Veduta della chiesa verso il coro rettangolare con volta a botte segnata da ampie lunette - Da Romano Starace.
Veduta della chiesa verso il coro rettangolare con volta a botte segnata da ampie lunette - Da Romano Starace.
Era in Europa e in Italia il 1848: ovunque traballavano troni, insorgevano popoli, apparivano manifesti che erano squilli di tromba delle imminenti lotte sociali e della nuova era storica. I nostri frati invece, racchiusi come api nelle loro cellule di miele, sono sempre alacremente operosi. Dopo aver restaurato il convento dalle devastazioni prodotte da un pauroso incendio, provvidero anche ad abbellirlo con varie opere di pittura ad affresco. Decorarono così tutte le lunette dell'elegante chiostro a doppio ordine e restaurarono il più rozzo adiacente alla chiesa. I dipinti del chiostro più antico, di mano primitiva e d'ispirazione popolaresca erano dovuti, come ex voto, alla commissione ed alla riconoscenza dei fedeli, forse per grazia ricevuta (Nota 1). Era autore di alcuni di essi, come si rilevava da un cartiglio, il sanseverese G. De Palma e la data è appunto del 1851.
Uno degli scriventi, sia pure affidandosi ad una vaga memoria di adolescente distratto, ebbe modo di notarvi una certa efficacia aneddotica e illustrativa. Oggi essi sono quasi del tutto scomparsi: prima sotto un'amara umida polvere di salnitro e poi sotto l'impietosa ma inevitabile mano dell'uomo.
Di miglior fattura, dovuti certo a mano più esperta e non incolta, forse di frate, forse di discreto pittore locale o napoletano o abruzzese (e non a caso la facciata della chiesa ricorda l'aquilana S. Maria di Collemaggio e non a caso il crocifisso della Collegiata di S. Marco in Lamis è di buona scuola di Guardiagrele) (Nota 2), erano gli affreschi del secondo chiostro.
Interno della chiesa, lato SO. Grandi pilastri quadrati dividono la navata principale da quelle minori. La porta in fondo, riaperta di recente, dava adito alla prima sagrestia - Da Romano Starace.
Interno della chiesa, lato SO. Grandi pilastri quadrati dividono la navata principale da quelle minori. La porta in fondo, riaperta di recente, dava adito alla prima sagrestia - Da Romano Starace.
Non cose eccezionali ma che ben si intonavano alla gentilezza dell'ambiente e alla luce claustrale. Anche qui tempo, umidità e salnitro hanno compiuto il loro inesorabile scempio. A testimonianza di quel tempo confortevole e operoso, come relitti di un naufragio, purtroppo non rimangono nemmeno quelle due o tre lunette ancor vive nella memoria degli anziani visitatori (Nota 3).
Ultime opere, ultime luci che non fanno presagire l'imminente tempesta che poi travolgerà Stignano per circa un secolo. Questi ultimi decenni di splendore meriterebbero un capitolo a parte. E' un'attività luminosa che manda gli ultimi suoi guizzi e bagliori di una vita edificante.
Con Stignano è un mondo, e non solo quello dei frati, che si spegne alla vigilia dell'unità d'Italia. Soffermarsi a contemplarlo non sarebbe sentimentalismo ma un atto di pietas storica, di un tempo che tramonta definitivamente.