La Pannifica Officina
'Questo badiale convento', così è ancora indicato negli atti ufficiali dello scorso secolo, a metà dell’Ottocento era un popoloso e operoso centro di vita spirituale e pra­tica. Nel 1845 ospitava oltre 60 frati (12 sacerdoti, 11 chierici e 39 laici) che, tra l’altro conducevano un fiorente lanificio. Tale industria, congiuntamente alle elemosine e alle cospicue offerte dei fedeli, costituiva il cespite principale per i vari bisogni economici della intera provincia monastica di San Michele Arcangelo in Puglia e Molise. La ‘Pannifica Officina’ era una vera provvidenza:

‘Era legge antichissima di questa Provincia di S. Angelo che il convento S. Matteo passava ogni anno il vestiario a tutti i frati della Provincia medesima, dando a ciascuno 14 pal­mi di panno in un anno, e nel seguente 18 palmi, e spendendo la somma di 2000 ducati ogni due anni per l’acquisto del panno. Nel 1842, poiché i frati si moltiplicavano, la Provincia si avvisò di passare l’abito ogni due anni, ed invece dei palmi 18, e 14, ne dava palmi 22, qual costume si è serbato fino al presente (1868). Nel 1857, sotto l’amministrazione di M. R. Padre Luigi da San Marco la Catola, s’istallava, per disposizione del Rev.mo P. Bernardino da Montefranco, il lanificio a S. Matteo. Per la formazione di tal opera il convento S. Matteo versava l’occorrente. 'Sistemato in uno stanzone a piano terra, dal lato sud, il lanificio era fornito di una rudimentale ma indispensabile attrezzatura: 'cardo 1, filanda in grosso 1, filanda in piccolo 1, telai 2. Il Personale addetto: Prefetto, Viceprefetto, sette fratelli laici, due secolari'. Il ciclo lavorativo per produrre 515 canne di panno durava un anno. In quello successivo si lavorava per prodotti liberi da vendere onde incrementare il lanificio. Il panno confezionato a S. Matteo veniva inviato alla fabbrica Pastore di Salerno, per le ultime rifiniture. Riportato a S. Matteo, avveniva la distribuzione ai frati. Gli altri conventi della Provincia versavano, quale simbolico contributo, la somma complessiva di 105 ducati all’anno, mentre quello di S. Matteo sborsava 1000 ducati all’anno'. (da una Relazione, del Ministro Provinciale P. Ludovico Barbaro al suo Generale in Roma. cfr. P. Doroteo Forte, Il Santuario di S. Matteo in Capitanata, 1978).

La statua
È un’opera in legno, alta cm. 130, di un intagliatore dauno del XIV secolo. ‘Immagine veneratissima, è collocata sull’altare maggiore della Chiesa conventuale. Poco dopo il 1590, allorché il Convento passò dai Benedettini ai Francescani, fu trasformata, con l’aggiunta di qualche accessorio iconografico, in S. Matteo. Completamente ricoperta, a strati successivi, di pesanti ridipinture che ne avevano svisata la sostanza stilistica, è sfuggita per molto tempo all’attenzione della critica. Il delicato intervento di restauro è valso a ridonare alla forma l’aspetto originario, anche se la policromia è apparsa a tratti irrimediabilmente compromessa. Rimosse le vernici e gli strati di pittura sovrapposti, il colore originario è stato consolidato e le lacune, tenuto conto della destinazione chiesastica dell’immagine, integrate, in modo da restituire alla statua la sua coerenza stilistica. Con altri intagli lignei, appartiene ad un gruppo abbastanza omogeneo di sculture, eseguite probabilmente, in Capitanata tra la fine del '200 e i primi del '300, e dipendenti da prototipi gotici oltremontani come la ben nota Madonna di Brindisi. Nel caso di questo Redentore, tuttavia, il modello gotico è soverchiato da un sostanziale bizantinismo di tradizione locale, che imprime alla statua il carattere ieratico di un Pantocratore'. M. D. (‘Bollettino d’Arte’ a cura del Ministro P. I., Serie V, Anno LVI, 1968, IV).
