L’evoluzione dei divari regionali
Possiamo ricostruire l’evoluzione dei divari regionali dal 1861 ad oggi in cinque fasi (Felice 2015, 67-71).

  1. Nella prima fase, che coincide con i primi decenni postunitari, l’economia dell’intero paese, ancora sostanzialmente agricola, non cresce o cresce molto poco e il divario iniziale di reddito tra Nord e Sud rimane sostanzialmente invariato.
  2. Sul finire degli anni Ottanta, sfruttando le maggiori dotazioni di infrastrutture, capitale umano erisorse idriche, nel Nord-Ovest ha inizio il decollo industriale, con il costituirsi del cosiddetto“triangolo” - Piemonte, Lombardia, Liguria -, dove gli occupati nell’industria sul totale degli occupatipassano dal 26% del 1891 al 33% del 1911, per arrivare al 42% nel 1951. Nella fase di avvio i settori a maggiore intensità di lavoro sono l’alimentare, il tessile, il meccanico. Gli occupati nell’industria nel Sud-Isole calano dal 25% del 1891 al quasi 21% del 1911 al quasi 17% del 1951. Nel Sud non si verifica dunque alcun decollo e il divario con il Nord comincia a farsi più consistente, pur restando - fino alla Prima guerra mondiale - ancora contenuto e limitato dall’emigrazione e dalle iniziali politiche pubbliche a favore del Mezzogiorno.
  1. Nella terza lunga fase - dalla Grande Guerra all’inizio degli anni Cinquanta - il divario si amplianotevolmente, favorito prima dalla concentrazione dei finanziamenti pubblici e privati nelle industriedel Triangolo, impegnate nella produzione di materiale bellico, e poi dai salvataggi del dopoguerra di quelle stesse industrie nella fase di riconversione alle produzioni di pace. Le politiche industrialiautarchiche del fascismo favoriscono le produzioni industriali del Nord-Ovest, mentre quelle agricole e demografiche da un lato bloccano la modernizzazione del settore agrario, dall’altro, conl’incentivazione alla crescita della popolazione e con la chiusura della valvola migratoria, aumentano le bocche da sfamare e la pressione sulle regioni più povere (Vecchi, 222; Felice 2013, 108). La Seconda guerra mondiale, infine, produce più danni al Sud che al Nord (Felice 2007, 197). Non può allora stupire se nel 1951 il divario raggiunge il suo massimo storico, mentre si sono attenuate o sono scomparse le differenze interne nelle aree settentrionale e meridionale.
    "Ma al di là del ruolo dello Stato, significativo è il fatto che nei quattro decenni che intercorronotra il 1911 e il 1951 il Sud Italia si sia mostrato del tutto incapace di generare un qualsiasisviluppo industriale autonomo, senza cioè il supporto dei poteri pubblici" (Felice 2013, 109).
  1. La quarta fase si dispiega negli anni Cinquanta e Sessanta quando, per la prima volta in modoconsistente, il divario tra Nord-Ovest e Sud si riduce e ha luogo un processo di convergenza. È anche l’epoca del “miracolo economico” che determina una forte crescita dell’intera economia nazionale, crescita che, a sua volta, consente di destinare cospicue risorse all’intervento pubblico nel Meridione, realizzato tramite la Cassa per il Mezzogiorno, che finanzia un esteso programma di infrastrutture e di investimenti industriali nei settori della siderurgia, della meccanica e della chimica.
  1. La quinta fase inizia con la crisi petrolifera del 1973-74, che colpisce più pesantemente proprioquei settori che per un ventennio avevano trainato lo sviluppo del Sud; si interrompe così il processo di convergenza e di crescita industriale, che nel frattempo non aveva provocato effetti diffusivi né indotto uno sviluppo endogeno, per cui il sistema meridionale, in crisi anche l’intervento straordinario, si dimostra incapace di ripartire per forza propria. Nel 2001 il distacco tra il Centro-Nord e il Sud torna sui livelli del 1961 (Vecchi, 224).

Un secolo e mezzo all’insegna della divergenza Il grafico mostra l’evoluzione del Pil per abitante (misurato lungo l’asse verticale, con Italia=100) per ciascuna ripartizione geografica. La distanza fra il Pil medio di ciascuna macroarea aumenta nel tempo (salvo la parentesi degli anni 1951-1971). Fonte: Vecchi, 221
Un secolo e mezzo all’insegna della divergenza Il grafico mostra l’evoluzione del Pil per abitante (misurato lungo l’asse verticale, con Italia=100) per ciascuna ripartizione geografica. La distanza fra il Pil medio di ciascuna macroarea aumenta nel tempo (salvo la parentesi degli anni 1951-1971). Fonte: Vecchi, 221
Gli anni in cui si interrompe il processo di avvicinamento del Sud al Nord però sono anche gli anni durante i quali ha luogo invece un processo di convergenza: le regioni del Centro e del Nord-Est crescono e riducono le distanze con il Nord-Ovest. A partire dagli anni Settanta infatti si manifesta l’ascesa manifatturiera delle regioni del Nord-Est-Centro (Nec) - Trentino-A. Adige, Veneto, Friuli V. Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio -, dove l’occupazione industriale passa dal 25% del 1951 al 37% del 1971, e mantiene un 33% nel 2001. È il successo dei “distretti industriali”, sistemi coordinati di piccole e medie imprese altamente specializzate, profondamente legate fra loro, ancorate al territorio e alle reti sociali e istituzionali, fortemente orientate all’esportazione sui mercati internazionali di prodotti del settore tessile, dell’abbigliamento, meccanico, arredamento, ceramiche, manifatture varie (Felice 2013, 106).