Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Lupo di mare.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Lupo di mare.
Le Tremiti, sì, destano tremiti. Non ci tormentiamo inutilmente con la dotta etimologia. Quel che conta è la sensazione che suscita in noi il suono fisico della parola: forse questo gusto sottile ce l'ha insinuato Proust, che si sentiva sommuovere tutto alla sola pronunzia dei nomi di 'Venice', di 'Florence'. Del resto, non è la luce delle Tremiti di una diffusa 'tragica bellezza, per congiura di natura e di umana storia? Da quali profondi e remoti abissi mitologici e naturali scaturisce il pianto delle diomedee, che è come il motivo dominante della vita umana e animale di queste isole garganiche?
Che cosa è mai un'isola, se non una vittoriosa volontà di vivere, emergente dagli abissi, lottando contro l'urgente soffocazione del mare?
Nei mattini di limpido azzurro, sugli odorosi colli garganici, apparivano agli occhi non sbiaditi della nostra infanzia quei lontani nei del mare: neri e seducenti, e talora con luci di una sinistra e pur magnetica terra da conquistare.
Tremiti di gioia per il mondo nuovo che si scopriva nelle nostre audaci escursioni di adolescenti, e tremiti di dolce spavento al racconto di fosche leggende su quelle isole diomedee.
E ci tardava l'avventura di conoscerle: s'invidiava la sorte del primo padrone, del mitico Diomede, o quella più vera, perché più umana, del capitan Bavastro. A quest'ultimo andava la nostra simpatia, per non volersi egli adattare alle conseguenze delle vicende umane, rispetto all'eterna fedeltà della natura.
Una ventennale fedeltà napoleonica come poteva improvvisamente mutarsi in fedeltà per gli Inglesi, che consigliavano glacialmente una ragionevole resa all'irragionevole e inutile ribellione del nostro capitano? Il quale non poteva arrendersi alla follia delle cose umane se non con un altro atto di follia suicida. Le Tremiti destano tremiti. Le Diomedee hanno sempre da piangere qualcosa o qualcuno.
Andare alle Tremiti, in questo tempo di caccia alle sensazioni violente per contrasto, è come disporsi a bere una coppa di miele e di assenzio.
Le isole Tremiti.
Le isole Tremiti.
Forse fra non molto anche queste isole saranno avvolte dalla solita coltre di nebbia turistica, e al viaggiatore smagato e diffidente occorrerà fatica per scoprire quello che le Tremiti hanno di originale, di autentico, di primigenio, di sempiterno.
Col fortunoso imbarco a Rodi, essendo necessario per il poco fondo il trasbordo dal molo al piroscafo ancorato al largo, in una barcaccia sgangherata, carontea, e che avanza sovraccarica a pel d'acqua, è già come entrare in una atmosfera di sospeso sgomento.
Il sonnolento procedere del piroscafo, verso quelle isole così vicine, ma che appaiono, come fata morgana, inafferrabili, è una necessaria anticamera a iniziazione per produrre in noi quello stato d'animo che meglio s'intonerà alla visita e al soggiorno.
È prendere una droga, farsi un po' stregare, spogliarsi di quell'usuale senso di banalità che è normale nel continentale, per entrare in un ambiente dove le cose, come i valori, tremano, vacillano e subiscono altre colorazioni o revisioni.
Per intenderci, immaginatevi medico, prete o maestro sul continente o confinato in un'isola; qui, i conti, con lo spazio e col tempo, sono ben diversi. La lotta cogli elementi è più impegnativa, talora più affascinante, spesso più funesta.
La mentalità degli isolani, a Tremiti, ha poi una maggiore sovraeccitazione per via delle varie funzioni, e quindi esperienze e avventure, che gli uomini hanno assunto nel tempo. Provatevi a pronunziare un nome per le vie di una città continentale o nelle isole: 'pane', ad esempio, 'acqua', 'luce', parole consunte nei comodi ambienti cittadini, ma che conservano tutta l'avventurosa storia di una conquista sempre pericolante e insidiata in un'isola.
Lo sbarco alle Tremiti ha comunque sempre qualche cosa di affettuoso. Le isole ti vengono incontro a girotondo, come a sollievo dopo uno spavento, ma con una punta di ironica pietà. Tre isole, tré diverse personalità, e in mezzo uno scoglio che sgretola oro di sabbia nell'acqua circostante.
Tre isole, tre aspetti diversi di questa multiforme e sintetica bellezza garganica e italiana.
San Nicola, dov'è l'agglomerato maggiore di case, inerpicate su aerei precipizi, è certamente l'isola più umanizzata, e dove maggiormente persiste l'odore e il fetore del traffico dell'umana storia, in una sorta di convulse stratificazioni come di ere geologiche.
