I Mezzogiorni d'Europa, (a cura di Rocco Tancredi), Lacaita, 1974, pp. 102-136
Filippo di Lorenzo

Parte 7

L'Università Popolare Jonica, dopo aver rilevato a sua volta le insufficienze di gestione e le carenze culturali della attività anche se, sino a questo momento con carattere intermittente dei CSC ha promosso nel paese un dibattito ancora in piedi, e che ha interessato più o meno, tranne che nell'ambito della nostra provincia, i soliti "addetti ai lavori", partendo proprio dalla considerazione fatta all'inizio di questo intervento, cioè che il problema del Mezzogiorno va affrontato per vie interne e cioè per vie culturali.
Va da sé che per il pieno conseguimento di tale obbiettivo si rende necessario il passaggio dei CSC alle Regioni per un diverso ancoraggio alle forze popolari, individuando una gestione sociale concepita a livello di comprensorio, che veda presenti i rappresentanti di quartiere, delle forze sindacali, dei lavoratori della scuola, delle associazioni culturali di base, effettivamente operanti nel territorio sia che siano strutturate a livello nazionale sia che siano espressioni di gruppi spontanei di base. Naturalmente questo tipo di intervento dovrà essere inquadrato organicamente dall'Ente Regione in una, visione globale, ma decentrata e articolata con i vari settori già di sua competenza: musei, biblioteche, gallerie, e di altri come ad esempio un teatro stabile, magari a livello regionale. La sua struttura, ruolo e funzione, vanno radicalmente studiate con una visione aperta e moderna per poter dare una valida risposta alle richieste, agli interessi e ai bisogni culturali di una società come la nostra, che pur avendo preso, almeno per larghi strati, piena coscienza dello stato di arretratezza ed abbandono culturale, non riesce a trovare energie sufficienti per catalizzare la volontà di lotta cosciente di tutte le forze popolari intomo ad alcune "idee-forza" capaci di proporre originali modelli di sviluppo in alternativa a quelli sino ad ora impostici ed accettati di fatto quasi passivamente, che hanno generato da, sempre il precario stato di zona sottosviluppata dando vita alla sottoccupazione, alla disoccupazione, ed al grave fenomeno della emigrazione ad ogni livello. L'Ente Regione deve inoltre riflettere con urgenza sulle strutture ed il ruolo degli istituti universitari e degli istituti di ricerche, aprendo un ampio dibattito con le forze democratiche, partitiche, sindacali e culturali in modo non casuale ed episodico. Questo per non far verificare l'anomala situazione della area jonica tarentina, dove si sono investiti nell'arco degli ultimi dieci anni oltre tremila miliardi, investimento massiccio che per la sua entità, la ristrettezza dell'area di localizzazione e la brevità dell'arco di tempo, non ha riscontro in Italia ed in Europa.
Eppure non c'è stato nel contempo nessun intervento concreto nel campo delle strutture universitarie e in particolare nel settore della ricerca scientifica in generale. A questa realtà si è risposto da parte di alcune forze con l'anacronistica quanto velleitaria proposta di una Libera Università Jonica. Cioè armando un Consorzio-carrozzone che nonostante la corale e solenne "bocciatura popolare" si vuole mantenere in vita accanendosi a voler "cavar sangue dalle rape", se è vero come è vero che non ha saputo, nonostante fosse sancito dallo statuto e nonostante gli impegni solenni più volte presi e ribaditi dal suo presidente, mantenere in vita potenziandoli e istituzionalizzandoli i corsi serali per studenti universitari lavoratori che per anni sono stati organizzati, finanziati nella maggior parte della spesa e gestiti autonomamente dagli universitari jonici aderenti all'U.PJ. Sul problema dell'inefficienza e del congenito immobilismo del consorzio universitario jonico, il Consiglio Superiore dell'U.P.J. pubblicava in data 9, marzo 1972 un documento in cui "...si deve rilevare che a due mesi dall'unanime decisione del consiglio comunale di bocciare la Libera Università, non è stato presentato alla comunità, che ne ha fatto le spese, il bilancio globale dell'avventura pseudo-culturale liquidata... La cittadinanza ha infatti pesantemente sperimentato sulla propria pelle le gravi carenze culturali e di gestione democratica del Consiglio di Amministrazione. Si assiste invece al tentativo di presentare l'unanime decisione del Consiglio Comunale, nella quale sono confluiti tutti e venti i voti dei consiglieri democristiani, compreso quello del presidente del Consorzio, come un atto di autolesionismo in danno di Taranto e di un utile istituzione che Taranto starebbe già rimpiangendo con "lacrime di coccodrillo", mentre la verità è che Taranto sta rimpiangendo soltanto il denaro speso a vuoto, il tempo perduto, il credito accordato a una iniziativa che non ne meritava; e che il Consiglio Comunale non ha demolito una istituzione più o meno funzionale, e tanto meno ha disperso un più o meno cospicuo patrimonio di lavoro e di tradizioni culturali, ma ha preso atto del triennale nullismo di quel consorzio che intanto fu istituito il 2 agosto 1968 in quanto i promotori - che erano anche pubblici amministratori - si impegnarono a realizzare per gradi, a partire dall'autunno di quell'anno, una struttura universitaria suscettibile di ampliamento e di rafforzamento dopo la fase della sperimentazione. E fu proprio quel solenne impegno che fece mettere da parte perplessità e riserve suggerite dalla impostazione socioculturale dell'niziativa...
