L'Astrolabio n. 4-1983
Lavoro, nuova imprenditorialità, governo del territorio
di Mariano D'Antonio

Rigugiati stranieri a Mazara del Vallo - Foto tratta da L'Astrolabio n. 11-12 del 1984.
Rigugiati stranieri a Mazara del Vallo - Foto tratta da L'Astrolabio n. 11-12 del 1984.
Il “che fare” per il Sud è ancora poco esplorato anche a sinistra. La schizofrenia degli intellettuali meridionali. Alle diagnosi sul Mezzogiorno degli anni ottanta occorre far seguire puntuali indicazioni operative.
Dopo gli interventi di Pedone, Napoleoni, Graziani e Giuseppe Orlando, riprendiamo il confronto sui problemi e le proposte per il Sud con il contributo del professor Mariano D'Antonio, ordinario di economia politica all'università di Napoli.
È indubbio che la questione meridionale trovi oggi scarsi echi e corrispondenze nella pubblica opinione.
Qualche responsabilità per questo affievolito interesse alle cose del Mezzogiorno se la portano anche la cultura e il ceto politico meridionali, quel mondo di uomini impegnati che una volta venivano chiamati meridionalisti, cioè sostenitori degli interessi delle popolazioni meridionali. I meridionalisti appaiono alla gente o come piagnoni che lacrimano sulle sventure del Mezzogiorno oppure come alacri sostenitori di un sistema di potere, per lo più corrotto e corruttore, ben nidificato e sostenuto con la finanza pubblica. O protestano oppure sono ben inseriti dentro enti, centri studi, organismi di consulenza e di ricerca, dispensatori di favori e di prebende. A volte singolarmente certi meridionalisti fanno l'una e l'altra cosa: contestano e approfittano al tempo stesso. E così intellettuali, come si dice?, impegnati tracciano la mappa dei malanni del Mezzogiorno e al tempo stesso si ritagliano una fettina di potere e di denaro all'ombra di “prestigiosi” centri. Ma lascerei ad un sociologo della conoscenza (possibilmente anglosassone) il compito di esplorare meglio le ragioni e gli effetti di questa schizofrenia di una certa intellettualità meridionalista. (Grassetto del redattore)
Emigrazione e Tasse - Da L'Astrolabio n. 20 del 1983.
Emigrazione e Tasse - Da L'Astrolabio n. 20 del 1983.
Una delle evidenti ragioni della perdita di udienza e di prestigio del meridionalismo presso l'opinione pubblica, mi pare che stia nel debole contenuto progettuale dei ragionamenti che si fanno attorno al Mezzogiorno. Il “che fare?” è insomma poco esplorato. A diagnosi brillanti - si fa per dire - seguono scarse indicazioni operative. Non ho naturalmente l'ambizione di colmare questo difetto ma proverò a dire in proposito qualcosa. A me pare che fra i tanti problemi e le molte soluzioni che si può scegliere di indicare, almeno tre questioni meritano una certa riflessione: la questione del lavoro, quella dell'imprenditoria meridionale, e infine quella del governo del territorio. Si tratta, come proverò a dire, di tre questioni in qualche modo interdipendenti.