Restauri, scavi e scoperte
Sollecitati da recenti fortunose circostanze, sono essi condotti dall’attuale fraternità religiosa del Santuario e da un apprezzato scultore locale. ‘Fino al alcuni anni fa, il convento di S. Matteo e la sua chiesa erano un libro sigillato, di cui si conosceva appena il titolo e il sottotitolo… Dopo qualche settimana di lavori, la chiesa ha svelato la sua vera identità: una scatola cinese, e cioè, tre chiese inglobate l’una nell’altra, e, probabilmente, corrispondenti ciascuna ad ognuno dei tre periodi storici del monastero: il Benedettino, il Cistercense e il Francescano. Per giustificare la tempestività con cui i Frati hanno deciso di aggredire massicciamente la chiesa, è doveroso precisare che il vero 'mecenate' di tale 'campagna di scavi' nell’intero complesso architettonico, è stato il terremoto del 19 giugno 1975, che aveva lesionato tutto l’edificio monastico con una fitta ragnatela di crepe e fenditure che esigevano un pronto intervento… Al pellegrino che annualmente sale il Gargano per venerare S. Matteo, il santuario riserva 'un fascio' di vive emozioni. Varcato il portone d’ingresso rifatto nel 1838 e percorso per metà il corridoio che mena in chiesa, egli viene colpito dalla prima grande sorpresa: un bei portale gotico, ostruito parzialmente dall’altare di S. Giovanni, che fu eretto nel 1719… Il portale è, per altro, una precisa notizia storica, in quanto l’incastro del pennacchio di una vela del corridoio in un concio della sua ogiva, dice chiaramente che la costruzione o trasformazione di questa parte è posteriore alla chiesa... Entrando in chiesa, il 'visitatore' si sente subito inondare e permeare dalla luminosa e rasserenante ariosità che il nuovo restauro ha ricreata, strappando senza pietà le maschere e i trucchi che ingrigivano e attristavano il sacro ambiente…Osservando con amorosa attenzione tutto l’insieme', egli non stenterà molto per scoprire che il principale successo del restauro sta nell’aver resa esplicita ed evidente la storia evolutiva della chiesa, mediante il raccordo delle strutture di epoche e stili differenti, senza alterare i connotati originar! di ciascuna. Con i vecchi pilastri, che, un tempo, reggevano la volta a capriate oppure a cassettoni della chiesa medievale, ora dialogano fraternamente i pilastri minori che ad essi affiancarono i Francescani, per dare un più valido supporto alle vele della nuova chiesa, costruita intorno alla metà del 1600… L’antologica composizione delle varie strutture è stata concordata e concertata senza interpolare artificiosi nessi di coordinazione e di subordinazione; ma per mezzo di particolari soluzioni pittoriche, e, soprattutto, disboscando la selva degli stucchi tardivi che infestavano la volta e i pilastri, e con l’abbattimento del paradossale e mastodontico cornicione di gesso, la cui caduta ha portato alla luce l’elegante e discreto cornicione in pietra, che oggi, come tanti secoli addietro, corre in giro per l’intero perimetro della chiesa. ... Il raccordo, lungi dal cancellare o comunque attenuare le differenze temporali e strutturali delle chiese successive, può agevolare il compito dell’esperto o degli esperti, non solo per datare, con una certa approssimazione, la nascita di ognuna di esse, ma altresì di stabilirne l’ampiezza, l’orientamento e la configurazione' (P. Amedeo Gravina).
Arte e letteratura
Panorama, valle e dintorni, Santuario ed ex voto sono motivi permanenti di feconda ispirazione.
Ovviamente cospicua la produzione di artisti, poeti e scrittori locali, alcuni dei quali si distinguono con saggi di buon livello e di apprezzabile fattura.
Notevole è anche la presenza di pittori e di narratori di gran nome. A parte un pregevole studio monografico su citato, la letteratura storiografica e però ancora agli inizi, con auspicabili lavori di serio impegno e di ampio respiro. Gli ex voto, con recenti mostre a Bari e a Venezia, si sono invece imposti all’attenzione dei critici d’arte e degli studiosi di cultura popolare.
Tra le testimonianze più insigni si trascrivono due brani di uno scrittore di chiara fama, Riccardo Bacchelli. Di essi uno riguarda il panorama che si gode sulla valle dal portico della chiesa, tratto da un lungo racconto, noto anche per la popolarità di un film, e l’altro un ex voto che, con la sua scena di crudo realismo, è lievito e nucleo a uno dei più bei racconti 'disperati' dell’autore del Mulino del Po.
La valle
All’indomani dell’Unità italiana, inseguendo sul Gargano il brigante di Tacca del Lupo, il capitano Sgaralli con Don Filippo, sua guida, dopo Stignano giungevano al convento di San Matteo. Stignano, il convento in rovina, l'Eremita, avevano destata la curiosità di Sgaralli per quel Gargano tutto diverso e tanto antico. Desto all’alba, aspettava la sua compagnia, mentre un frate gli faceva vedere la valle dall’alto del bastione di rocce severe, sulle quali è fondato l’alpestre convento, ed apre i begli archi della loggia sulla bella veduta.
Aveva notato nel chiostro, il capitano, anche qui un pozzo di nobile architettura.
E s’intende, - gli diceva il frate, che era facondo di una sua erudizione non troppo guardinga. - Qui, come a Stignano, oggi son conventi francescani, ma li fondarono i figli di San Benedetto, e con loro non mancarono mai bei pozzi e cisterne e bei cortili. - Così dicendo, gli mostrò sulla vera lo stemma benedettino.