La isole Tremiti
La isole Tremiti
Illirici e Greci, frati medioevali e turchi e corsari, pirati di ori e di donne, effimero lustro bizantino e umanistico, echi di gesta gloriose, relitti di epopee anglo-napoleoniche raggiungono queste stremate rive e vi depositano segni permanenti nelle costruzioni e nell'umana parlata. Desolazione romantica e consunta ambizione di spiriti nel secolo scorso, che mal si pacificano nell'unità nazionale; e poi oasi di delusi o ansiosi di qualcosa autentica, e respiri di solitari felici, e sospiri di confinati politici, e urli di delinquenti comuni: di tutto ciò va carica San Nicola, e quasi si teme che il peso di questo carico, come in una nave, con in più i forti odori di catrame, di pesce e di piscio (l'odore della storia di questa terra) possa da un momento all'altro sprofondare nei verdi abissi marini.
Cala dei Turchi, Cala degli Inglesi e così via: ecco dei nomi che indicano luoghi dove il tempo s'è fatto storia e tragedia; e ora solo i nomi sono i veri relitti di questo drammatico tempo umano sull'indifferente ribollire delle onde. A insistere nell'immagine di una nave onusta, sempre pronta a salpare per un viaggio impossibile, è proprio quella sublime punta, a strapiombo sulla strozzatura dell'isola, che guarda con ansia le dolci colline garganiche e, con malinconia, le non lontane isole slave.
E ancora qualcosa vogliono dire al visitatore, oltre la strozzatura dell'isola e della parte ora abitata, quei vuoti avelli preistorici scavati nella roccia, dove ora solo l'acqua trova una singultante sepoltura. Calcificati resti umani e calcinosi manufatti paleolitici stanno lì a esprimere una comune pietà, come tra£tti dall'inesorabilità del tempo.
Nella tranquillità di una distratta conversazione, si rimane inorriditi da quegli echi che si sprigionano dai petrosi avelli: torve occhiaie senza sguardo verso il cielo clemente. Forse per questo San Nicola sente il bisogno di crearsi una vita sovraeccitata e folle, di ubriaco desideroso di oblio. Dimenticare che cosa? Spazio e tempo, due elementi che condizionano la nostra vita: la vita di un tremitese che ogni mattina esce di casa, come un lupo, per procacciarsi da vivere, e del turista che si procura brividi nuovi dandosi alla caccia e alla perlustrazione dei fondi marini.
Questa è San Nicola; e non ti meraviglierai se a notte inoltrata, aggirandoti come un cane inquieto, per meglio capirla, ti imbatterai nel fantasma di qualche deportato, di qualche frate sgozzato, di un greco smarrito, di un turco spergiuro, col quale vorresti parlare, così, con la più usuale naturalezza, storditamente come sono gli eventi e le cose umane.
Il tratto di mare che va da San Nicola a San Domino non è più largo di una qualsiasi piazza garganica, dove generalmente si svolge il mercato settimanale. E l'idea del mercato te la dà quello specchio d'acqua che va dal porticciuolo di San Nicola alla spiaggetta di San Domino. Ma se breve è lo spazio, immensa è la cesura del tempo che dà alle due isole fisionomie diverse.
L'orma umana appena affiora qua e là con la sua storia, mentre la natura vi predomina ancora incontrastata, e impone dagli antri marini alle selve culminanti dell'ampia isola la sua personalità, con felici note di amenità e di gentilezza.
Ce lo suggeriscono all'approdo quei pini, che da quest'isola più nuova inquadrano con snella eleganza la fosca San Nicola.
Là l'uomo, dunque, qui la natura, sono i vari attori e autori del diverso volto delle due isole.
Non ascolterai più voci umane, per dolorose e gioiose che siano, ma ti affiderai al paesaggio, ti perderai in esso, ti scorderai di tè stesso.
La isole Tremiti
La isole Tremiti
Ma se qui, a San Domino, vorrai forzare la voce, gridare un nome qualsiasi, ad esempio, a differenza della parte sepolcrale dell'altra isola vaiolata di avelli, il suono di quel nome si scandirà limpido nel cielo verde di selve; e tu ti ascolterai, ascolterai la felicità degli spazi, del tempo senza mutamento, di quest'incontro felice di spazio, tempo e voce umana, come se assaggiassi per la prima volta, sensibilmente, il mistero di una quarta dimensione.
«Giulia!» gridò una giovane voce di donna con la conca di rame verso il sentiero che conduce al serbatoio dell'acqua potabile; e quel suono si dilatò nello spazio, vi rimase sospeso come un dippiù, come un lusso, o solo per rendere più arcana la semplice avventura di una sensazione pura e originaria. A nessuno venne in mente in quell'istante il ventennale esilio di Giulia, l'adultera nipote di Augusto, qui relegata. Forse nacque così il primo tremito d'amore e di pudore, il primo brivido di gioia, la prima veste di pelle di capra per coprire (o dolce follia del mito umano) non il sesso ma la terribile voce femminile; la quale è sempre un fatale richiamo, con l'amore, alla nascita e alla morte.