L'Università Popolare Jonica, con gli emendamenti proposti ed in gran parte accolti dal consiglio comunale, diede all'iniziativa, nel 1968, un notevole contributo critico, che affondava le radici su di una esperienza di base pluriennale (iniziata nel lontano 1963) di autorganizzazione e di autogestione dei corsi universitari serali (unica esperienza in tutto il Mezzogiorno) , i quali, pur nei loro limiti, costituivano un fatto di crescita democratica, sfatando una volta per tutte il luogo comune secondo cui le masse meridionali, illanguidite da ataviche consuetudini di non-partecipazione e di supina acccttazione di decisioni piovute dall'alto, dovessero rimanere in etemo destinate a subire le improvvisazioni degli avventurieri della cultura, così come avviene in ogni altro campo della vita pubblica. Il contributo critico dell'U.P.J. valse a scongiurare il pericolo che si producesse una gracile e insignificante struttura pseudo-universitaria, destinata a, rimanere tale per ogni tempo al posto dell'università statale cui Taranto ha diritto".
Sull'argomento delle carenze delle strutture universitarie del Mezzogiorno, le Segreterie Provinciali dei sindacati scuola aderenti alla C.G.I.L. C.I.S.L. e U.I.L. organizzavano il 18-19 dicembre 1971 un convegno di studi sul tema "Le strutture universitarie in Puglia, Lucania e Calabria nelle prospettive della riforma", al termine del quale veniva emesso un comunicato ove si ribadiva "...la necessità di istituire nuove strutture statali universitarie nel Mezzogiorno, e soprattutto nel contesto regionale di Puglia, Lucania e Calabria, laddove attualmente sono funzionanti due università soltanto, mentre nel Centro-Nord se ne hanno cinquanta soprattutto in considerazione dello sviluppo industriale che interessa a dimensione sempre più massiccia le le succitate regioni, tenuto conto delle naturali richieste di carattere tecnico-scientifico in prevalenza provenienti da tale contesto e nel quadro della riforma universitaria e della programmazione regionale...".
Oggi è ormai chiaro che questo carrozzone armato in fretta e furia in uno dei tanto afosi quanto fatidici agosti, non solo si è rilevato una bolla di sapone, ma un vero bubbone maligno che va al più presto estirpato alle radici perché, oggi come oggi, la sua sola sopravvivenza costituisce un elemento frenante per ogni seria ripresa, da parte delle forze culturali e popolari della nostra comunità, di un discorso sulla necessità di realizzare nell'area jonica una struttura universitaria collegata organicamente alle sue vocazioni naturali di sviluppo globale e non "monotipo" come quello che sino a questo momento si è concretizzato. Tipo di sviluppo del resto che, a lungo andare, si sta dimostrando esiziale per lo stesso modello neocapitalistico. Anzi, istituti scientifici già esistenti e grossi complessi industriali, relativamente operanti nella zona (vedi l'Arsenale Militare, per il quale è tempo di trasferirlo nella zona di Chiapparo pensando ad una sua ristrutturazione organizzativa e all'ammodernamento tecnologico degli impianti di produzione legato ai bisogni di uno sviluppo industriale globale ed articolato, collegato oltre che alle esigenze militari a. quelle civili), sono stati dequalificati ulteriormente e comunque non sono stati minimamente potenziati in modo da creare, oltre che posti di lavoro e manodopera generica o relativamente qualificata, gli strumenti idonei per la lotta alla depauperazione e l'inquinamento delle risorse naturali, la manomissione e distruzione dei beni culturali, e favorire altresì il sorgere di fermenti e di iniziative imprenditoriali tali da far partecipare in qualità di reali protagonisti le popolazioni meridionali nell'impostare e determinare il futuro della loro società.