'Come uno spaccato verde tra aridi colli, s’apriva, fresco d’alba, il vallone dove si stipa San Marco in Lamis, paese singolare per la distribuzione regolare delle strade ai lati della via maestra, onde le rosse, vivide file di tetti a due spioventi uguali, uguali anch’esse le case d’altezza e dimensione, si allineano e si spartiscono come un ammattonato a spina' (da Il brigante di Tacca del lupo).
Un ex-voto
"Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli giovò quando all’età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che l’avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e fra la polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all’osso del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva che servissero soltanto a levar la polvere dalla schiena affilata dell’animale, e a fargli stringer vie più le mascelle.
Allora intervenne San Matteo, protettore della rabbia degli animali, a disserrare quei denti, quando anche l’osso del bambino cominciava a sgretolarcisi.
La scena si vede dipinta in un ex voto, dove il sangue umano spiccia al naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel convento di San Matteo sopra San Marco in Lamis. Vi si vedono i bastoni levati e i bastonatori sulla strada dove il fatto avvenne; il padrone del ciuco molto più sollecito che non abbiano a sconciargli l’animale, che non delle urla del bambino; e San Matteo da una parte in una cornice di nuvole. Dall’altro canto del cielo, in una rosa di visi d’angioli, appare colei che non manca mai nelle opere misericordiose". (da 'Agnus Dei' in 'Racconti disperati').
San Marco in Lamis
Sull’arteria statale del Gargano meridionale, che da San Severo porta a Monte S. Angelo, ora coincidente ora parallela all’antica 'via sacra', è adagiata al fondo di una conca poliocarsica, a metri 550 sul livello del mare.
'Ex lamis surgit terra et splendet: viva San Marco in Lamis!' (Filippo de Pisis).
Lame sorte a fondovalle in un terreno paludoso per acque stagnanti provenienti da torrenti in piena dopo violente piogge.
Il nome apostolico della città, lo stemma leonino, l’apposizione che si richiama alle origini dalle acque (dello storico nucleo originario è tuttora vivo il nome di Palude), destano venezianamente analogie ed echi di campanile, ma subito sfumati dalla bonaria e disincantata autoironia dei locali. Il misero casale  medioevale visse lungamente all’ombra feudale della sovrastante e potente abbazia e ancora nel 1648 contava appena 600 abitanti. 'San Marcuccio', infatti, come si è sopra detto, lo appellerà un viaggiatore del 1576. Affrancato da ogni residua feudalità badiale appena nel 1782, il borgo rapidamente 's’incamminò a diventar città' per la rapida fioritura dell’attività agricola e artigianale. Nel 1814 contava già 14.500 abitanti, avendo ottenuto il titolo di città fin dal 1793. Subì poi questa evoluzione nel numero degli abitanti: 15350 nel 1861, 18200 nel 1921, 22050 nel 1951, 19014 nel 1961 e 16528 nel 1971. Il rapido decremento è in relazione alla generale mutata attività economica da agricola a industriale e alla conseguente emigrazione.
Quando gli abati commendatari trasferirono la loro sede nella borgata, assunsero il titolo di Abati di San Marco in Lamis e abitarono il sontuoso palazzo badiale, ora trasformato in sede comunale. Nel 1782, essendo abate il Cardinale Nicola Colonna, l’abbazia fu dichiarata di regio patronato, cioè alle dirette dipendenze del Re di Napoli. Dopo la morte del Colonna essa non ebbe più alcun abate e nel 1809, con sentenza della commissione feudale, venne sciolta ogni confusione di terre tra il Comune di San Marco e il demanio per l’abbazia vacante. Il 16 febbraio 1816 Pio VII e Ferdinando I stabilirono comunque di non sopprimere l’abbazia, perché forniva una rendita di 2000 ducati. Nel 1855, con la creazione della Diocesi di Foggia, Pio IX provvide alla definitiva sistemazione affidando convento e città alle cure spirituali del Vescovo foggiano.
La città vive un annuale suo momento televisivo di risonanza nazionale la sera del venerdì santo con la processione delle 'fracchie': religiosa manifestazione popolare unica nel suo genere.
A oltre mezzo chilometro dal Convento di San Matteo, a 630 metri sull’Adriatico, belvedere sul golfo sipontino e sul Tavoliere, al bivio delle strade per Foggia e per San Giovanni Rotondo, si trova il Villaggio di San Matteo o ufficialmente Borgo Celano. I nomi del Santo e del monte, alle cui falde solatie si adagia, dicono tutto di questo piccolo e promettente centro abitato. Nato nell’aprile del 1908, quale posto di sosta per i pellegrini, è ora ricercata località di soggiorno estivo per la sua aria salubre e perennemente fresca e pura.