulta essere un Paese sempre più diviso e diseguale, dove la distanza del Sud dal Centro-Nord-Est ha ripreso ad allargarsi, per tornare nel 2014 ai livelli di inizio secolo.
Tra il 2001 e il 2014 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord oltre 1 milione 667 mila meridionali, a fronte di un rientro di 923 mila: il Mezzogiorno ha quindi perso 744 mila unità, il 70% giovani, dei quali poco meno del 40% laureati.
E il Sud è sempre più povero, infatti la povertà assoluta sul totale della popolazione è passata dal 2008 al 2013 dal 2,7% al 5,6% nel Centro-Nord, e dal 5,2% al 10,6% al Sud.
Tra il 2008 ed il 2014 nel Mezzogiorno gli occupati sono diminuiti del 9%, sei volte di più che nel Centro-Nord (-1,4%).Quasi raddoppiati, rispetto al 2008, anche i tassi di disoccupazione dei giovani sotto i 34 (31,2% al Sud, 12,9% al Centro-Nord).
E l’allarme viene ripetuto sulla stampa. “Il gap economico tra la Lombardia e la Calabria è maggiore di quello tra la Germania e la Grecia. È a rischio povertà nel Sud un individuo su tre (nel Nord uno su dieci). Il tasso di disoccupazione al 20 per cento è più del doppio della media nazionale (quello giovanile supera il 30 per cento). Oltre il 18 per cento delle famiglie ha difficoltà nell’approvvigionamento idrico. In Regioni come la Sicilia, la Sardegna, la Campania la percentuale degli studenti che non terminano il quinquennio dell’istruzione superiore si aggira intorno al 40 per cento (la media nazionale, altissima, è di circa il 25). In tutto il Mezzogiorno, infine, non c’è una sola sede universitaria definita “di qualità”: il che in parte spiega anche perché nell’ultimo decennio le immatricolazioni negli atenei meridionali siano diminuite di oltre il 27 per cento (nel Nord dell’11)”. (E. Galli della Loggia, "Corriere della Sera", 21.12.2015).
Non si tratta solo di numeri e problemi relativi a una fase, anche se difficile: il rischio è che il depauperamento di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
Questo mentre in altre aree europee i dislivelli tra regioni si sono fortemente attenuati; in Germania, ad esempio, è stata registrata una rilevante convergenza: le regioni dell’ex Germania Est, più arretrate, crescono oramai in sintonia con le regioni tedesche occidentali, più avanzate.
Ma l’allarme era suonato anni prima. Gli studiosi che nel 2011 pubblicavano i saggi del volume In ricchezza e povertà. Il benessere degli Italiani dall’Unità a oggi, dopo aver documentato gli straordinari progressi nel Paese, e in particolare la crescita del Mezzogiorno e la riduzione della disuguaglianza, rilevavano però che dagli anni Ottanta si era bloccato ed invertito il processo di avvicinamento del Sud al Nord, mentre riprendeva ad allargarsi la forbice della disuguaglianza dei redditi, e concludevano con una domanda "Tutti ricchi per sempre?" (Vecchi, 267). Tanto più che risultava sempre più sbiadita quell’immagine del Meridione assai diversificato all’interno, “a pelle di leopardo”, con aree che si avviavano a raggiungere gli standard del Centro-Nord, perché invece in tutta la macroregione i dislivelli interni si riducevano, mentre crescevano invece le disuguaglianze rispetto al Settentrione (Vecchi, 227).