Il lavoro: chiusa la valvola di sfogo dell'emigrazione all'estero e verso il resto del Paese (ricordiamo la diagnosi di Luigi Einaudi: (i meridionali o emigranti o briganti), il Mezzogiorno sta diventando l'area di progressiva concentrazione della disoccupazione nazionale. Altrove, nel Centro-Nord, la disoccupazione è ciclica oppure è dovuta ad una ricomposizione della struttura produttiva, ad un processo di dislocazione delle forze di lavoro dall'industria ai servizi. Nel Mezzogiorno servizi e Pubblica Amministrazione sono già rigonfi in maniera abnorme di disoccupati nascosti e quindi da questo lato verrà presumibilmente uno scarso contributo all'occupazione regolare dei giovani, di coloro che continuano a lasciare la campagna, dei licenziati dall'industria. Si dice perciò che l'industrializzazione costituisce ancora la via maestra per riassorbire la disoccupazione meridionale. È vero: sarebbe folle parlare nel caso meridionale di una “società postindustriale” già incipiente o da favorire. Ma chiediamoci: anche se lo sviluppo industriale dovesse riprendere e a ritmi vigorosi, nelle nuove condizioni tecnologiche (di una tecnologia risparmiatrice di lavoro) veramente dall'industria verrebbe nell'arco di due-tre anni un contributo determinante a risolvere la disoccupazione meridionale? Probabilmente no. Bisogna allora mettere a punto interventi specifici sul mercato del lavoro, sfuggendo al doppio pericolo, già sperimentato, del garantismo ad oltranza (vedi l'esperienza della legge 285 sulla disoccupazione giovanile) e del sussidio indiscriminato (grassetto del redattore). Penso a forme di intervento temporaneo che puntino alla formazione professionale, a contratti di formazione e lavoro, ovvero prendano in carico a rotazione un certo numero di disoccupati impegnandoli in attività socialmente utili in cambio di un salario decoroso. La formula organizzativa può essere quella di più agenzie regionali del lavoro, con scopi prefissati e fondi determinati a carico del bilancio dello Stato, con una struttura imprenditoriale, cioè diretta secondo criteri definiti di costo-efficacia degli interventi.
Una 'cattedrale nel deserto' del Mezzogiorno - Foto tratta da L'Astrolabio n. 16-17 del 1983.
Una 'cattedrale nel deserto' del Mezzogiorno - Foto tratta da L'Astrolabio n. 16-17 del 1983.
La nuova imprenditoria.
Il mito del grande impianto industriale, che aveva soppiantato in parte il mito dell'impiego pubblico, sì è venuto logorando in questi anni. Quel poco o quel tanto di nuova attività produttiva che è emersa negli ultimi cinque-sette anni nel panorama meridionale, è dovuto all'impresa minore, agricola, industriale o commerciale. E il futuro economico del Mezzogiorno, in particolare le occasioni di lavoro per i giovani, o sarà assicurato dall'irrobustimento e dalla crescita degli imprenditori minori, per lo più di origine locale, oppure non ci sarà affatto. Come possono i pubblici poteri irrobustire e assecondare lo sviluppo dell'impresa minore? Finora le strade battute sono state prevalentemente quelle degli incentivi finanziari e di una generica offerta di infrastrutture alla localizzazione industriale (le aree dei consorzi di sviluppo industriale). Ma questi incentivi avevano un senso ed un effetto quando si rivolgevano ai grandi investimenti, ad alta intensità di capitale per occupato. Hanno poco significato e scarso effetto quando riguardano l'impresa minore, la quale spesso ha bisogno di altro. Ha bisogno di assistenza commerciale (c'è un'alta quota di produzioni eseguite nel meridione che vengono smerciate all'estero da mercanti-imprenditori di altre regioni italiane), di sostegni specifìci all'innovazione nelle tecniche produttive e nei prodotti, di metodi amministrativi e di procedure contabili più affinati, e così via. Insomma, per dirla in breve, l'impresa minore meridionale ha bisogno più di servizi e meno di denaro pubblico. Se questa diagnosi è corretta, essa mette fuori causa la ripetizione delle forme di sostegno (credito agevolato, contributo a fondo perduto, investimenti in generiche infrastrutture per l'industria, finora accordate prevalentemente all'impresa meridionale. E mette fuori causa i grandi organismi che, a partire dalla Cassa per il Mezzogiorno, dovevano la loro esistenza a quelle forme di intervento. L'assistenza su un fronte molto esteso all'impresa minore, specie industriale, può essere infatti fornita da altri organismi, i quali dovrebbero avere una struttura agile, un raggio dì azione concentrato, una certa diffusione territoriale. Questi organismi dovrebbero inoltre fornire i propri servizi a pagamento, sia pure ad un prezzo politico, agli imprenditori beneficiari, i quali sono meno miopi o sciocchi di quanto una certa cultura paternalistica, cattolico-burocratica, è incline a credere. Guardiamo per contrasto a ciò che accade a gran parte delle attività che sono svolte dall'unico centro di assistenza tecnica - lo IASM, l'Istituto per l'assistenza allo sviluppo del Mezzogiorno - che opera oggi “in grande” a favore delle imprese meridionali. Spesso i pur pregevoli studi e ricerche che questo Istituto svolge, hanno una circolazione limitata e quando arrivano ai potenziali beneficiari, agli operatori economici, finiscono regolarmente nel cestino.