Diventa sì surrealista e barocca non pure la immaginativa del visitatore, ma anche quella degli indigeni. Che vogliono dire, infatti, queste denominazioni: Grotta delle violette, Grotta delle rondinelle, Grotta del bue marino e così via? Se diverse sono le isole, uguale è il delirio di una fantasia, che qui non ha il dovere di pastoie e di briglie. La voglia di denudarci, senza ombra di oscenità, è solo desiderio di meglio intonarci al tutto, al fluire degli elementi in libertà. Questi antri marini, con la loro armonica fusione di colori verdi, oro e viola, che si smagliano in anguille di luci, creano suoni arcani, quasi voci umane nei recessi più remoti, e avrebbero infinitamente esaltato la fantasia dell'isolano zacinteo poeta dei 'Sepolcri'.
Ma dove queste isole stanno quasi lì lì per tradire il loro segreto, è appunto nel lungo antro del bue marino: viscere e voci a un tempo di questa terra.
L'ampia lunga gola inghiotte l'acqua necessaria per un suo costante e vario discorso: a seconda dell'empito delle onde, l'acqua si fa lingua che ora parla, ora canta, ora geme e si lamenta, singulta, mugghia, urla, si schianta e ti schianta con dolce orrore; ora profondamente sospira con voce senza tempo. Forse affiderebbe il suo segreto all'ardito visitatore in una notte d'inverno tempestoso, quando l'acqua gli strozza la gola: allora però il continentale si adagia in una calda e comoda cellula cittadina. Ma qui, i confini tra storia e favola sono aboliti, e la tabulazione degli isolani liberamente inventa e alterna mitici e storici nomi per le pietre, per le acque e per se stessi. Ce lo confermano queste voci della natura e le figure di fantastici animali espresse dai bizantini mosaici della chiesa di San Nicola.
Isole Tremiti
Isole Tremiti
Alla Capraia occorre andare quando l'anima è invasa da una disperazione senza terrore. A questa Tule garganica occorre dare l'obolo di un giorno sganciato dal numero normale di quelli della nostra vita quotidiana: un giorno di dolce perdita per un oblio forsennato e un delirio lucidissimo.
Così come quando i 'medium' delle sedute spiritiche, cadendo in 'trance', attendono la rivelazione. Tule e 'trance': qui, un piccolo fiordo occiduo aiuta il trapasso alle cose più impensate per la 'disciolta anima smarrita'. Tutto questo ci renderà plausibile, per esempio, l'incontro con un corsaro turco, o meglio con Ulisse o Diomede, con lo stesso Omero: gli uccelli diomedei e gli albatri ci seguono e inseguono sospettosi.
Ma è la natura prima a delirare: terra e mare si sbrigliano in una corsa sinuosa di antri, e inventano e fingono selve e templi, abissi e cupole, archi di trionfo e spalti per castelli o stadi, oppure angoli di riposo in cui vorresti vedere bimbi a giocare e donne sulle soglie a rammendare.
Non ci mancherebbe nemmeno la gabbia del canarino, come in una casa di borghese tranquillità: te lo suggeriscono quei cinguettii di onde negli spacchi più insinuanti dell'acqua.
Ci sembra di aver scoperto e profanato il regno delle fate e degli orchi, e ne temiamo qualche imminente vendetta.
Eppure sono là, nel punto più nordico, l'opalina e infinita desolazione del cielo e del mare, con un viaggio frettoloso di nuvole spaurite, e la lontana voce del fortunato cacciatore di cernie.
Isole Tremiti
Isole Tremiti
Terra esausta questa Capraia, quasi senza fili d'erba, dove la famelica capra ha divorato non solo le piante, ma le zolle si direbbe; e dove sole, sale, vento e capre fanno scorgere al cuore una deserta bellezza, 'che il vivere immoto' ama e 'sospira'. Ho tentato di dire ad alta voce una strofe di un poeta amato, ma l'aria sdegnava voce e poeta, perché queste pietre hanno rifiutato anche la ginestra. In questo estremo lembo di terra garganica mi sono chinato e riconosciuto.
Il sapore e il significato di una vita e di un luogo si stemperano in un'anonima luminosa eternità di tenebra, rotta da accecanti baleni, come i bagliori che fingono la luce in un occhio cieco. Se avessi assaggiato un briciolo di terra, avrei gustato sapore di sangue e di sudore o un ancestrale odore materno. Quell'inutile semaforo, abbacinante con la sua luce di calce, è un'ossessione, è una bianca, cruda e crudele ferita inferta inutilmente dagli uomini al luogo sdegnoso. Mi sono rifocillato in una grotta sospirosa d'ombre, quasi sempre incalzata dalle onde, e ho pensato che tomba migliore non avrei potuto desiderare, mentre la mia bocca animale succhiava avida la vita.
Se San Nicola è l'isola della storia dell'uomo, se San Domino è l'isola della storia della natura, la Capraia è certamente l'isola omerica, dove cioè la poesia nasce da un'ecatombe di eventi, che il deserto accoglie come ultima e pietosa favola umana.