Anziani nel Meridione d'Italia - Foto tratta da L'Astrolabio n. 19 del 1983.
Anziani nel Meridione d'Italia - Foto tratta da L'Astrolabio n. 19 del 1983.
Il governo del territorio:
la rete delle grandi opere, delle infrastrutture di base, è oggi nel Mezzogiorno quasi completa. Strade, acquedotti, fognature, servizi di trasporto e di comunicazione sono in genere ad un livello accettabile, anzi in certi casi sono sovrabbondanti rispetto alle necessità. Ciò non vuol dire che queste infrastrutture non vadano completate ove ciò sia indispensabile, né che vadano abbandonate. Anzi, c'è un problema di gestione e di manutenzione che andrebbe adottato mediante consorzi anche coattivi tra le negligenti amministrazioni locali del Sud. Ma i veri problemi stanno altrove. Stanno in quello che ho già definito altrove 1' “urbanesimo straccione” del Mezzogiorno, nelle aree metropolitane grandi (Napoli, Palermo) e piccole o in formazione (l'area dello stretto di Messina, la conurbazione pugliese, la zona di Cagliari) dove alle scarse prospettive di lavoro si accompagna un impoverimento drammatico della qualità dell'esistenza. In queste concentrazioni urbane gli interventi necessari non potranno essere monosettoriali, in una sola direzione. Il governo del territorio dovrà esercitarsi su più fronti, dal risanamento del patrimonio edilizio ad una rete più estesa di servizi pubblici al riequilibrio tra città e campagna.
Rifare l'Italia partendo dal Sud - Illustrazione scandita ed ottimizzata da L'Astrolabio n. 7 del 1983.
Rifare l'Italia partendo dal Sud - Illustrazione scandita ed ottimizzata da L'Astrolabio n. 7 del 1983.
Occorrono insomma progetti integrati di sviluppo economico e di gestione del territorio. E ci vogliono autorità preposte al disegno ed alla realizzazione di questi progetti, autorità a termine (per evitare la proliferazione dei carrozzoni), sotto il controllo dello Stato e delle Regioni coinvolte in partnership nell'ambiziosa operazione. Negli ultimi tempi si è detto che il ristagno economico generale e la conseguente scarsità di risorse consiglierebhero di abbandonare gli interventi sul territorio e di concentrare i fondi nel sostegno prevalente alle attività produttive. Mi pare che questa sia una strategia miope e poi alla lunga inefficace anche rispetto agli scopi dichiarati. Il degrado dell'ambiente urbano meridionale, i costi di cogestione, le diseconomie esterne costituiscono ormai potenti fattori di soffocamento e di repulsione per le attività produttive nelle aree metropolitane, cosicché sarebbe vano, a mio avviso, ogni tentativo di rianimare o di sollecitare lo sviluppo economico senza intervenire anche sui fattori ambientali.
Concludo dicendo che queste poche, scarne indicazioni che ho cercato di tracciare, sono sorrette da un'ipotesi che qualcuno giudicherà pure ingenua e che mi è stata però confermata dalle piccole esperienze amministrative da me avute. L'ipotesi è che una cultura progettuale, la quale punti a smuovere le cose con interventi mirati anziché cedere alla protesta o alla rassegnazione, costituisce nelle concrete condizioni della società meridionale di oggi la forma più efficace di azione politica, che rompe col sistema di potere prevalente. Perciò è un atteggiamento scomodo e mal tollerato a volte perfino dentro la sinistra e le organizzazioni del movimento operaio come il sindacato.